Per parlare di Ivan Graziani si può cominciare soltanto dalla sua chitarra. Attorno a questo strumento, tanto importante da infilarlo in moltissimi testi, ruota la figura dell’artista abruzzese del quale ricorre oggi l’anniversario della scomparsa. Nato a Teramo il 6 ottobre del 1945, si avvicina fin da piccolo alla musica grazie a una batteria che aveva ricevuto in regalo. Insieme al disegno, diventa il suo passatempo preferito. È un viaggio all’estero del fratello, però, che pone le condizioni per l‘incontro tra il giovane Ivan e una chitarra che il primo aveva lasciato a casa. Amore a prima vista. Sono gli anni della beatlemania e della nascita del rock, e Graziani li attraversa declinandoli attraverso quello strumento tanto semplice quanto maneggevole:

La chitarra ti prende perché è avvolgente, è calda e poi è comoda. Te la porti al mare, in montagna, in macchina: prova a rimorchiare al mare con un pianoforte, portatelo sulla spiaggia. Voglio vedere come cazzo fai.

Scriverà così, anni dopo, nel libro di Mario BonannoIvan Graziani – Il Chitarrista“.

Da Nino Dale alla carriera solista

Gli Anonima Sound (© Claudio Meloni)

Durante gli anni dell’istituto d’arte Graziani, appena diciottenne, si fa notare dal padre di un amico pianista che lo ingaggia nella sua band, i Modernist. È così che il giovane Ivan finisce a suonare sulle navi da crociera e in giro per la regione, nelle feste di paese. Una volta entrato all’Istituto di Arti Grafiche di Urbino è costretto a abbandonare la band, ma è proprio qui che inizia a prendere forma la sua carriera. Insieme a due amici conosciuti proprio nella vitale cittadina universitaria, forma il gruppo Ivan e i Saggi. Dopo numerosi concerti e dopo aver cambiato nome in Anonima Sound, i tre vengono contattati da una casa discografica e nel 1967 registrano il loro primo 45 giri ‘Fuori Piove/Parla Tu‘. Trascinati dalla passione per la musica (sono tutti autodidatti), pubblicano numerosi singoli e arrivano prima a partecipare all’edizione del Cantagiro e poi a attirare l’interesse della Numero Uno di Mogol e Battisti. Nel 1971, la chiamata di leva, è l’occasione per l’artista abruzzese di allontanarsi dalla pur amata “compagnia” e inseguire una necessità espressiva che sta diventando sempre più personale. Dopo essersi sposato e trasferito a Milano, nel 1973 esce il suo primo disco da solista ‘La Città che Vorrei’. Un lavoro ancora grezzo, primitivo negli arrangiamenti e nella produzione, ma che delinea già pienamente quelle che sono le qualità di Graziani come autore e musicista.

Un outsider della musica italiana

In quegli anni l’Italia conosce la crescita della scuola cantautorale (genovese ma non solo), e la nascita di una scena progressive di qualità internazionale. Graziani, da parte sua, si muove attraverso queste realtà: nel suo primo disco la chitarra ha già una centralità inedita per l’epoca, ispirata dai virtuosi del prog; e lui stesso partecipa alle registrazioni di dischi della PFM, di Herbert Pagani, così come quelli di Battisti e Venditti. Un animale strano, quindi, indomito. È nel 1977 che la carriera di Ivan Graziani comincia un’ascesa inaspettata. ‘I Lupi‘, è un disco che coniuga a meraviglia l’ormai iconica chitarra con la poetica provinciale del cantautore, fatta di riferimenti semplici e immagini quotidiane. Si intrecciano così le melodie – ora arpeggiate, ora taglienti della sei corde – alla voce in falsetto che diventerà un altro marchio di fabbrica.

La copertina dell’album ‘I Lupi’

Il successo

Lugano Addio‘, nonostante sia sul lato B del disco, diventa ben presto una delle canzoni più famose di Graziani. Rimasta in classifica per settimane, porta al grande pubblico soprattutto la poetica del chitarrista, per niente inferiore a quelle di artisti a lui contemporanei. Sull’onda del successo, l’anno seguente esce ‘Pigro’, altra pietra miliare nella discografia di Graziani. La copertina, irriverente, mostra un maiale che indossa gli occhiali da sole rossi tipici del look dell’abruzzese, creando un gioco di ruoli tra uomo e animale (con il conseguente immaginario). ‘Pigro‘ rappresenta senza dubbio l’apice della carriera di Ivan Graziani: qui l’anima rock è tratteggiata alla perfezione in pezzi come la title track e Mona Lisa, e non mancano anche certi versi sferzanti tesi a smascherare certe ipocrisie dei benpensanti:

Tu castighi i figli in maniera esemplare/ Poi dici “Siamo liberi, nessuno deve giudicare / Nessuno deve giudicare” / Pigro! / E poi le parolacce che ti lasci scappare / Che servono a condire il tuo discorso d’autore / Come bava di lumaca stanno li a dimostrare / Che è vero, è vero non si può migliorare / Col tuo schifo d’educazione col tuo schifo di educazione

Sono questi gli anni più vitali e vivaci della parabola artistica di Ivan Graziani: ‘Agnese Dolce Agnese’ (1979) nel quale si destreggia tra riferimenti ai grandi del rock e la canzone d’autore italiana, ‘Viaggi e Intemperie’ (1989) che riceve ottimi riscontri e contiene un’altro brano che avrà grande successo ‘Firenze (Canzone Triste)’. 

L’eredità

Il proseguimento della carriera di Ivan Graziani non è certo florido come questi anni a cavallo del 1980. La sua insofferenza verso l’industria musicale diventa sempre più insopportabile, fino a portarlo a dire di ‘Piknic’ (1987) che “è un album loro, non mio”. Dove loro sono, ovviamente, i discografici della Numero Uno. Nonostante questo, tuttavia, il mondo della musica italiano deve moltissimo all’estrosità dell’abruzzese. È stato il primo a saper coniugare così bene canzone d’autore e rock, raccontando dinamiche sociali e di provincia, rimanendo irriverente e fuori dagli schemi. Ha ritagliato per la “sua” chitarra un ruolo di primo piano, quasi a renderla co-protagonista insieme alla sua scrittura. Un’eredità profondamente libera, com’è il r’n’roll fin dalle sue origini. Un’influenza che si è intrufolata nei lavori di tanti artisti italiani, sottotraccia, come il suono lontano di una chitarra che suona dolcemente…”

immagine di copertina dal disco “Ivangarage”
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