Janis Joplin nacque il 19 gennaio del 1943 a Port Arthur, in Texas. Colei che, a furor di popolo, è possibile ancora oggi definire come la cantante bianca dotata della voce più blues di sempre, crebbe felice, almeno facendo riferimento agli anni della prima infanzia, all’interno della sua famiglia conservatrice dallo spiccato sapore borghese. La hippy queen di Haight-Ashbury era, tuttavia, una bambina molto diversa dall‘icona spregiudicata e folle ormai oggi così marchiata a fuoco nell’immaginario collettivo: Janis era in verità quasi patologicamente timida, introversa, dotata tuttavia di un carattere perennemente alla ricerca di imporsi in ogni sua opera, ossessionata dalla volontà di primeggiare ed emergere, in primis nel contesto casalingo. Lei era diversa dagli altri, e la madre ne era ben conscia.

L’anticonformismo di Janis, così lampante fin dalla tenera età, fu, perciò, il bersaglio primario dell’educazione materna, un’educazione di profonda matrice cattolica: la madre tentò di piegarla, ma non riuscì per nulla in questa impresa. Per conseguenza diretta, Janis scelse di eleggere la ribellione a regola centrale e suprema della sua adolescenza, abbracciandone ogni singola, controversa sfumatura.

Janis Joplin nel 1970. © Grossman Glotzer Corporation

Come ogni adolescenza che si rispetti, quella della Joplin non è stata ovviamente un percorso privo di ostacoli. Anzi, potremmo addirittura affermare che, proprio in questa delicatissima fase così tipica di ogni esistenza umana, risiede l’enorme shock esistenziale che porterà Janis a trascinarsi, lungo il corso della sua breve e fulminea vita, quella ferita insanabile che la condurrà a spegnersi a soli 27 anni, entrando come membro d’eccellenza nello storicamente noto, e mitico, Club 27.

Parliamo, quindi, di un travaglio emotivo che detonerà in un bipolarismo clinico, costellato da dipendenze psicotrope ed alcolismo, da erotomania e da uno stoico isolamento. Tutti aspetti devastanti, tipici di una personalità oscura, che saranno tuttavia sublimati ad arte nella potenza sofferente, catartica della sua vocalità ruvida, straziante, così carica di emotività e dolore da stringerci il cuore ad ogni riproduzione. Oggi sarebbe stato il suo compleanno, e la celebriamo a modo nostro.

Janis Joplin in uno scatto di Richard Avedon. © Richard Avedon

Ciò che caratterizza la giovane Janis degli anni delle superiori è una profonda ingenuità di base: Janis è insicura a livelli estremi, e, proprio per questo, farebbe carte false per spiccare agli occhi degli altri. Una brama incondizizonata di ammirazione è ciò che smuove l’animo fragile di questa immatura ragazza texana, un desiderio che viene costantemente minato dagli atteggiamenti classici dei suoi compagni: Janis è in tutto e per tutto fuori dal coro, quindi un target facilissimo da colpire e annientare.

I chili di troppo e un’acne manifesta non la rendono di certo attraente agli appetiti famelici di giovani uomini in preda a precoci tempeste ormonali: per questo, Janis, ne diventa amica, ma dei peggiori teppistelli possibili. Sfodera un’aggressività tipicamente maschile, una volgarità da considerarsi aliena per una ragazza di buona famiglia: riesce tuttavia ad imporsi, Janis il maschiaccio, arrivando poi, per sua fortuna, a frequentare una cerchia di coetanei decisamente più eccentrici e sofisticati, sia a livello intellettuale che musicale. Entra, quindi, a gamba tesa, all’interno della scena beatnik di Port Arthur, momento nel quale, oltre a progredire in un’elevazione a livello culturale, Janis approccia a ciò che la porterà al suo rapido processo autodistruttivo, l’alcol.

È in questo periodo che Janis tocca con mano la potenza del canto femminile: si innamora follemente della timbrica di Bessie Smith, una delle più dirompenti Signore del Blues nonché amante patologica del gin, e della sua voce roca, carica di pathos. Bessie rimarrà il feticcio della Joplin fino alla sua scomparsa, il mito da raggiungere e venerare ad ogni costo.

Le prime sperimentazioni sonore di Janis Joplin affondano, proprio in correlazione a questa sua ossessione per la Smith, nel bluegrass della prima ora. Il suo carisma e la sua incontenibile verve esplodono poi, finalmente, durante le sue prime esibizioni allo storico Threadgill’s di Austin, luogo in cui l’animalità on-stage della Joplin era in grado di far dimenticare agli astanti la sua poca avvenenza in virtù di un talento fuori dagli schemi.

In questa fase embrionale della sua carriera comincia a farsi un nome, tanto da arrivare nelle grazie addirittura di Jerry Garcia, leader dei Grateful Dead, e ad essere corteggiata smodatamente dalla band che la porterà alla ribalta e alla consacrazione, i Big Brother and the Holding Company.
Per la prima volta, durante quella fatale audizione, Janis entra in contatto con la strumentazione elettrica: si sente a disagio, inadeguata. Insomma, ha paura di fallire, viene attanagliata dal solito, costante terrore da sempre alla base del suo tormento interiore. Invece ce la fa: si lascia trascinare e conquista, abbandonandosi al flusso sonoro circostante, il ruolo di vocalist nonostante le riserve iniziali della band.

Debutterà con loro il 10 giugno del 1966 all’Avalon Ballroom di San Francisco, sancendo in questo modo la fase più vorticosa del suo percorso artistico. Parliamo del noto periodo californiano, quello che metterà a repentaglio la sua già minata stabilità emotiva ma che, allo stesso tempo, le permetterà di brillare di luce propria nel firmamento psych di quegli anni.

Janis Joplin. © Don Hunstein

La vera svolta arriva nel giugno del 1967, con il Monterey Pop Festival. È in questa precisa occasione che Janis ha la possibilità di affermare, in modo totalizzante, la sua figura come quella di una dea pagana della controcultura, genuina e all’avanguardia come poche in quegli anni. Janis sul palco è estrema, dotata di una sensualità assoluta nonostante un’apparente sciatteria formale: ce lo testimonia, tra le varie performances,  in particolare quella di Ball and Chain, raramente ipnotica, trascinante. Insomma, capace di rasentare la perfezione.

Con i suoi Big Brother il colpaccio arriva appena un anno dopo, nell’agosto del 1968, con la pubblicazione del capolavoro Cheap Thrills. Inizialmente pensato con il titolo completo di Sex, Dope and Cheap Thrills, ritenuto troppo esplicito dalla Columbia Records, quest’album ci presenta una Janis superlativa, capace di elevare la matrice blues con la sua spontaneità disarmante, così gravida di tutta la sua insicurezza. È in questo LP che ritroviamo i toni struggenti di Summertime, l’intensità di Piece Of My Heart: è qui che ci si innamora perdutamente della rabbia di Janis Joplin. È qui che Janis, tuttavia, decide stoicamente che il percorso con i Big Brother è al suo tramonto per intraprendere la sua fulminea carriera solista.

Arriviamo all’agosto del 1969, il mese centrale nella storia della musica contemporanea: Janis è all’apice delle sue molteplici dipendenze proprio nel momento dell’apoteosi più magnificente della cultura rock. Il festival di Woodstock rappresenta per la Joplin l’amaro sentore dell’inizio della fine, il principio della sua parabola discendente pronta alla collisione. La sua anima fragile, per l’occasione affiancata dai Kozmic Blues, appare sempre più provata. Il suo momento arrivò intorno alle due del mattino: faceva fatica a mantenersi in piedi, talmente alterata dall’abuso, giusto per ingannare l’estenuante attesa, di eroina e alcolici.

Janis si stava, insomma, inesorabilmente perdendo: liquidati i Kozmic Blues per ritornare a modo suo fra le braccia dei Big Brother solo per delle apparizioni sporadiche, la Joplin sembra ripristinare il suo smalto solo a metà del 1970. La temporanea riabilitazione della Janis artista avviene per mano di una band straordinaria, i Full-Tilt Boogie Band, assieme ai quali registrerà il suo sublime testamento artistico, Pearl.

Potremmo forse definire quest’ultimo LP, uscito a pochi mesi dalla tragica dipartita di Janis, come detentore manifesto del presagio, consapevole, della sua fine imminente. Qui, la Joplin, appare farsi carico del significato più profondo della parola blues: Pearl (prodotto da Paul Rotchchild, già producer dei The Doors) è palesemente ammantato di una malinconia sofferta, amplificata.

Anche la canzone apparentemente più leggera, Mercedes Benz, trascende il suo testo lasciando trasparire il conflitto di un’anima, lo strazio di un’esistenza prossima al suo fatale declino. È superfluo dire che abbiamo di fronte un capolavoro, se non forse uno dei più alti: è, in altre parole, il figlio naturale di quel connubio perfetto tra l’ispirazione più pura e la disperazione più profonda. Buried Alive In The Blues, unico brano privo della traccia vocale, ci fa tastare con mano tutta la profeticità di cui questo album si fa carico.

Janis, la più grande e talentuosa insicura del blues al femminile, ci lasciò poco dopo, il 4 ottobre del 1970, a causa di un’overdose di eroina. Venne ritrovata in un hotel di Los Angeles, in posa scomposta, diciotto ore dopo la sua scomparsa. Il suo viso rovinosamente rovesciato sul pavimento ha segnato lo schianto dell’asteroide più potente degli anni ’60, la fine di una delle donne più complicate e ribelli che la storia musicale ricordi. Per nostra fortuna, spiritualmente, Janis non se n’è mai andata.

Ovunque tu sia, auguri Janis.

I just want to feel as much as I can, it’s what soul is all about.

Immagine di copertina: © Grossman Glotzer Management Corporation

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