Oggi vogliamo raccontarvi una storia, più precisamente quella della voce più malinconicamente angelica negli annali rock d’autore. E di certo non lo facciamo in un giorno qualsiasi, ma in occasione di quello che sarebbe il suo cinquantatreesimo compleanno. Stiamo parlando di colui che potremmo definire come l’asteroide infuocato che ha segnato indelebilmente quel caotico firmamento musicale figlio dei primi anni Novanta col suo indimenticabile e fulmineo passaggio, il compianto Jeff Buckley, il re della raffinatezza cantautorale durante la più radicale era grunge.

Nato il 17 novembre 1966, il figlio di Tim Buckley ha ancora oggi il merito di essere riuscito, come pochi altri all’interno della sua breve quanto sfolgorante carriera, a marcare a fuoco in appena una manciata di anni e con un solo album all’attivo, la sua presenza nella storia della musica mondiale. È proprio per questo che celebrarne il suo rapido quanto fondamentale transito su questa Terra sia non solo dovuto, ma inevitabile dato il suo inestimabile valore artistico. Un diamante allo stato grezzo in fase di espansione artistica era il Jeff che nel 1994 si manifestò agli occhi del mondo con il suo Grace, un artista alla stregua di altri autori ormai scomparsi come Cobain o Curtis, che oseremmo definire forse troppo straordinari e complessi per questo pianeta in perfetta decadenza, ai quali l’esistenza ha riservato un epilogo quanto mai tragico, e in questo caso specifico addirittura beffardo.

Se le acque torbide del Mississippi non l’avessero strappato alla vita ad appena trent’anni, risparmiandogli questa sorte quantomai ingiusta se relazionata alla perdita di un talento simile, di certo il caro Jeff ne avrebbe avute di cose ancora da dire, musicalmente parlando. Non abbiamo dubbi che sarebbe riuscito facilmente ad affermarsi come uno dei più talentuosi ed eleganti cantautori dell’epoca postmoderna. La storia tuttavia ci narra tutt’altro, se non il contrario: non ci resta quindi che ricordare la delicata magnificenza di quest’essere di luce nonostante la sua assenza, aggrappandoci a ciò che di splendido ci ha lasciato. Perciò, buon compleanno Jeff.

Jeff Buckley in uno scatto di Kevin Westenberg. © Kevin Westenberg

E come celebrarlo al meglio se non ricordando proprio lo splendore imperituro del suo esordio discografico? Grace, pietra miliare della discografia mondiale fin da quell’agosto del 1994, è un’opera magna nonostante il suo distintivo tratto acerbo e indefinito (stiamo sempre parlando del debutto di un giovane di appena ventotto anni), dotata di quella malinconia talmente inafferrabile e sublime da farci pensare immediatamente a quella gioia di essere tristi così decantata in tempi remoti nientemeno che da Victor Hugo.

Quello che Grace ancora rappresenta è, senz’altro, un capolavoro senza tempo, dallo spiccato valore universale per sua stessa natura intrinseca: è senza mezzi termini una perfetta miscellanea delle più disparate influenze del suo autore, portata avanti con un’ispirazione dal sapore profondamente spirituale dalla sua traccia d’apertura alla sua coda finale. Grace presenta quindi un corpo stilistico polimorfico e multifocale, figlio unico di tutte le diverse componenti e matrici musicali proprie della personalità eclettica di Jeff: sintomo e simbolo di ciò è senz’altro l’evocativa, intima nonché letteralmente sconvolgente personalissima versione di Buckley dell’Hallelujah del magister vitae del cantautorato d’Oltreoceano, Leonard Cohen, come anche il classico di Broadway Lilac Wine del 1950 e Corpus Christi Carol, riscritta da Benjamin Britten nel 1961. Insomma, stiamo parlando di uno di quei capolavori indiscussi, se non assoluti, di un decennio storicamente noto per il suo fermento musicale e compositivo. Un album capace di ergersi come perla di stile e raffinatezza in un’epoca in cui far uscire un album simile poteva senza dubbio rappresentare un audace salto nel vuoto.

Ciò che rende straordinario un album come Grace è dato anche dal fatto che questo rappresenta l’unico testamento artistico e spirituale di Buckley come uomo e artista. Una sorte analoga per tragicità a quella del padre, principe della sperimentazione fusion dei tardi anni ’60 scomparso nel 1975 a Santa Monica per un’overdose di eroina, è quella destinata al giovanissimo Jeff: una semplice nuotata nelle acque di un affluente del Mississippi, nell’area della storica Memphis, è ciò che lo concede alla sua sventurata morte, un incidente banale avvenuto cantando con indomita leggerezza Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Buckley verrà ritrovato solo una settimana dopo, ed il mondo in quell’occasione si ritrovò nuovamente orfano di un altro stupefacente talento.

Jeff Buckley in uno scatto di Kevin Westenberg. © Kevin Westenberg

Grace altro non è quindi che una vera e propria esperienza sonora, dal forte retrogusto evocativo e mistico. E’ ovviamente anche un disco oltremodo coraggioso, ammantato di incertezza ma allo stesso tempo di inconsapevole tenacia, espressione perfetta del timido quanto inestimabile valore del suo creatore.

Descrivere la vocalità ineguagliabile di Buckley, aspetto sovrano della bellezza immortale di quest’unico LP da lui firmato, è compito che non osiamo svolgere, vista l’impossibilità di una definizione univoca e non contaminata da aspetti di carattere affettivo: ciò che non è possibile tralasciare, e che colpisce come un fendente in volto ancora oggi, è certamente la sua modalità unica di trasmettere, tramite le sfumature della sua morbida e sviluppata timbrica, tutto quel carico emotivo generato dai meandri più reconditi della sua anima, arrivando con semplicità incredibile ai nostri, permettendone così l’esplorazione a suon di sconvolgimenti di carattere sentimentale ed emozionale. Grace è quindi tutto questo: un album che ci lascia ancora senza fiato, come Jeff in sé d’altronde. Questo è il più grande regalo che ci potesse fare: donarci la luce abbagliante ed un pathos senza pari propri di un’opera di tale portata, alla quale è impossibile restare indifferenti e distanti.

Perciò, ovunque tu sia, tanti auguri Jeff.

This is our last goodbye
I hate to feel the love between us die
But it’s over
Just hear this and then I’ll go
You gave me more to live for
More than you’ll ever know.

Immagine di copertina: © Kevin Westenberg.

© riproduzione riservata

© riproduzione riservata