Ogni anno siamo sempre più lontani dalla famigerata e libera era dello storico e mitizzato live di Woodstock (15/18 agosto 1969), specialmente quando si affaccia annualmente, seguendo il ciclo inesorabile del tempo, il 22 di dicembre da qualche anno a questa parte: non ci sembra casuale, peraltro, che l’icona rock che ci accingiamo a celebrare ci abbia fatalmente lasciato nel momento in cui l’inverno si rivela su questa Terra, lasciandoci sperimentare quel senso di gelo fisico che, nel commemorare un evento simile, si accosta, esaltandolo esponenzialmente, a quel freddo interiore generato dalla consapevolezza della dipartita di un talento che non tornerà.

La morte del mito

Torniamo quindi indietro nel dicembre 2014, nel momento in cui Joe Cocker, il bluesman britannico per antonomasia, celebre a livello mondiale per brani del calibro della sua Feelin’ Alright o per la sua magistrale rivisitazione del must beatlesiano With A Little Help From My Friends, ci ha lasciato a causa di un devastante cancro polmonare all’età di 70 anni.

Oggi, quindi, per noi è fondamentale ricordarne il carisma vulcanico, la sua inconfondibile voce graffiante e carica: insomma, tutto ciò per cui vale ancora la pena, a cinque anni di distanza dalla sua scomparsa, ricordarlo come uno dei performer in chiave blues più influenti e rimpianti di sempre. Per tutto questo oggi, in occasione di quelli che sarebbero stati i suoi primi 76 anni, ricordiamo oggi una delle più grandi personalità che il panorama blues abbia mai visto.

Joe Cocker fotografato da Michael Ochs. © Michael Ochs

Le influenze

Nel periodo a cavallo tra i late Sixties e l’inizio dei ruggenti anni ’70, Cocker altro non era che uno dei capisaldi in salsa puramente pop, nel senso più radicale del termine, della musica in voga ai tempi. Parliamo di quella corrente definibile come figlia naturale della musicalità di matrice afroamericana, sbarcata ormai prepotentemente Oltremanica e pronta, ai tempi, a contaminare ogni cosa riuscisse a toccare.

Ciò che rese Cocker una totalizzante pietra miliare nonché specchio di quegli anni in perfetto divenire sonoro furono nello specifico due fattori ben delineati e circostanziati: in primis la sua voce, così perfettamente riconoscibile fin dal primo, veemente vocalizzo, una vocalità capace di passare da un ruggito sentimentale, quasi erotico, ad un lamento rovente con una rapidità espressiva disarmante; in secondo luogo la sua carismatica figura di frontman assoluto on stage, la sua naturale capacità di manifestarsi al suo pubblico come un vero e proprio animale da palcoscenico capace di oscurare ciò che lo circondasse con estrema facilità.

Non dimentichiamoci che i live di Cocker, infatti, sono da sempre stati caratterizzati dalla potenza ineguagliabile del suo essere un performer di prim’ordine, un artista dalla gestualità dinamica ed irruenta, dotato di una fisicità talmente selvaggia da essere in grado di riempire con appena un paio di movimenti tutto lo spazio circostante, impregnandolo così della stessa sostanza della sua vulcanica personalità.

Un animale da palcoscenico

Un esempio calzante della sua carica dirompente ce lo regala un episodio che vede protagonista, oltre ovviamente al nostro compianto Cocker, un’altra figura impareggiabile di quegli anni, John Belushi. Era il 1976, durante una puntata dello storico Saturday Night Live: proprio mentre Cocker era nel pieno della sua esibizione di Feelin’ Alright, Belushi irrompe sulla scena lasciandosi trascinare dalle tipiche movenze, dal tratto che potremmo definire al limite dell’epilettico, così caratteristiche di Cocker.

Molti pensarono, ai tempi, ad un palese scimmiottamento messo in atto dal comico statunitense nei confronti di Joe, ma è chiaro che non fu di certo questo l’intento: la carica di Cocker era incontenibile, nonostante fosse già evidentemente, e forse addirittura inevitabilmente, macchiata dal suo crescente abuso di alcol e droghe, già così palese durante quella storica e controversa performance.

Due dipendenze che, senza ombra di dubbio, non solo marcarono indelebilmente la sua produzione futura, ma che progressivamente riuscirono a minare quel suo smalto sfolgorante e dinamitardo conducendolo ad un’inesorabile deriva artistica e personale. Riuscì nuovamente a scalare le vette discografiche nel 1982, con il brano Up Where We Belong in coppia con Jennifer Warnes (nota al grande pubblico per il brano The Time of My Life, colonna sonora del celeberrimo Dirty Dancing).

Ma quel brano non era certo rappresentativo di quella cockeriana intensità degli albori: il commerciale si stava così impadronendo dell’anima di Joe, distratto com’era dalla sua personale battaglia contro i suoi demoni, contro quelle sue personali e degradanti assuefazioni che l’avrebbero cambiato nell’intimo fino al suo ultimo respiro.

Joe Cocker fotografato da Michael Ochs. © Michael Ochs

Mad Dogs And The Englishmen

Un album in particolare è, quindi, quello che ci teniamo ad esaltare oggi per ricordare Joe, quello più fedele alla sua essenza perdutasi negli anni: parliamo ovviamente di Mad Dogs And The Englishmen, il suo straordinario LP datato 1970 che documentava la sua band dal vivo, proprio nel momento del suo apice a livello compositivo, esecutivo e creativo. Un prodotto finale con gli attributi, ecco cos’era e cos’è ancora oggi Mad Dogs And The Englishmen, il miracolo di Joe Cocker nonché la manifestazione definitiva della sua eredità musicale.

Un esemplare discografico, insomma, che è stato capace di consacrarlo all’interno di quell’Olimpo di mostri sacri del Rock permettendogli di restarci, ad occupare quel trono, nei secoli dei secoli.

Cos’ha rappresentato quindi Joe Cocker nella Storia della discografia mondiale, a parte l’essere il tipo della colonna sonora di Nove settimane e mezzo? Joe era tanto, molto altro rispetto ai brani che ancora oggi canticchiamo con leggerezza. Cocker era soprattutto un animo sensibile mascherato di tattica aggressività, un autore straordinario persosi nei meandri delle sostanze che ne hanno annichilito l’estro. Cocker è stato, perciò, un lottatore che ha provato a non arrendersi a questo naturale deterioramento, tentando, a volte con successo, a volte con disfatte, a difendere il suo essere artista. Joe Cocker era grande, e per questo oggi, per forza di cose ci manca.

 

Immagine di copertina: © Michael Ochs.

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