In un passaggio della poesia Il canto di me stesso Walt Whitman scriveva:

Do I contradict myself? Very well, then I contradict myself, I am large, I contain multitudes.

Ebbene, probabilmente sarebbe la frase che utilizzerebbe Kanye West come bio sui propri social se fosse una persona “normale”. E se non fosse oltremodo egocentrico. E se avesse la lucidità di riconoscere le proprie profonde, continue contraddizioni. Forse nell’ultimo disco ye, uscito l’8 giugno per la GOOD, è proprio questo che cerca di fare; ma facciamo un passo indietro.

Accostarsi al rapper di Atlanta non è facile. Può sembrare di aver a che fare con un animale esotico all’interno di uno zoo: ne si possono osservare i comportamenti, i movimenti, le stranezze senza riconoscervi una logica, un’intenzione di fondo, quasi fosse in una continua lotta con gli stimoli che il mondo produce.

Quantomeno bizzarro

Innanzitutto, ordine: Kanye è stato (ed è) una delle figure più influenti nella musica degli ultimi quindici anni. Fin dagli esordi come produttore ha rivoluzionato il modo di intendere l’hip-hop, portandolo su versanti volendo più mainstream – nel senso di pop – sfruttando anche la sua distanza culturale dal mondo gangsta e di strada di un certo tipo di rap. Questo originario scarto da una comunità per la maggior parte nera, che faceva musica in risposta a una condizione difficile, lo ha reso portatore eccellente di innovazioni dal punto di vista musicale, ma allo stesso tempo lo ha allontanato da una buona fetta di società con la quale ha poi sempre avuto rapporti controversi.

Questo non lo frenato dall’auto-investirsi portavoce delle istanze della comunità black, la quale però continua a fare fatica a riconoscerlo tale: è in questo che emerge tutta la complessità del personaggio West, uno con un insanabile desiderio di fare le cose in grande che lo porta ad accartocciarsi su sé stesso e a rischiare di prendere fuoco.

Di poco più di un mese fa sono per esempio le sue dichiarazioni sulla schiavitù, definita “una scelta” degli afroamericani. E no, questi ultimi non l’hanno presa bene, vuoi perché la frase è di per sé infondata e pretestuosa, vuoi anche perché pronunciata proprio da lui, Kanye, che negli scorsi anni si era avvicinato a Trump e aveva ventilato l’ipotesi – rafforzata proprio dall’elezione di quest’ultimo – di candidarsi egli stesso alla presidenza nel 2024. In molti hanno anche preso questa uscita infelice come una trovata pubblicitaria studiata apposta per l’uscita dei due album in questi primi giorni di giugno, ma è evidente che non ci sia stato nulla di premeditato: anche perché a seguito di queste ha dovuto rivedere quasi completamente ye, aggiornandolo alle controversie che si erano estremizzate intorno a lui.

Kanye indossa un cappellino con lo slogan elettorale di Donald Trump

Quella di un uomo alle prese con una costante ricerca di grandiosità e affermazione sembra(va) essere la chiave di lettura meno riduttiva del personaggio West, avvalorata anche dall’esposizione mediatica dovuta al legame con Kim Kardashian che li ha resi per lungo tempo la coppia più chiacchierata degli States. Eppure, sempre di più negli ultimi anni, Kanye sembra in balia di sé stesso, mai davvero padrone delle sue esternazioni, alla ricerca di legittimazioni che si potrebbero definire superflue ed inutili. Per questo risulta di una goffaggine quasi penosa, talvolta, soprattutto ad uno sguardo superficiale della sua parabola artistica (e non), che non tenesse conto di un disagio psichico emerso già in My Beautiful Dark Twisted Fantasy o dell’esaurimento nervoso del 2016; la copertina dell’ultimo disco, poi, ha confermato definitivamente le voci che lo volevano afflitto da qualche disturbo mentale:

I hate being Bi-Polar it’s awesome

La frase è scritta a mano su una foto (scattata da Kanye stesso) del paesaggio incontaminato del Wyoming, che quasi riproduce visivamente la stessa dicotomia del significato letterale. Ironia esplicitamente disarmante. Inevitabile, quindi, la presenza del tema della malattia mentale all’interno del disco, con frasi che resteranno – scommettiamo? – tra le più significative della sua produzione:

That’s my bipolar shit, nigga, what?
That’s my superpower, nigga, ain’t no disability
I’m a superhero! I’m a superhero!

O anche:

The most beautiful thoughts are always besides the darkest

Nei 23 minuti di quello che somiglia in realtà di più ad un EP, un West per certi aspetti inedito tiene a bada ogni mania di grandezza, non rinunciando però alla sua conclamata abilità nel ricercare ed utilizzare samples. Risulta allora un lavoro che prosegue sui solchi lasciati da The Life of Pablo abbassandone però i volumi, le esuberanze, cercando una dimensione più pacata e ovattata, proprio come quella che sembra avergli offerto l’esilio auto-impostosi proprio in Wyoming, uno degli stati meno popolosi e più incontaminati degli Stati Uniti.

Forse vorrebbe essere un’opera che tratta di una tematica difficile come quellla dei disturbi mentali, ma non è questo che sa fare Kanye; o meglio: il suo universale corrisponde al suo personale e ciò di cui parla è, in fondo, sempre e soltanto sé stesso. Ed è, però, un sé stesso senza filtri o lucidità, proprio come in fondo è sempre stato: al suo turbinio di pensieri e parole non sa (non vuole?) applicare restrizioni. Così, per esempio, spera che alle figlie crescano le tette il più tardi possibile, perché non vorrebbe vederle sessualizzate, oppure si lascia andare a battute al limite del penoso («I love your titties, ‘cause they prove / I can focus on two things at once»).

In generale ye mostra contemporaneamente tutti i limiti del Kanye West come persona attraversata da profondi disagi, ed in parallelo l’estro artistico tra i più evidenti e sinceri degli ultimi quindici anni. Ci risulta impossibile scindere le due anime di un artista, abbracciate come sono in un solo corpo, eppure sarebbe un errore anche pensare che non siano distinguibili: hanno consistenze diverse, spessori diversi. Kanye sembra voler cercare un filo che le riannodi, o quantomeno le tocchi entrambe, provando a fare i conti forse per la prima volta con quel che lo tormenta, lasciando da parte ogni maschera. O, in realtà, scegliendo di indossarne un’altra.

Probabilmente non sarà mai quel che vorrebbe essere, ma in fondo non potrà mai essere nient’altro che Kanye West.

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