Bologna la rossa, la grassa, la dotta. Tre epiteti puntuali e perfetti per un simile calderone di stati ed istinti, morbidamente adagiato ed avvolto nella pianura più verde, messa lì a cornice del suo caldo rosso dal profumo medievale, quasi a placarne il fermento incessante, la sua energia degna del Sangiovese più corposo ed intenso.

Bologna è tale nelle parole di uno dei principali pilastri del cantautorato d’autore nostrano, nella vocalità grave di uno dei suoi simboli culturalmente più imponenti, nelle quali ritroviamo fotografata, in un’istantaneità priva di variabili temporali, la sua genuinità più concreta, la sua sostanzialità profonda, priva di filtri, forse oggi irrimediabilmente perduta. Francesco Guccini, modenese doc classe 1940, è una delle manifestazioni esemplari del potere plasmante di questa feconda terra di provincia, una delle sfaccettature più vivide della sua anima profonda, vigorosa, una fervida espressione del suo carattere possente ed antico. È nel decimo album del cantautore, Metropolis del 1981, che il buon Francesco indossa le vesti di un atemporale menestrello coinvolto ed immerso in un viscerale rapporto con il capoluogo felsineo, ritraendo, con l’abilità propria del suo essere linguista, la sostanza più pura di questo, controbilanciandone ad arte le sue più ataviche contraddizioni con parole cariche di un’emotività velata di un disarmante romanticismo. È una narrazione in piena regola quella di Guccini, cantastorie a sua detta di volgari natali, un’enumerazione attenta delle doti, degli stereotipi e dei difetti di una terra metamorfica. Un brano, quindi, che si caratterizza come una vera e propria cronaca bolognese, che ci conduce per mano per i vicoli a raggiera del suo centro storico, vagando circolarmente fra i suoi caratteristici e pressoché tentacolari portici, visti dal cantautore emiliano come le cosce prepotenti, abbondanti, attraenti ma al contempo materne della rossa Bologna, una chiassosa, abbondante, volgare matrona, adagiata con le sue forme burrose sui suoi caratteristici colli.

Bologna vista dalla Torre degli Asinelli. Fonte: Maria Chiara Cionfi

Con l’inconfondibile profondità della sua cadenza Guccini ci regala perciò un’immagine quasi felliniana di questo luogo nella sua innata femminilità, disegnandola metaforicamente come quell’ombelico di tutto che trascina ed include noi avventori nella sua coralità godereccia, a tratti volgare. Quella immortalata dai versi di Guccini è una Bologna serratamente ammantata dal suo personale provincialismo, ma, al contempo, culturalmente elevata, un reale luogo della mente che permette, proprio attraverso questa sua bassezza di facciata, di liberare, in una catarsi intellettuale bagnata da copiose bevute, gli sprazzi della più intima poesia.

Piazza Santo Stefano, Bologna. Fonte: Maria Chiara Cionfi

Questo capolavoro della più alta produzione cantautorale di casa nostra ci trascina quindi così, morbidamente, nella storia passata e presente di questa donna emiliana di zigomo forte, partendo dal suo passato papale condito ad arte dalla sua più pura goduriosa componente, suo elemento focale, forse addirittura primordiale, di certo inscindibile dalla sua natura. È un brano che perciò regala un ascolto epifanico, rivelatore. Mostra infatti, a tratti addirittura con crudezza, l’essenza stessa di questo capoluogo nella sua apparente veste di spoglia mondanità, nella sua goliardia, nel suo osare, nel suo elevarsi, quindi, nella sua definitiva affermazione di ricca signora che fu contadina, nella sua personale consapevolezza. Guccini riesce quindi così, più di ogni altro, con la sua incredibile abilità di artigiano della parola, in un’opera pressoché impossibile, ovvero nella completa identificazione tra parole, per natura volatili, ed un concreto spazio fisico, intriso di finitezza, progresso e decadenza, lasciando che Bologna ci si attacchi addosso senza remora alcuna, in quel qualcosa di inspiegabile ed impercettibile legato a quella sentimentalità del suo ricordo in odor di passato.

La Finestrella di Via Piella. Fonte: Maria Chiara Cionfi