Finisce finalmente il silenzio dei Beirut a tre anni di distanza dal loro ultimo lavoro in studio, il fresco quanto timidamente accolto No No No, pubblicato nel 2015 dalla label indipendente britannica 4AD. Si parla in questo caso inoltre di aria nuova, anzi, più precisamente di quell’aria di casa nostra che spesso ricerchiamo agognandola in ogni dove, nell’altrove, nei meandri della memoria. A quanto pare il progetto dallo spiccato sapore balkan folk partorito nel 2006 dal sublime eclettismo dello statunitense Zachary Francis Condon, non solo accontenta questa bramosia, ma la realizza in grande stile: stiamo parlando di Gallipoli, LP di imminente uscita pensato, creato e solo parzialmente realizzato proprio nella nostra cara quanto dimessa penisola.

È stato proprio il Salento con le sue cariche atmosfere saline e barocche l’elemento creativo scatenante di questo ritorno alla discografia internazionale, che vedremo prodotto ancora una volta da Gabe Vax, storico collaboratore del producer francesce Nicolas Vernhes, patron e fautore del successo di gran parte della scena indie a stelle e strisce, basti pensare fra i tanti alla sperimentazione degli Animal Collective. Gallipoli perciò appare fin da subito come un progetto vagamente sui generis rispetto ai suoi precedenti, fattosi carne tramite un processo che si è snodato nel tempo in una vorticosa triangolazione fra i suoi personalissimi punti cardinali: New York, Berlino ed appunto la nostrana, ma così curiosa in questo contesto, Gallipoli.

Beirut. Fonte: Skiddle

All’interno del suo percorso più che decennale con ben quattro album alle spalle, la band originaria del New Mexico non ha mai celato difatti la sua passione viscerale ed innata legata alla dimensione intima del viaggio, come ci testimoniano dall’ormai piuttosto lontano 2006 tutti quei loro titoli legati a diversi luoghi e località disparate, simbolo evidente dello spirito integralmente gipsy di tutti i suoi membri, di Condon ovviamente in primis.

Beirut. Fonte: BBC

Già con la morbidezza di Postcards From Italy, contenuta nell’ottimo esordio Gulag Orkestar (2006, Da Da Bing Records), si assaporava già il principio di quel legame unico, velato di malinconia, permeato di ovattata nostalgia, capace non solo di stimolare le corde più recondite dell’estro di Zachary ma di riportarlo a distanza di anni nei luoghi, nei profumi e nei sapori di quell’Italia ancora in grado di ispirarlo. E di ciò la band ha reso tutti noi completamente partecipi tramite un dettagliato quanto emotivo resoconto sul proprio sito ufficiale, una sorta di ricostruzione della vera e propria genesi di Gallipoli come album nella sua integrità attraverso un’umana, minuziosa analisi dei perché e dei per come si sia arrivati alla sua nascita.

Una sera ci trovammo per caso nella cittadina medievale di Gallipoli e seguimmo una band di ottoni in processione dietro a preti che portavano la statua del santo patrono tra le strette vie del paese, seguiti da quella che sembrava l’intera città. Il giorno seguente scrissi in una sola sessione, facendo pausa solo per mangiare, il brano che sarebbe diventato “Gallipoli”.

Ci si prospettano davanti quindi delle ipotetiche sfumature tutte italiche nel loro stile già così contaminato dalla world music in maniera quasi ormai inevitabile: attendiamo ulteriori notizie sul rilascio di un’effettiva data di uscita, nel frattempo prepariamoci con i calendari.

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