Dopo averlo scoperto qualche tempo fa durante un concerto in acustico, abbiamo intervistato Ivan Tonelli, aka Urali, cantautore e musicista romagnolo davvero interessante. I suoi brani scorrono sull’orlo della drone music e dell’ambient, ma senza abbandonarsi mai al puro suono. Il nuovo album, Ghostology, uscito a gennaio per To Lose La Track, è stato probabilmente il progetto finora più ambizioso di Ivan che ci ha raccontato dell’esperienza di scrittura “in collaborazione” e delle ispirazioni che l’hanno stimolato per questo lavoro.

 

Prima di parlare del tuo (vostro) nuovo disco, parliamo un po’ della genesi del progetto Urali. Come (e quando) è nato il tuo desiderio di esprimerti attraverso la musica?

Più che di desiderio di esprimermi tramite la musica parlerei di esigenza vera e proprio. Da quando ho memoria ho sempre avuto bisogno di dire le cose che sentivo o che avevo vissuto, credo di aver scritto la mia prima orribile canzone in quinta elementare. Così che è nato il progetto Urali cinque anni fa, non avevo più una band ma avevo delle canzoni e dei suoni in testa e il bisogno di metterle in un disco. Cosa poi fosse di preciso Urali credo di averlo capito solo a registrazioni concluse.

 

Perché Urali? È inteso come confine (geografico), come luogo montuoso… O semplicemente per la suggestione del termine?

Tutte le cose insieme direi. La catena montuosa degli Urali è un confine naturale sui quali si sono sviluppati svariati ecosistemi, attraversando il continente da nord a sud. In più sono successe un sacco di cose misteriose da quelle parti (tipo questa: https://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_del_passo_di_Djatlov). Il nome si presta bene all’idea di come vorrei fosse la mia musica: non lineare, varia, imponente e anche un po’ misteriosa.

La copertina di Ghostology

Tra i tuoi ascolti (che abbiamo spulciato su DLSO) abbiamo scoperto molte e sfaccettate cose; e in effetti quello che proponi – musicalmente parlando – non ha confini ben definiti o un’appartenenza stringente ad un genere (ed è un punto di grande forza); come credi di esserci arrivato?

Non è stata una cosa decisa a tavolino, ho semplicemente messo insieme tutte le cose che mi piacciono senza curarmi troppo se fossero in antitesi tra di loro. Bisogna però aggiungere che la percezione di come suonino gli album è davvero soggettiva. Ho avuto pareri davvero discordanti: c’è chi mi ha detto che l’ultimo album è troppo vario, chi ha detto che è sorprendente, chi mi ha detto che è dolce e chi mi ha detto che è tamarro. Per me, anzi per noi visto che non l’ho scritto da solo, è “solo” la colonna sonora della storia che volevamo raccontare e una per raccontare una storia devi tenere conto della dinamicità di essa e questo si riflette nelle varie atmosfere che percorrono i brani.

 

Sempre a proposito della tua musica: Ghostology ha una gestazione condivisa, a differenza dei tuoi dischi precedenti. Com’è stato arrangiare i brani non più in solitaria?

E’ stato sicuramente più difficile ma anche più stimolante. L’idea di partenza dell’album era più complessa rispetto ai dischi precedenti e necessitava di una scrittura più articolata e di più colori e sfumature che da solo non sarei riuscito a ricreare. Scrivere il disco in questa maniera è stata anche l’occasione per suonare con il mio migliore amico Dimitri, forse l’unico batterista che conosco in grado di capire ogni cosa che mi salta in testa (non solo musicalmente).

Urali live @ Giardini Luzzati, Genova.

 

Ghostology ha come protagonista un personaggio femminile (raffigurato nella copertina curata dal collettivo bolognese Ufficio Misteri) che ad un certo punto ritrova la memoria. Ci parli di questa protagonista?

A onor del vero il personaggio femminile è un’intelligenza artificiale. La cosa principale è che ha subito delle violenze di varia natura sin dal giorno in cui è “nata”. Preferirei lasciare all’ascoltatore farsi un’idea di come potrebbe essere senza influenzarlo. Anzi ti dirò di più, neanche io so bene come sia, ho messo insieme delle suggestioni e degli episodi che mi sono immaginato, senza tratteggiare i contorni di questo personaggio in maniera definita.

Sarebbe una grande soddisfazione se chi ascolta il disco e legge i testi vi si ritrovasse o anche se riscontrasse una totale dissonanza con quello che la protagonista sente, subisce o fa.

 

Oltre a non essere più un lavoro autobiografico è, per certi versi, un po’ più politico. Sbagliamo?

Diciamo che le due cose convivono all’interno dei brani, se non partissi dal mio vissuto suonerebbe tutto insincero, almeno alle mie orecchie. Ho cercato di riflettere su cosa succede quando si prevarica l’altro, sulle vessazioni e anche sulla violenza di genere, sui segni che questa lascia e su come la nostra società non riesca a staccarsi da certi codici di comportamento. Non volevo fare un manifesto femminista – sono un maschio bianco ed etero, sarebbe puro mansplaining – ma solo riflettere sulle cose di cui sopra, anche per migliorarmi come persona, se vuoi.

 

Per te che rapporto c’è tra arte e realtà? Si descrivono a vicenda, si guardano senza toccarsi… O cos’altro?

Penso che possiamo parlare di arte se rispetta determinati requisiti: prima di tutto l’atto creativo deve essere sincero, sentito e genuino. Credo poi debba descrivere la realtà da un punto di vista inedito o quantomeno sforzarsi di cambiare prospettiva rispetto a quello che è stato detto, fatto e visto fino a quel momento e giocoforza si è artisti se questo confine lo si valica. Non basta padroneggiare una tecnica per essere artisti. Occorre sempre, in ogni periodo storico, riflettere sulla realtà che viviamo tramite l’arte o conoscerne altre attraverso questo mezzo.

 

Abbiamo avuto l’occasione per ascoltarti dal vivo in solo, con la tua chitarra classica: che rapporto hai con questo strumento?

Vorrei avere tempo di prendere lezioni seriamente per diventare un maestrino o cose del genere. Mi ci sono avvicinato e poi abbandonato grazie a Mark Kozelek e a Phil Elverum, il primo la suona come un chitarrista classico vero mentre il secondo ne fa un uso totalmente punk.

 

Per concludere vorremmo chiederti qualche consiglio cinematografico da abbinare all’ascolto di Ghostology: abbiamo l’impressione che tu possa averne qualcuno, data la tua passione per il cinema…

Ah! Sono molto contento di questa domanda e ti risponderò con un bel listone di film che ho guardato mentre stavamo scrivendo:

– Ex Machina e Annihilation di Alex Garland

– Akira e Memories di Katsuhiro Ōtomo

– Arrival di Dennis Villeneuve

– Primer di Shane Carruth

– Westworld la serie di Jonathan Nolan

– Moon di Duncan Jones

– The Sticky Fingers of Time di Hilary Brougher

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Urali live @ Giardini Luzzati, Genova

 

Le foto presenti in questo articolo sono di Marta Rosellini.
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