Franco Battiato è da sempre figura enigmatica ed ermetica del mondo della musica italiana. Vuoi per posa, vuoi per sua vera natura, il cantautore siciliano ha segnato con i suoi testi ermetici e le sue sperimentazioni sonore la storia della canzone pop del nostro paese. La sua carriera ha inizio nell’ambiente milanese, sotto l’ala di Giorgio Gaber, per poi intraprendere strade rivolte alla ricerca, non solo stilistica ma anche filosofica. Ed è proprio da questo periodo di profonda sperimentazione, iniziato con il primo album Fetus (1971) e che attraversa tutti gli anni 70, che iniziò a prendere forma la carriera che porterà l’artista siciliano a diventare noto. Sulle Corde di Ares (1973) è un lavoro completamente dedicato al minimalismo e contiene influenze orientali, il seguente Clic (1974) vira invece sulla musica d’avanguardia contemporanea e anticipa un lavoro fortemente sperimentale come M.elle Le Gladiator (1975). Sono questi anni durante i quali Battiato si costruisce una fama di stravagante musicista, per certi versi anche molto criticato dal pubblico, che faticava a comprenderne le sperimentazioni o – più semplicemente – non concepiva certi atteggiamenti come presentarsi sul palco con un registratore, far suonare musica incomprensibile ed andarsene, lasciando gli spettatori con un palmo di naso.

La copertina di “L’era del cinghiale bianco”

Quest’anno, però, corre il quarantennale dall’uscita di quello che è stato probabilmente l’album più importante della sua carriera: L’Era del Cinghiale Bianco segna infatti un punto di avvicinamento con il pubblico, complici anche melodie e suoni maggiormente fruibili e contemporanei ad un periodo che stava facendo i conti con la new wave e il post-punk. Per festeggiare questo anniversario, come è ormai consolidata abitudine un po’ per tutti, il 19 luglio sarà pubblicata una ristampa in edizione speciale e con materiale inedito di questo disco che condensa influenze mistiche, filosofie orientali ma anche una visione della contemporaneità (di quella e della nostra, se si ascolta bene) lucida e tagliente. Nelle sette tracce dell’album veniamo sballottati tra i ritmi della batteria (suonata, tra l’altro, da Tullio De Piscopo) e le melodie a tratti ossessive che fanno da contrappunto a una forma canzone che ha, ad ogni modo, contorni meno labili del passato ed è quindi più fruibile e accattivante; eppure, quasi di sorpresa, veniamo come respinti indietro a seguito di questo primo approccio di pancia, sentimentale: fiumi di parole ci scorrono in contro, immagini che paiono inafferrabili (e che talvolta lo sono davvero, come in Luna Indiana).

“L’era del cinghiale bianco” è, dopotutto, già di per sé un titolo fortemente ermetico: usando termini che presi singolarmente hanno per noi un significato, si fa riferimento a qualcosa che ci è ignoto. In verità il titolo del disco fa riferimento ad un mito Celta, secondo il quale l’era del cinghiale bianco era l’epoca della Conoscenza Assoluta. L’album ha così una doppia faccia, o meglio ha la profondità che è propria delle opere d’arte: sulla superficie l’atmosfera a tratti rock, più diffusamente orientaleggiante, ci trasporta ad apprezzarne l’originalità o quantomeno la novità rispetto al conosciuto (sensazione, questa, che nel 1979 doveva essere senz’altro amplificata da una cultura musicale molto meno sviluppata nell’ascoltatore medio); scendendo più in profondità, poi, veniamo a contatto con la parola ed il linguaggio di Battiato: tutto fuorché un cantastorie, l’artista catanese tratteggia piuttosto situazioni ed immagini che sono come sospese nel tempo, fluttuanti ed assolute. Non a caso è proprio da questo lavoro che comincerà a delinearsi con maggior chiarezza la capacità di declinare le proprie sperimentazioni musicali secondo schemi meno ermetici ed estranianti e, parallelamente, di rendere accattivanti concetti esotici fino – in seguito – all’esagerazione anche nella percezione comune, che s’è quasi arresa ad una densità di significato troppo grande da deglutire e ha preferito stemperarla con imitazioni, ironia e quant’altro.

Così Battiato è diventato col tempo la parodia di sé stesso, mai tuttavia con cattiveria o odio: semplicemente con la consapevolezza, da parte del pubblico, di arrendersi di fronte a qualcosa che a tratti ha dell’incomprensibile o del misterioso. Dopotutto, in realtà, è proprio questo che ancora oggi affascina della musica di Franco Battiato e, in particolare, di questo disco che invecchia benissimo.

Franco Battiato in una foto d’epoca (autore sconosciuto)

 

 

Immagine di copertina: © Franco Battiato
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