55 anni fa Bob Dylan aveva la stessa identica fame di oggi. Quando fu scoperto dal coraggioso John Hammond, un produttore della Columbia Records che aveva intravisto in lui “il continuatore di una lunga tradizione, quella del blues, del jazz e del folk”, Robert non si fece sfuggire l’occasione. Entrava e usciva da locali come il Café Wha?, il Gaslight, territorio di Dave Van Ronk, e il Folklore Center, “la fortezza della musica folk americana”. Ma in fondo anche lui, come chiunque altro a quei tempi, nutriva nel profondo il desiderio di firmare con una major. In Chronicles, vol 1 Dylan ricorda come non riuscisse a capacitarsi di essere stato scelto, nonostante l’impopolarità del genere da lui praticato: “La musica folk era considerata un rottame, roba di scarto, pubblicata solo da piccole etichette. Strettamente riservate all’élite, le grandi compagnie discografiche si dedicavano a musica già depurata e pastorizzata”.

Ma che tipo di musica era la musica folk? “Erano canzoni che la gente si passava di mano in mano”. L’album infatti consta di 13 tracce, ma solo due, Talkin’ New York e Song to Woody, sono brani originali scritti da Dylan. Il resto sono pezzi della tradizione folk e blues, o canzoni tradizionali arrangiate da artisti a lui contemporanei, come la House of the Risin’ Sun di Dave Van Ronk. Quest’ultimo si risentì leggermente dell’appropriazione indebita, ma ebbe la sua rivincita due anni dopo, quando il brano diventò famoso per la cover degli Animals. Dylan non poté più eseguire live la canzone, perché il pubblico si era abituato alla versione degli Animals e pensava che la sua fosse una cover, e non il contrario.

All’estrema sinistra, Dave Van Ronk (fonte: www.freakoutmagazine.it)

Quando c’è in ballo un patrimonio culturale trasmesso oralmente e senza paternità certa, è difficile – se non inutile, proprio per questo motivo – pronunciarsi sulla moralità e sulla qualità dell’apporto aggiunto dall’artista. Questo vale soprattutto nel caso di Dylan, che nel 1962 era sicuro che non avrebbe fatto il colpo grosso e che si sarebbe tenuto a vita quel cappellino à la Woody Guthrie: “Molti artisti cercavano di mettere in mostra sé stessi, non la canzone, ma quello non era il mio modo di fare. Per me veniva prima la canzone”. Ad ogni modo Bob Dylan costò alla casa discografica solamente 402$ e fu un fiasco commerciale. 55 anni dopo, precisamente il prossimo 31 marzo, sempre per la Columbia uscirà Triplicate, primo triplo album di Dylan, contenente 30 versioni di classici della canzone americana. La parte più cinica di noi penserà sicuramente a una mossa commerciale di pessimo gusto, soprattutto per un artista fresco di premio Nobel per la letteratura (otto milioni di corone svedesi – quei 402$ sono ormai un ricordo lontano). Dopo 55 anni è possibile non avere più niente da dire? Dopo 55 anni uno come lui può permettersi di pubblicare a sfregio un facsimile, invece di un’opera originale? O forse Bob Dylan è rimasto sempre lo stesso: continua a rendere omaggio ai musicisti che lo hanno formato, ad interrogarsi sul rapporto tra una cultura considerata morta e una contemporanea, viva e consacrata da un Nobel, ma da molti bistrattata. Bob Dylan non ha certo bisogno di Harold Hupfield o di Cy Coleman e Carolyn Leigh per poter brillare di luce riflessa, visto che quegli artisti per noi oggi sono praticamente sconosciuti. Differente l’operazione eseguita da band – da quelle che si esibiscono alle sagre di paese a quelle che passano su BBC Radio 1 – che spesso giocano la carta della cover per non finire nel dimenticatoio.

Bob Dylan nel 1961 (fonte: www.esquire.com)

55 anni fa Bob Dylan aveva la stessa identica fame di oggi. Nel 1962 viveva a casa di due amici, Ray Gooch e Chloe Kiel, che diventarono i suoi principali pusher di letture. “In quel luogo il peso della letteratura era schiacciante”, ricorda Dylan: Sofocle, Alessandro Magno, Ovidio, Tacito, ma anche Dante, Machiavelli, Rousseau. L’opera di Tucidide è quella che gli rimarrà più impressa: “Era stata scritta 400 anni prima di Cristo e spiega come la natura umana sia sempre nemica di ciò che è superiore. Tucidide racconta in quale modo le parole, ai suoi tempi, avevano acquistato un significato ben diverso da quello ordinario, come le azioni e le opinioni si possono modificare in un batter d’occhio. È come se niente sia cambiato dalla sua epoca alla mia”.

Dai maestri dell’Occidente ottocentesco, come Maupassant, Hugo, Dickens, Honoré de Balzac (“fa morire dal ridere”), ai russi Puškin, Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, di cui visiterà anche la vecchia tenuta. Tra i poeti prediligeva Byron, Shelley, Longfellow e specialmente Poe: “Imparai a memoria Le campane di Poe e provai a ricavarci su una melodia sulla chitarra”. Spazio anche ai versi del nostro Giacomo Leopardi: “Le parole de La vita solitaria di Leopardi sembravano uscire dal tronco di un albero come sentimenti disperati, indistruttibili”. Sul sonetto On the Late Massacher in Piemont di John Milton: “Era come i versi di una canzone folk, perfino più elegante”.

Al di là dei romanzi, delle poesie, o delle biografie di sovrani e dei trattati come Della guerra di Clausewitz, la vera passione di Dylan sono i racconti e le short stories: “In passato non ero mai stato troppo appassionato di libri e scrittori, ma mi piacevano le loro storie. […] Luke Short e i suoi mitici racconti western, Jules Verne e H. G. Wells erano stati i miei preferiti, ma era accaduto prima che scoprissi i cantanti folk. In una canzone racchiudevano un libro intero, tutto in poche strofe”.

Giovanissimo, gracile e sfrontato, ma credibile anche quando cantava di morte e dolore: sono almeno tre le reinterpretazioni presenti in Bob Dylan che hanno come tema la morte, fisica e spirituale: In My Time of Dyin‘, Man of Constant Sorrow, Fixin’ to Die. Sono tracce che diventeranno anche le più famose del suo repertorio. Il divario con i giovani d’oggi è desolante, se solo pensiamo alla recentissima performance sanremese di un Michele Bravi, che nella serata cover ha portato La stagione del tuo amore di Franco Battiato. Di Bob Dylan ne nasce uno ogni 37 secoli, ma Bob Dylan era Bob Dylan già nel 1962. Qualcosa in più comunque dovette scattare in lui in quei mesi di formazione culturale.

“Persa l’abitudine di pensare in termini di canzoni brevi, avevo cominciato a leggere poesie sempre più lunghe per vedere se riuscivo a ricordarle dall’inizio alla fine. Esercitavo la mia mente, mi ero liberato di certe mie abitudini che tendevano alla depressione e avevo imparato a darmi una regolata. Lessi tutto il Don Juan di Byron, concentratissimo dall’inizio alla fine. Anche il Kubla Khan di Coleridge. Cominciai a ficcarmi in testa poesie impegnative di tutti i tipi. Avevo la sensazione di essermi sempre tirato dietro un vagone vuoto che solo adesso cominciavo a riempire, ragione per cui dovevo tirare con più forza”.

Di qui a A Hard Rain’s A-Gonna Fall, capolavoro che fece piangere anche Allen Ginsberg, il passo è così breve, che è impossibile non sentire i brividi, perché sappiamo fin dove riuscirà a portare quel vagone.

Bob Dylan fotografato in una libreria di Greenwich Village (fonte: www.douglasrgilbert.com/Bob_Dylan)