La scena musicale si può dividere, a grandi linee, in due macrocategorie. Da una parte ci sono gli artisti sperimentatori, alchimisti del pentagramma intenzionati a brevettare e studiare formule mai banali per incantare sé stessi e il pubblico. Dall’altra, invece, ci sono quei gruppi che a stento abbandonano una comfort zone egregiamente conquistata. I Black Keys ne sono un pratico e piacevolissimo esempio.

Il duo di Akron, Ohio formato da Daniel Auerbach e da Patrick Carney si contraddistingue per le sonorità tra garage e blues, quel ritmo travolgente ed incalzante diventati ormai un marchio di fabbrica inconfondibile. Il loro ultimo capolavoro Turn Blue, sebbene riesca a conservare una patina di naturale bellezza evergreen, risale a circa cinque anni fa. Nel corso del proprio processo creativo, la band aveva già pubblicato altri sette album quali The Big Come Up (2002), Thickfreakness (2003), Rubber Factory (2004), Magic Potion (2006), Attack & Release (2008), Brothers (2010), El Camino (2011). Questo lustro interminabile somigliava all’endpoint definito e invece il 7 marzo scorso in rete è sbocciato un nuovissimo ed inaspettato singolo, Lo/Hi.

Il pezzo è imprescindibilmente e chiaramente in linea con l’impronta delle due chiavi nere: potente ed orecchiabile, aggressivo e sensuale, rock e pop allo stesso tempo, con i suoi soli due minuti e cinquantasette secondi riesce ad essere sia una hit da radio che una traccia poco mainstream da ascoltare durante una corsetta in solitaria, per godere appieno del fuoco dell’Ohio. Piace, convince, fa strike e, come previsto, alimenta delle aspettative senza una risposta effettiva. Tutto vero: non vola mosca riguardo ad un augurato ritorno sulle scene, si tace pensando ad un album work in progress.

Ma non finisce qui. C’è solo una piccola e flebile indiscrezione consolatoria secondo la quale i Black Keys sarebbero tra i possibili headliner della versione 2.0 di Woodstock prevista per quest’estate. Sempre voci interne dichiarano che la line-up potrebbe essere costituita anche dai Killers, Miley Cyrus, Jay-Z , Imagine Dragons e Chance the Rapper. Staremo a vedere cosa bolle in pentola (ma qui avevamo già provato a riflettere sulla portata di un evento così leggendario).

Nell’attesa di piccanti novità, abbiamo provato a ricostruire una brevissima storia discografica di uno dei gruppi più memorabili delle ultime due decadi: vediamo insieme da dove sono partiti i Black Keys e come sono arrivati fin qui.

 

The Big Come Up (2002)

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Il disco d’esordio dei The Black Keys guadagna un bel sette su dieci, sbaragliando la concorrenza di debuttanti che spesso arrancano già dalla prima tracklist messa sotto etichetta (in questo caso la Alive Records). Così come il successivo Thickfreakness, The Big Come Up fu interamente registrato nello scantinato del batterista Patrick Carney utilizzando un registratore ad 8 tracce dei primi anni ’80. Dal repertorio di The Big Come Up, più che discreto e privo di imperdonabili défaillance, abbiamo selezionato Leavin’ Trunk e Yearnin: la prima è la cover di un classico del blues, mentre la seconda custodisce la grinta di quegli acerbi e genuini Rolling Stones che già nei primi tempi incantavano ed ammaestravano la platea. Pezzi poco conosciuti ma che vale decisamente la pena di aggiungere al proprio bagaglio musicale.

La copertina di The Big Come Up

 

Thickfreakness (2003)

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊 e ½/10

Solo sei e mezzo per il secondo album di Dan e Pat, pubblicato nell’aprile del 2003. Non è esattamente quello che volevamo: fin dal primo ascolto risulta fin troppo morbido, lento, forse lontano dagli standard a cui eravamo stati abituati. Perle nascoste: Midnight In Her Eyes e I Cry Alone.

La copertina di Thickfreakness

 

Rubber Factory (2004)

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊 /10

Così come per The Big Come Up, anche il terzo lavoro in studio Rubber Factory merita un sette pieno. Sound deciso, carattere monolitico, presenza scenica dura da scalfire hanno reso quest’album uno dei motori a propulsione per la carriera dei Black Keys. I due brani scelti da noi, Just Couldn’t Tie Me Down e Keep Me, sono rocce grandiose, pezzi goderecci da gustare col giusto appetito. Curiosità: Rubber Factory fu registrato in una fabbrica abbandonata nella cittadina natale di Dan e Pat.

La copertina di Rubber Factory

 

Magic Potion (2006)

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊 e ½/10

Con Magic Potion si fa un atletico salto di qualità. Pubblicato per la Nonesuch Records, rivela una nuance intimistica necessaria a questo punto di una carriera artistica. L’estetica inizia ad essere essenziale, gli instrumental sono puliti. Meglio lasciare le velleità agli altri, questo hanno pensato probabilmente i Black Keys. E hanno scommesso bene, acchiappando un posto nel firmamento e tenendoselo stretto. Pillole consigliate: You’re The One e The Flame

La copertina di Magic Potion

 

Attack & Release (2008)

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊 e ½/10

Un otto e mezzo felliniano ad Attack & Release. Manca davvero poco per ottenere un en plein di meriti e gloria. Il quinto album della band, prodotto da Danger Mouse, è bello come poche cose presenti sul mercato musicale. Va dritto al punto, di netto, mira al cuore e non lascia scampo. Difficile rimanere inermi dopo il primo ascolto, se ne esce sconfitti a mani basse ma terribilmente convinti di aver dato dell’ottimo cibo alle proprie orecchie. Se riuscirete a non essere coinvolti da Strange Times e Same Old Thing, giuriamo di regalarvi una medaglietta d’onore.

La copertina di Attack & Release

 

Brothers (2010)

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/ 10

Per il sesto album Brothers vale lo stesso discorso del precedente. È composto da quindici tracce, una più formidabile dell’altra, tanto da fargli vincere Grammy Award come miglior album di musica alternativa. Nulla è lasciato al caso, tant’è che la pellicola termica che riveste la superficie del disco fa sì che questo cambi colore in base alla temperatura circostante. Compiti per casa: assaporare Too Afraid To Love e Ten Cent Pistol.

La copertina di Brothers

 

El Camino (2013)

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/ 10

Anche per El Camino non possiamo che spendere parole più che positive. Otto su dieci per il secondo lavoro in studio vincitore di un Grammy: nel 2013, infatti, si aggiudica il premio per la categoria Miglior album rock, oltre a essere nominato per l’Album dell’anno. È un Re Mida, conquista il pubblico mondiale in un battibaleno. Tracce incredibili, fra tutte Stop Stop e Mind Eraser, pezzi campioni che dovete includere nelle vostre prossime playlist. Assolutamente.

La copertina di El Camino

 

Turn Blue (2014)

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/ 10

Il 13 maggio 2014 esce l’ottavo album dei Black Keys. Signori, a questo punto della corsa qualsiasi cosa da dire risulterebbe superflua, pedante. Con Turn Blue si grida a gran voce al capolavoro. Noi, dal basso della nostra ingenuità, vi suggeriamo di mettere play su In Time e 10 Lovers. Siate liberi di tradirci, non ponetevi limiti, amate quest’album, toccatelo coi sensi da cima a fondo. Il piacere è più che garantito.

La copertina di Turn Blue

 

Dan e Pat, ora sta a voi fare la prossima mossa.

Noi aspettiamo e ci godiamo Lo/Hi. Siete dei nostri?

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