Avevamo già parlato di lui in occasione del live dello scorso anno al Largo Venue di Roma e fremevamo all’idea di poter un giorno fissare sulla nostra carta virtuale qualche perla dallo spiccato sapore capitolino firmata Giancane, al secolo Giancarlo Barbati. Bene, quel giorno è arrivato poco meno di una settimana fa, portandoci a sbobinare una quarantina di minuti di puro flusso confidenziale in cui non ci siamo limitati nello scandagliare il Giancane autore quanto il Giancarlo uomo, così intriso della sua viscerale romanità.

Quello che ci siamo ritrovati davanti è stato un serrato scambio di battute con questo produttore, fonico e cantautore privo di peli sulla lingua, nella musica quanto nella vita. Ecco quindi il nostro personale ritratto di Giancane attraverso quest’intervista dai toni quantomai autentici, da definirsi più come una chiacchierata fra amici di vecchia data che come un vero e proprio appuntamento editoriale. Con tanto di Toto-Sanremo, scommesse alla Snai, insonnia e spoiler ghiotti sui prossimi pezzi in cantiere.

 

Partiamo dal tuo ultimo lavoro in studio, Ansia e Disagio, uscito nel novembre del 2017 per la Woodworm Records. Per noi di Artwave è possibile definirlo come l’album di un ideale menestrello del malessere tutto capitolino e non solo. Quanta terapia c’è dentro le sue 11 tracce e quanto la tua tipica romanità ha contribuito per farla emergere?

Ansia e Disagio è una terapia al cento per cento. Ho sicuramente un modo tutto mio di tirarlo fuori questo fattore terapeutico, ma il suo prodotto finale altro non è che un escamotage per eviscerare tutta l’ansia e il disagio che mi porto dietro e dentro. In realtà sono un tipo un po’ timido, anche se non si direbbe. Quando invece sono sul palco perdo qualsiasi tipo di filtro e vado come un treno.

Le tracce invece le ho scritte tutte nel corso di due anni, cercando di metterci dentro tutto ciò che mi premeva dire, ho spinto molto sul fattore psicologico. Sono sempre stato generalmente un soggetto ansioso, ma dopo Ansia e Disagio ora sto meglio, forse. O forse no, non lo so! (e ride di gusto).

Ho cercato quindi di non farmi nessun tipo di paranoia nel portare avanti questa sorta di processo catartico per arrivare ad incanalare il contenuto che volevo fissare nelle tracce, nessun tipo di filtro o preconcetto. Ho buttato tutto fuori, e la romanità mi ha ovviamente aiutato. Sono nato e cresciuto a Roma, sono un romano doc e da questa romanità ho preso l’attitudine per affrontare certe situazioni e tematiche. Ci sono atteggiamenti che sono intrinseci nelle persone che abitano questa città. Guarda il nostro modo di ridere sopra alle cose, l’ironia e il saracasmo alla romana: quello ce l’ho di natura!

Qui c’è soltanto disagio
Mi crei soltanto disagio
La vita è solo disagio
Quello che mi regali
È ansia e disagio.

Giancane e il murales simbolo del quartiere Testaccio. Fonte: Indie Dischi

Con l’uscita di Ansia e Disagio possiamo affermare che il tuo nome si è consacrato definitivamente all’interno della dinamica quanto eterogenea scena romana. Come si è sviluppato al suo interno il tuo percorso, a partire dall’embrionale progetto live Bella Chicco (dove il live set prevedeva l’uso esclusivo di strumenti e giocattoli per bambini), passando per Il Muro del Canto fino ad arrivare al Giancane solista? Come ti senti collocato in questo panorama?

Il mio percorso da musicista in realtà si è svolto in maniera assolutamente naturale e spontanea, nulla era o è mai stato messo in programma. Tutto è nato da sé ed in modo completamente autonomo, nonostante sia stato comunque abbastanza complesso. Bella Chicco era un esperimento: un live set elettronico con protagonisti i giocattoli per bambini della Bontempi e della Chicco (da qui il nome del progetto, ndr), che solo da organizzare ogni volta era una bella impresa: aprire i giocattoli, fare le uscite per poi poterli amplificare… Poi durante un live li ho rotti tutti, mi è rimasto un solo superstite!

Ad un certo punto ho però realizzato di saper suonare discretamente la chitarra e ho pensato: “vediamo se con la chitarra va meglio”, e mi ci sono buttato anima e corpo.  E nello stesso periodo di questa mia epifania è uscito fuori Il Muro del Canto, un progetto simbiotico durato nove anni iniziato quasi per scherzo. Però nel mentre non mi sono mai fermato, ho sempre fatto anche altro. Posso dire che è una vita (ed è meglio che non ci penso che sennò mi prende a male!) che faccio parallelamente anche il fonico e il produttore e che quindi oltre che sui miei di dischi metto le mani anche su quelli degli altri. Mettiamoci poi che per il mio mestiere sono per forza di cose tenuto a conoscere tecnicamente tantissimi aspetti della fonia ed è anche questo che mi porta a volermici divertire nel fare musica, al giocarci il più possibile, a sperimentare.

Per quanto riguarda la scena romana invece non riesco davvero a collocarmici dentro. Tra le mie componenti il cantautorato c’è e si sente forte, quindi in linea di massima nella sua parte più cantautorale mi ci potrei anche inserire ma è forse proprio quest’appellativo che a me non piace. E pensando poi ad altre scene.. beh, quelle non ci sono più! (e ride di nuovo). Il punto è che mi seguono le persone più disparate, vado bene al punk che poga sottopalco come allo sfegatato del cantautorato all’italiana più fedele alla linea, quindi senza pensare alle possibili etichette di genere continuerò a fare il mio sul palco. Perché la mia dimensione è quella live, ho bisogno del palco. Sono due mesi che mi sono fermato dal tour e già vorrei ripartire.

Giancane. Fonte: Ravenna Today

Il tuo stile è dissacrante, amaro, irriverente, polemico. Ansia e Disagio, come il precedente Una Vita al Top è un concentrato di malessere inserito un uno stile ben delineato dalle forti derivazioni country, da molti definito come Folk’n’Roll. Quali sono le influenze che hanno portato alla forma finale del tuo progetto solista?

Secondo me di default il mio genere è molto semplice. C’è di mezzo di certo la componente folk, però bisogna aggiungerci i NOFX, Bob Beaton, gli 883 e una bella dose di trash: li mescoli insieme ed ecco che esce fuori Giancane. Ed è forse la componente trash quella più importante, il trash quando lo si prende e lo si inserisce in qualcos’altro dev’essere ben definito. Insomma, quando si scherza bisogna essere seri.

Queste in soldoni sono le influenze, la matrice in fin dei conti è quindi essenzialmente country dato che ho sempre scritto tutto partendo solo da chitarra e voce, ma questa essenzialità non mi bastava. Ho cominciato quindi a chiedere ad amici musicisti di collaborare al progetto nel tempo, arrivando oggi ad essere addirittura in sei on stage. La cosa fantastica sta nel fatto che poi è tutto un processo di pancia, non abbiamo praticamente mai provato in sala. C’è una tale libertà e fiducia sul palco che ognuno è libero di sperimentare quanto e come vuole. A prescindere quindi dalle possibili influenze che mi hanno ispirato fino ad oggi non c’è nessun canovaccio di base: quello che conta davvero per Giancane è la sinergia che si crea fra noi sei durante i live. Questa è la cosa che più mi fa impazzire.

Giancane: Fonte: Noisey Symphony

Parlando delle tue tematiche chiave, la misantropia è uno dei marchi di fabbrica del Giancane autore. In cosa consiste e da dove parte il tuo processo compositivo e quanto giochi su questo lato della tua personalità? Quanto è reale l’odio diffuso per i bambini e per quelli che, almeno noi romani, tendiamo ormai a definire come “vecchi di merda”?

In realtà me la prendo soprattutto con me stesso, ogni tanto mi do pure fastidio da solo… Quindi più che prendermela con gli altri il mio è un bisogno di prendere le distanze da sé stessi.

E per quanto riguarda i bambini, posso solo dire che il mio odio è rivolto verso i genitori stronzi (dobbiamo per caso edulcorare i toni? commenta ridendo). Loro poverini nascono senza colpe, quelle sono a carico esclusivo di chi li genera invece. Se il genitore sbaglia anche il figlio a mio avviso è ovviamente destinato a crescere sbagliato: per questo io non ne faccio!

La stessa cosa vale per i vecchi, non odio tutti i vecchi, soltanto quelli che appartengono alla categoria appunto degli stronzi. Essendo ormai io in un’età di mezzo, perché alla fine mi appropinquo inesorabilmente alla vecchiaia di merda pure io, penso di potermelo permettere di categorizzarli così.

Mi ci sento già proiettato, sarà per il fatto che purtroppo o per fortuna ci ho da sempre sguazzato nella vecchiaia essendo cresciuto con mio nonno. Diciamo che per certi versi sono nato e cresciuto vecchio: le vacanze erano rigorosamente in Riviera Romagnola e le giornate scandite da partite interminabili a pinnacolo o a scala quaranta. La vacanza ideale a sette anni per me era la pensione completa a Punta Marina Terme, vicino Ravenna, e vai col tango. Posso quindi dire di essere già stato in pensione, ed ora sto solo forse regredendo verso l’infanzia come una sorta di Benjamin Button di periferia. Sto sperimentando lo strano caso di Giancarlo Barbati (e a riguardo gli abbiamo consigliato una collaborazione papabile con i Manetti Bros).

Vi odio finché non sarò anch’io un vecchio di merda.

 

Per quanto riguarda Il Muro del Canto, è uscito lo scorso 19 ottobre per la Goodfellas il loro ultimo album, L’Amore mio non more, a due anni di distanza dal terzo lavoro in studio Fiore di niente. È un album nostalgico ed emozionale, che ritrae ad arte una Roma in piena decadenza. Puoi parlarci di come hai vissuto la nascita di questo album dal punto di vista di un Giancane spettatore esterno a Il Muro del Canto?

Posso dire che è uscito lui (L’amore mio non more), ma sono uscito anche io. Il mio allontanarmi dal progetto è stato come vivere sulla propria pelle la fine di una relazione, ma in modo completamente consensuale. C’è stata l’assoluta consapevolezza di aver dato tutto il possibile quanto l’accorgersi che la storia è finita ed è inutile continuare ad accanirsi per farla continuare ad ogni costo. La separazione quindi non è stata traumatica, in quanto stata dettata dal rendersi conto di voler sperimentare altro, ritagliarsi il proprio spazio, ed essendo ormai chi più o chi meno alla soglia dei quarant’anni ci si è accorti che il tempo a disposizione è sempre meno e che la necessità di dedicarsi ad altri progetti diventa sempre più impellente.

Quindi lasciare Il Muro del Canto è stato quasi un atto d’amore: sapevo quanto continuare con loro questo percorso quasi decennale potesse essere impegnativo e quanto ormai Giancane fosse ciò che volevo portare avanti. Non avrei più avuto la possibilità di essere presente come avrei dovuto e voluto ed essendo stato questo progetto la cosa più duratura e longeva della mia vita (a parte mia madre) glielo dovevo. Di certo non posso dire se sarà per sempre, ma ad ora le cose stanno così.

Giancane live @ L’Officina. Fonte: Music Coast To Coast

A lungo hai portato avanti in parallelo la sfera solista e quella collettiva e corale con Il Muro del Canto. Quanta fatica costa per un artista tenere attivi due progetti così ambiziosi e quanto allo stesso tempo è vitale continuare ad investirci?

Ne costa tanta, ma finché si riesce a far camminare di pari passo queste realtà diverse ne varrà sempre la pena. Il problema con Il Muro del Canto però è infatti stato proprio questo: l’impegno e la sua gestione. Quando uscirono le date del tour non potevo partecipare a più della metà perché impegnato in studio o nell’organizzazione dei live di Giancane e non mi sarebbe sembrato giusto nei loro confronti continuare in parziale assenza. In realtà il realizzare di non essere più con i ragazzi fa tanto effetto anche a me: vederli live sarà come vedersi da fuori in una sorta di esperienza extra-corporea o più semplicemente come lasciare la ragazza e rivederla a distanza di tempo. Ho infatti avuto più difficoltà a separarmi da loro che a troncare una qualsiasi relazione sentimentale. È stata dura, ma il mio gesto è stato capito. L’amore di Giancane per il Muro non more.

 

L’ultimo appuntamento nella Capitale è stato lo scorso 20 novembre al Nuovo Cinema Palazzo di San Lorenzo insieme a Zerocalcare. Cosa dobbiamo aspettarci da Giancane e quando ti rivedremo live?

Quella al Nuovo Cinema Palazzo è stata un’esperienza live che ripeterei altre mille volte, perché è uno dei posti del cuore a cui sono legato a filo doppio, soprattutto perché di posti del genere nella Capitale ce ne sono sempre meno.

Per rivederci live dovremmo però aspettare l’estate, ma sicuramente nel frattempo farò uscire qualche pezzo dato che fermo non so stare e soprattutto so quanto rischio di cadere nella noia non suonando. Un pezzo che doveva essere incluso in Ansia e Disagio è ufficialmente in canna, assieme ad un’altra trentina di tracce che forse non usciranno mai e rimarranno nei meandri dello studio, chissà!

Ad aprile invece farò un altro evento simile a quello dello scorso 20 novembre sempre con Zerocalcare però a Milano e a Torino, due città che amo per i live e che onestamente mi sono mancate, e poi arriverà l’album. Dopo un anno in giro e più di cento date per l’Italia voglio solo scrivere e stare fermo per un po’ in studio, anche se poi mi annoio a star fermo e non vedo l’ora di ripartire.