Otto anni fa il cuore pulsante della nostra grassa, dotta e rossa Bologna ha smesso per un momento di battere. Non parliamo certamente di un motivo futile, quindi, quanto invece della dolorosa scomparsa di uno degli esponenti di punta di quel cantautorato colto e raffinato ormai, di questi tempi, inesorabilmente perduto per sempre.

Ci riferiamo, ça va sans dire, ad un ben noto mostro sacro, il compianto Lucio Dalla, felsineo DOC classe 1943, scomparso il primo marzo del 2012: una dipartita che facciamo ancora fatica a digerire vista la maestosità della sua carismatica e altissima produzione, della sua umanità dirompente ormai ammantata in quell’amaro sapor di passato di gucciniana memoria.

Cosa resta oggi, a più di 2.900 giorni dalla sua morte, della grandiosità di Dalla? Oltre alla sua fisionomia altamente iconica, marcata a fuoco nella nostra memoria a lungo termine da alcuni dettagli indimenticabili, quali la sua barba perenne, i suoi occhiali leggeri e tondi, come anche, e soprattutto, il suo inseparabile zuccotto di lana spessa, ciò che rimane, immortale, imperitura, impassibile alla transitorietà carnale è la sua musica.

Lucio Dalla. © La Presse

La musica di Lucio, così coinvolgente, emozionante, emotiva, di una rara levatura fatta di sperimentali derivazioni jazz e di tutto il sapere che un polistrumentista del suo calibro e del suo eclettismo poteva, con classe, farvi confluire con estrema semplicità, come fosse davvero un gioco da ragazzi, un semplice divertissement.

La base dalla quale Dalla gettò le fondamenta di quella che sarebbe stata un’inaspettata carriera lunga cinquant’anni fu, appunto, la matrice jazz: Lucio si formò a livello embrionale nelle orchestrine jazz dei ruggenti anni ’60. Una scelta inconscia, forse, ma quanto mai acuta se vista nella prospettiva potenziale di divenire, poi, uno degli autori italiani più versatili e brillanti di sempre.

Quest’uomo nato sotto il segno dei pesci, per dirla alla Venditti, è stato in grado, forse senza saperlo, di abbracciare ed esaltare al meglio anche le sue mere caratteristiche zodiacali: quando si parla di Dalla non ci si riferisce esclusivamente ad un musicista, ma ad un poeta di prim’ordine, in grado di manifestare, nella sua miscellanea perfetta di parole e musica, universi differenti e spesso alieni, come l’impegno politico e il sentimentalismo notturno.

Lucio Dalla in uno storico scatto di Luigi Ghirri. © Luigi Ghirri

Dalla è stato, perciò, un vero e proprio dono per la discografica puramente nostrana, capace di dare ai tempi uno scossone vitale a quell’italico panorama musicale già nel pieno corso della sua parabola discendente, soprattutto nell’arco di anni dal 1970 al 1980: la sua poesia vestita di bizzarra ironia quanto di smisurata emotività è, quindi, oggi, forse la cosa che ci manca di più, in un contesto dove tali esercizi di stile sembrano essere stati addirittura mai sperimentati.

Dalla, ad oggi, resta quindi soprattutto un sopraffino innovatore: parliamo di un eccellente clarinettista e di un performer canoro di rara stravaganza, rimasto negli annali per aver introdotto nel nostro Paese tecniche vocaliche del tutto misteriose ed insolite ai tempi: il pensiero vola diretto al suo tipicissimo vocalizzo scat, alle sue disarmonie e a quel sound degno di un funk primordiale in chiave puramente black. Sì, perchè proprio questa potrebbe essere un’altra definizione del nostro Lucio: non solo l’anima bolognese per eccellenza, ma anche la nostra primissima anima soul, il nostro James Brown all’emiliana per intenderci. Gino Paoli, suo talent scout ante litteram, ci vide davvero lungo.

Avanguardista, eccentrico, beatnik: tutto questo era Lucio, altresì noto come uno dei più grandi provocatori dei tardi anni ’60, i nostri anni del boom e del trionfo smodatamente borghese che egli mirava, con la sua arte e con la sua tipica fisicità, a minare ad arte. Lucio adorava essere fuori da qualsiasi schema normativo imposto, se ne infischiava dello stile, dell’estetica e di qualsiasi canone precostituito. Proprio il suo essere fuori dal coro, l’essere la nota stonata nel bel canto del Bel Paese, è stato, a nostro avviso, il suo più alto punto di forza.

Lucio Dalla e il suo inseparabile zuccotto. ©  La Presse

Lucio era, quindi, dotato di quell’eccentricità dirompente, disarmante, per la quale ancora oggi lo ricordiamo: uno dei primi, veri, alternativi nella scena culturale e musicale italiana. Non dimentichiamoci, infatti, a parte tutti i successi immortali che ne hanno costellato l’intensa carriera, alcuni episodi eccezionali degni di essere citati per la loro straordinarietà e stravaganza di fondo.

Era il 1966 in quel di Sanremo, e Dalla si presentò sul palco con la bislacca, onomatopeica Paff… bum addrittura con quei leggendari degli Yardbirds, padri del rock in chiave blues in salsa britannica. Per non parlare dell’anno successivo, il 1967, anno in cui fece da spalla all’idolo rock per eccellenza, Jimi Hendrix, al Piper di Milano. Dalla non era un tipo qualsiasi, era piuttosto un Re Mida capace di rendere oro ogni cosa toccasse, e chiunque, come abbiamo potuto poc’anzi sperimentare, era in grado di accorgersene, fino al giorno in cui il sipario calò sulla sua esistenza.

A tre giorni di distanza dal suo compleanno, il 1 marzo 2012 Lucio chiuse gli occhi per sempre, a Montreaux, in Svizzera, stroncato da infarto. Alla vigilia dei suoi 69 anni e nel corso di un tour più che soddisfacente, l’evento della sua morte fu un fulmine a ciel sereno, la fine di un’era, un dolore per tre delle nostre generazioni condannate alla sua assenza e alla consapevolezza della potenza del ricordo.

Chissà, chissà domani su che cosa metteremo le mani, si chiedeva il nostro Lucio. Il futuro è incerto, come nella sua Futura: la certezza che oggi abbiamo, però, è che lui, alla fin fine, sarà mai scomparso davvero.

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