La notizia della morte di Mark Hollis è arrivata in un lampo, paradossalmente facendolo ricomparire dal suo esilio ormai ventennale dal mondo della musica. La sua scomparsa lo ha rivelato fugacemente, per l’ultima volta, come se un bagliore per un istante lo avesse strappato al buio. Questa rivelazione – in inevitabile coincidenza con la sua dipartita – è stata l’occasione per molti di ricordarlo, per alcuni di scoprirlo, per altri di ridurlo a “leader della band pop anni ‘80 dei Talk Talk” (vi basti googlare “mark hollis” e ne avrete un discreto campionario).

Certo, è stato anche questo. I Talk Talk raggiunsero un successo incredibile a metà di quel decennio, sull’onda di hit come It’s My Life e Such a Shame, vendendo milioni di copie col disco It’s My Life. In un’epoca nella quale la musica cominciava ad abbracciare mercati sempre più grandi che premiavano molto più la forma della sostanza, anche il loro pop-rock di stampo britannico venne inglobato nel vortice della fama, etichettato e (s)venduto per poterne trarre il massimo profitto. Un maelstrom al quale però Hollis in primis si oppose con la volontà di non seguire i facili richiami di un successo fugace, valorizzando la propria creatività e cercando di essere qualcosa di nuovo. Le parole che ha scritto in questi giorni Lee Harris per ricordare il leader della band sono, in questo senso, rivelatrici soprattutto in questo passaggio:

Era, ovviamente, un genio. Imponeva regole ferree per la costruzione musicale, che pochi erano in grado di capire all’epoca. Ma noi pensavamo fosse divertente, e siamo diventati abili nell’uso del “bottone rosso”. Niente era garantito, nemmeno la sua voce. Creare qualcosa di “nuovo” era l’obiettivo.

Lee Harris has asked me to post this message from him about Mark Hollis' passing :'Tears-Rivers-Oceans'have not been…

Pubblicato da Spirit of Talk Talk su Mercoledì 27 febbraio 2019

E in effetti questo “qualcosa” comincia a delinearsi nella discografia dei Talk Talk forse fin dal principio, quando però la vena synth-pop prevale di molto sulle sperimentazioni. The Party is Over, il primo album del 1982, è un perfetto figlio della new wave che si stava evolvendo in forme pop, vicino per sonorità ai coevi Depeche Mode di Speak and Spell e Leave in Silence. Il disco seguente, It’s My Life segue la medesima falsariga, assicurando (come accennavamo in precedenza) un successo internazionale sull’onda di singoli scala-classifiche rimasti ancora oggi a fare da portabandiera della musica anni ‘80.

The Colour of Spring (1986) segna, se non un punto di svolta, quantomeno una presa di posizione indirizzata da qualche altra parte. Le maglie della canzone pop tout court si fanno più larghe, lasciando trasparire in controluce una ricerca stilistica più raffinata e in un certo senso più lenta, meno immediata. Il risultato è un lavoro pur sempre easy-listening nel quale non mancano le hit di successo (Living in Another World e Life’s What you Make it su tutte), ma che ha altresì marcati riflessi che svelano ricerche melodiche meno prevedibili sia nella voce sia nell’arrangiamento: April 4th e Chameleon Day si sviluppano sospese in uno spazio parallelo, quasi un trip hop seminale la prima, pura destrutturazione la seconda.

Il video di Life’s What You Make It è uno dei più belli della produzione della band.

È questa sospensione il solco nel quale si muoverà la band (termine quasi improprio, in realtà, data la preponderanza del contributo di Hollis) per produrre i successivi Spirit of Eden (1988) e Laughing Stock (1991) quelli che sono unanimamente considerati i loro capolavori. Due dischi, questi, che sembrano come ascesi ad un altro livello: i brani si diluiscono, crescono, vivono e abbandonano del tutto le vesti pop, arrivando per qualcuno a gettare i semi delle evoluzioni post-rock che cominceranno a germogliare alla fine del millennio.

Eden.

Forse è proprio qui che Mark Hollis ha cominciato a scomparire. Il suo appeal discografico (da lui sempre rifiutato) si era dissolto in dischi che dal punto di vista commerciale non avevano la minima possibilità di assicurare guadagni appetibili per una major (la EMI, che infatti li scarica non senza qualche screzio e colpo basso come una raccolta non autorizzata dalla band). È proprio da questo punto che Mark inizia ad eclissarsi, volontariamente prima che per decisioni altrui.

Un’ascesi probabilmente tutt’altro che mistica, della quale non si sa granché, data la riservatezza da lui sempre mantenuta; una scomparsa, come quella definitiva e terribile di questi giorni, anch’essa illuminata fugacemente da un disco eponimo pubblicato nel 1998. Mark Hollis si delinea con delicatezza oltre il proprio tempo, ha la capacità – mantenuta intatta dopo vent’anni – di essere atemporale, in aperto contrasto con le stesse prime produzioni dei Talk Talk, destinate invece a restare incastrate in un decennio che pare una cella per chi vi ha trovato un briciolo di notorietà. Il lavoro solista di Mark Hollis è un cantautorato con gemme jazzistiche al proprio interno, che svanisce così com’è comparso riportando nel buio la figura dell’autore, ma che permette di assaporare in otto brani buona parte del valore artistico dell’artista londinese. Ha la capacità, insomma, di rischiarare per un istante il buio, di colmare per un attimo il vuoto, riportando Mark Hollis al presente. E forse in questo il titolo non poteva essere più azzeccato.

Così Mark se n’era già andato via, per scelta, da un tempo sempre più fatto su misura per le star e dal quale il suo essere impermeabile ad ogni fama lo aveva protetto, ma questa dipartita è la più dolorosa per ovvi motivi: umani ancor prima che artistici. Non ha risuonato nelle stanze affollate del web, non ha mosso le folle a commozione e lacrime (come quella di altri grandissimi della musica ha fatto), eppure la scomparsa – l’ultima – del cantautore britannico lascia un vuoto che resterà silenzio.

The Colour of Spring.

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