Matteo Faustini, classe 1994, un amore smisurato per la musica e tanta voglia di farcela. Il cantautore bresciano dopo la sua partecipazione a Sanremo Giovani con Nel bene e nel male, non si è fermato. Ha un pubblicato un album che ci porta direttamente nel mondo di Harry Potter e Alice nel paese delle meraviglie, ma soprattutto è di nuovo in radio con Vorrei (la rabbia soffice).

In questa intervista ci racconta la sua quarantena, il suo amore per il mondo delle favole e il suo nuovo singolo.

Cover album Figli delle Favole

Matteo Faustini – Cover album Figli delle Favole

Come hai passato e stai passando questi mesi di solitudine forzata e di quarantena?

Nasco come pantofolaio, quindi in realtà non mi è dispiaciuto rimanere a casa, perché quella è la mia dimensione. In generale ho cercato di circondarmi di positività, perché credo che a sua volta ne attragga altra e ho trasformato, quindi, questo disagio in qualcosa di bello: scrivere nuovi contenuti e nuove canzoni. Insomma, sempre avanti col sorriso.

Sei passato dalla frenesia e dai ritmi sanremesi alla vita da pantofolaio. Come hai vissuto quell’esperienza? Speravi in qualcosa di più bello o non ha deluso le tue aspettative?

Qualcosa di meglio sarebbe stato passare il turno, però è stato meraviglioso ed è stato un privilegio enorme poter cantare il mio pezzo davanti a tutte quelle persone e sul palco di Sanremo. Le aspettative hanno superato la realtà e neanche dopo aver sfregato la lampada di Aladino, il genio sarebbe riuscito a fare di meglio. Sono molto grato che in questa mia vita sia successo tutto questo, sia le cose belle che quelle un po’ meno felici; non credo nel caso e penso ci sia un motivo per tutto quello che succede.

A Sanremo hai portato un brano molto importante per te. Hai scelto “Nel bene o nel male” per le sue tematiche e per il suo testo o perché credevi che questa canzone fosse più forte musicalmente delle altre?

Ho scritto Nel bene e nel male nella mia cameretta senza pensare a Sanremo e, forse, se avessi saputo di andare alla kermesse, avrei scritto qualcosa di più melodico e forse più pop. In realtà però credo molto nei contenuti e come tutti i brani che ho composto anche Nel bene e nel male è nato per esprimere un bisogno fondamentale in questa vita.

Dopo l’esperienza sanremese hai pubblicato il tuo album “Figli delle favole”. Hai scelto il mondo delle favole perché quello più vicino alla realtà ti faceva paura anche prima della pandemia?

Non ho scelto io il mondo delle favole, ma è stato quel mondo a scegliere me. Le favole raccontano ciò che ci circonda in tutte le sfumature possibili: ci sono i buoni, i cattivi, ma anche la morte. Mi hanno insegnato tanto e ho scelto di prendere quei valori con i quali sono cresciuto e di utilizzare quelle metafore per comunicare messaggi in cui credo tanto.

Parlare di qualcosa come le favole può sembrare semplice, ma non lo è. Tu l’hai fatto in un modo molto intelligente giocando soprattutto con le parole. Hai mai pensato di cadere nel banale o in brani acchiappa-ascolti?

Prima di scrivere questi brani e utilizzare il mondo delle favole mi sono posto tante domande e ho avuto paura di cadere nel superficiale. In realtà, però, parto da un concetto molto semplice: se devo morire, voglio essere me stesso in tutto e per tutto. Cerco sempre di esprimere contenuti e ciò di cui ho bisogno di parlare, anche col pericolo di essere una goccia nel mare del pop.

Qual è la favola o la storia Disney che preferisci? E, parlando di musica e cartoni animati, la tua colonna sonora preferita?

Me ne vengono in mente tantissime, ma in realtà più che un cartone animato o favola preferita, ho un personaggio che amo: il Gobbo. Mi identifico in lui. Voglio bene a lui, ma soprattutto alla sua gobba che in realtà non è sua, ma di chi gliel’assegna. Avevo un carattere simile al personaggio che vive nella cattedrale di Notre Dame, ma adesso sono totalmente cambiato. Dalla cattedrale sono uscito, ho visto il mondo e sono contento. Di colonne sonore te ne citerei più di cinquanta, da Mulan ad Anastasia (anche se non è Disney), ma anche in questo caso vince Il gobbo di Notre Dame e la sua Via di qua che ho sempre cantato a squarciagola.

Nel percorso per “uscire dalla cattedrale” sicuramente la musica ti ha aiutato tantissimo. In “Si lei è” hai scritto che come in Harry Potter la bacchetta sceglie il mago, nel tuo caso è la musica che ti ha scelto. Quando è successo?

Ero un diciottenne e, come tanti altri, stavo vivendo un momento molto difficile. Lo dico sempre: se la musica non ci fosse stata, io non sarei stato qui a parlare con te. Le voglio veramente bene perché ha fatto veramente la differenza e continua a farla in tutti i modi possibili: dal teatro alla tribute band di Michael Jackson, fino ad arrivare a Sanremo.

Parliamo del tuo ultimo singolo che, in questo periodo, sta passando in radio: “Vorrei (La rabbia soffice)”. Me lo racconti? E perché l’uso del condizionale?

Questo brano è il mio primo figlio ed è quello a cui tengo di più, perché ci sono tutti i miei vorrei e la rabbia soffice è una di quelle cose che desidero ottenere più di ogni altra cosa. Nella vita riesco a dire qualche bugia, ma nella musica non ci riesco e questa canzone ne è veramente un esempio. Ho scritto tutte quelle qualità che mi piacerebbe possedere per diventare un essere umano migliore e per rendere il mondo un posto più vivibile. Il condizionale è d’obbligo perché sono tutti quei vorrei che mi piacerebbe trasformare da desideri in realtà, anche se l’impresa è decisamente ardua. Non vedo l’ora di farla ascoltare dal vivo al pubblico che segue la mia musica.

Tu sei un maestro di scuola elementare e hai a che fare con i bambini che si affacciano sul mondo. C’è un “vorrei” che desideri insegnare a trasformare in un “voglio” o in un “ho”?

Vorrei che riuscissero a inseguire i propri sogni, solo se hanno bisogno di quel sogno. Quando hai bisogno di un sogno è diverso di quando lo fai perché ti riesce bene o di quando gli altri ti dicono “sei bravo”.

È una bella storia quella che hai raccontato con “Figli delle favole” e tutte le storie hanno il famoso lieto fine: le principesse hanno il loro principe azzurro e la Sirenetta, per esempio, ha avuto le sue gambe. Qual è il lieto fine che ti auguri e auguri a tutti?

Ciò che auguro a me stesso e agli altri è di lasciare il mondo in un modo migliore di come l’abbiamo trovato, grazie alle nostre scelte e alle conseguenze che ne derivano.

Immagine di copertina: ufficio stampa © Marco Piraccini
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