Quando leggiamo Miles Davis, leggiamo “Jazz”. Al netto di un movimento che ha contribuito a costituire una vera e propria cultura in tutto il mondo, il nome del trombettista di St. Louis amplifica la storia del jazz del quale è stato non solo brillantissimo esecutore ma, soprattutto, un innovatore rivoluzionario. Se oggi abbiamo un’idea di cosa sia il jazz, grandissima parte del merito è di Miles, il quale è riuscito a sintetizzare la storia del genere e a dargli al tempo stesso nuove sfumature. Nel suo principale capolavoro, ‘Kind of Blue’ (1959) getta le basi di una rivoluzione che supera gli anni del bebop, un tipo di jazz molto basato sull’improvvisazione e sulla tecnica.

Imparare dai migliori

Davis nasce a St. Louis il 26 maggio del 1926. Fin da giovanissimo inizia a suonare la tromba in molti complessi, arrivando a condividere il palco addirittura con Charlie Parker, padre nobile del bebop e uno dei più grandi sassofonisti di sempre. Parker è senza dubbio un altro dei mostri sacri del jazz e la giovinezza passata insieme a lui offre a Davis la possibilità di crescere esponenzialmente dal punto di vista musicale e – grazie al suo talento purissimo – a farsi conoscere nella scena.

Quando nel 1948 decide di lasciare l’orchestra di Parker, Davis si unisce a due arrangiatori bianchi, Gill Evans Gerry Mulligan coi quali continua a perfezionarsi e a perfezionare il bebop.Birth of the Cool’ (1948) è un disco nel quale il parossismo tipico del genere viene raffreddato con improvvisazioni meno veloci, ma al tempo stesso più incalzanti a livello tonale. Una strada, questa, che Davis aveva già intrapreso da tempo e che lo porterà ad avvicinarsi ad una nuova idea di jazz, che sarà alla base di ‘Kind of Blue’ e della trasformazione grazie alla quale darà vita quella rivoluzione.

Oltre il virtuosismo

Il jazz era stato, fino a quel momento, una creatura mutevole e dalle molte forme. Dalle band che nei primi del ‘900 suonavano nel retro dei bar, rifacendosi a tradizioni musicali popolari caraibiche, fino alle orchestre swing che negli anni trenta imperversavano con composizioni molto più strutturate e “ballabili”.

Poi è arrivato, come abbiamo detto, il bebop, figlio di una generazione di musicisti neri che voleva ridefinire la cultura jazz afroamericana che in quegli anni era stata “colonizzata” da molti artisti bianchi. Il bebop era quindi un jazz estremamente tecnico, rigidamente ancorato a regole di improvvisazione che seguivano una struttura e una sequenza di accordi sulla quale il solista dava sfoggio del proprio virtuosismo. Ma Davis aveva in mente qualcos’altro.

Il bebop, infatti, pur se all’apparenza così ostentatamente improvvisato, si basava su una struttura complessa e rigida che obbligava l’esecutore a restare dentro certi limiti definiti da una sequenza di accordi che cambiavano velocemente. La rivoluzione messa in piedi dal trombettista insieme al pianista Bill Evans ha molto di tecnico, ma si manifesta appieno anche all’orecchio di un ascoltatore non avvezzo al genere.

Miles dentro la leggenda

Nel 1958 il quintetto messo insieme da Davis, dopo vari cambi di elementi, è ormai diventato un sestetto: Miles alla tromba, John Coltrane al sax tenore, Cannonball Adderley al sax alto, Jimmy Cobb e Paul Chambers (alla batteria e al contrabbasso) e Bill Evans al piano.

L’album ‘Milestones’, uscito quell’anno, contiene una traccia – la title track – che inizia a sintetizzare questo nuovo modo di intendere la composizione e l’improvvisazione. L’armonia (ovvero l’accompagnamento, semplificando molto) è più vaga rispetto agli standard del tempo, e lascia maggior spazio di manovra alla melodia dei solisti. Anche in seguito al grande successo di questo disco, Davis – già ritenuto tra i più grandi jazzisti – si convince che quella intrapresa è una strada da percorrere fino in fondo. Basandosi sulla musica modale, ovvero l’improvvisazione su una serie di scale (dette appunto, tonali), anziché seguendo gli accordi. ‘Kind of Blue’ è la perfetta espressione di questa filosofia.

‘Kind of Blue’

L’anno successivo, quindi, riunisce i suoi per registrare altre composizioni. È così che prende forma e vita ‘Kind of Blue’: in due sole sessioni di registrazione e senza avere un’idea precedente di quello che avrebbero suonato, il sestetto segue Davis in cinque composizioni che stravolgono le regole e ne dettano di nuove.

So What, il brano d’apertura, fonda la propria anima sul contrabbasso di Chambers e sul piano di Evans, che aprono la strada ad un assolo di tromba che, dialogando col contrabbasso, disegna melodie efficacissime. Un altro esempio, forse il più avventuroso di improvvisazione modale, è Flamenco Sketches. È un pezzo più “lento”, che riecheggerà in tantissimo del jazz che verrà dopo, ad esempio nelle composizioni di un altro fenomenale trombettista come Chet Baker (con il quale, non a caso, suonerà anche Bill Evans).

Kind of Blue’ è insomma un disco che racchiude all’interno una rivoluzione: magari invisibile, non certo roboante, eppure radicale. Da questo disco, che ha venduto tantissimo, il jazz intraprenderà nuove strade, allontanandosi dal bebop e ispirando decine di artisti anche nel crescente panorama rock. Miles Davis e i suoi musicisti hanno saputo disegnare un panorama inedito e hanno contribuito anche a rendere il jazz fruibile a tutti.

Kind of Blue’ è bello di una bellezza senza tempo, che attraversa tutti i piani di lettura del disco: ottima musica d’ambiente, meraviglioso jazz, sapiente innovazione stilistica.

 

Per approfondire: https://www.dw.com/en/how-miles-davis-remade-jazz-over-and-over-again/a-35903203

 

 

immagine di copertina: Photo by Hulton Archive/Getty Images
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