Dalla pioggia che cade ed urta i tronchi degli alberi con un beat in 4/4 al cavernicolo che incide il muro e genera uno strofinio, è sempre esistita una presenza eterea ed inconsapevole, seppur estremamente affascinante: la musica. Nel corso dei secoli ha assunto connotazioni personalissime e disparate, vestendo i panni dell’amica fidata, della consigliera, della liberatrice e della carnefice, dell’aiutante escapista e della Circe ingannatrice. Ciò che è certo è che rappresenta una parte fondamentale ed essenziale della nostra vita.

Quella di cui parleremo oggi ha il potere di sfondare le barriere terrestri per immettersi nella corsia orbitale senza dare precedenza, percorrendo una silenziosa Route 66 fatta di cieli blu oltremare e piccolissime stelle luminose, lo scenario perfetto per un bacio al chiaro di cosmo tra astronauti romantici. C’è un tizio di nome Jon Hopkins che proviene dall’asteroide B-612, lo stesso del Piccolo Principe, senza rosa ma con un sintetizzatore da amare. È stato il tastierista di Imogen Heap, ha collaborato con Brian Eno, Massive Attack, Herbie Hancock e i Coldplay; non solo: compositore delle colonne sonore di Monsters di Gareth Edwards e di Come vivo ora di Kevin Macdonald, alchimista in fatto di ambient ed elettronica condite da sonorità techno.

Dopo cinque anni dall’ultimo disco full-length Immunity, lo scorso 4 maggio una nebulosa interstellare ha dato alla luce Singularity, il quinto album in studio prodotto dalla Domino Records e sviluppato durante ben diciotto mesi di gestazione, anticipato dal singolo Emerald Rush uscito il 6 marzo. In matematica intendiamo la singolarità come quel punto in cui la certezza canonica di una funzione viene meno, generando una situazione particolare ed esclusiva ed una perdita dei capisaldi, di ciò che si è dato per scontato; talvolta è possibile tendere all’infinito, così come ha fatto Jon, dopo aver avuto la visione della copertina: si è fatto accompagnare nei meandri dell’Universo dalla meditazione trascendentale e dalla psichedelia.

La tracklist è così composta:

Lato A

Singularity – 6:29
Emerald Rush – 5:36
Neon Pattern Drum – 6:07
Everything Connected – 10:30
Feel First Life – 5:33
C O S M – 7:08
Echo Dissolve – 3:21
Luminous Beings – 11:51
Recovery – 5:35

Lato B

Emerald Rush (Edit) – 3:22

Everything Connected (Edit) – 5:52

Singularity (Edit) –  4:27

Il brano d’apertura è quello che dà il nome all’intero lavoro. Dopo i primi due minuti di Singularity (che ricordano, o meglio, lasciano immaginare il suono dei pianeti che si scambiano sguardi e si rincorrono), i piedi sembrano quasi staccarsi dal suolo per intraprendere un’ascesa verso il mistero impenetrabile del buio atmosferico: appare dunque necessario equipaggiarsi di tuta sintetica e casco per l’ascolto sicuro di quest’album. La seconda traccia, Emerald Rush, era stata già resa nota al pubblico come singolo nella radio edit version, ma si conserva preziosa in tutta la sua bellezza grazie alla forma originale contenuta nel disco; è un sound caldo, seppur faccia trasparire il gelo del deserto a tarda notte, ha un ritmo che corre così veloce che quasi si fa fatica a stargli dietro. Complementare al pezzo precente, con Neon Pattern Drum gli astri diventano luci stroboscopiche e si viene catapultati in un qualsiasi club berlinese, sedotti senza remore a ballare fino al nascere del giorno, mentre al quarto posto in scaletta arriva il primo colpo di grazia: i dieci minuti e trenta di Everything Connected sono assurdi, travolgenti e meravigliosi, rappresentano un viaggio che esplora e domina i moti ancestrali dell’astronauta più schivo e atarassico. Rapida, morbida e vellutata appare poi Feel First Life, e l’ascoltatore è quasi invitato a fermarsi e ad ammirare la singolarità del creato, filo conduttore che lo muove e lo segue fedele. Aspetta – sembra dire – resta qui un attimo e siediti a contemplare la grandezza che hai di fronte, la tua piccolezza fisica non ha nulla a che vedere con i portali della tua mente, aperti verso altre dimensioni. Ci si mette a gambe incrociate sul suolo lunare, si aspetta. C O S M si palesa timida alle orecchie del viaggiatore spaziale, l’impressione è quella di non volerlo disturbare dal suo scrutare l’orizzonte.

La copertina di “Singularity” di Jon Hopkins

Chi l’ha detto che il nostro astronauta sia fatto solo di nylon, neoprene e durezza d’animo? Sarà scontato vedere le sue lacrime che sfidano la gravità al suono di Echo Dissolve, con quel piano magico che emoziona e stringe il petto anche ai più burberi che hanno dimenticato come si sogna. L’ottava e penultima traccia, invece, è la più lunga del disco: il suo nome è Luminous Beings e potrebbe costituire un piccolo album a sé stante, se solo volesse, ed è così perfetta e delicata che la fine del viaggio non viene percepita come un trauma brutale, bensì come la giusta risoluzione delle cose. E cosa buona e giusta è Recovery, il recupero necessario per riabilitarsi dopo una nuotata nei mari spaziali lunga più di un’ora. Dopo i secondi di silenzio alla fine della exit track, possiamo toglierci il casco ed asciugarci quell’accumulo di acqua e glucosio che dorme all’angolo destro dell’occhio. Complimenti Jon Hopkins, ci hai fatto proprio innamorare tra le stelle. 

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Brani consigliati: Emerald Rush, Everything Connected, Echo Dissolve.