La più famosa teoria di Marshall McLuhan, sociologo canadese tra i più influenti del secolo scorso, si riassume solitamente in questa affermazione: “il mezzo è il messaggio”. Non è, secondo lui, tanto importante il contenuto, quanto il contenitore. Se questa interessante – e per certi versi rivoluzionaria – visione ha permesso di orientarsi secondo un’ottica innovativa negli studi sulla comunicazione, sembra vacillare non appena proviamo ad applicarla alla più incredibile voce della musica pop degli ultimi quarant’anni. Certo, riesce quasi naturale sussumere l’arte di Tom Waits alla peculiarità irripetibile della sua voce, come se lì dentro vi fosse già tutto e non dovessimo fare altro che immergerci in quelle corde vocali. Eppure non è così: in questo caso il mezzo non fa il messaggio.

By Scott Smith

Dentro le opere del cantautore californiano, si accalcano infatti vicende tremendamente umane di errori e redenzione in scenari urbani, alienati quel tanto che basta da renderli verosimili e al tempo stesso inquietanti. Le sue canzoni sono affrescate da una scrittura che deve molto alla beat generation, della quale riprende un certo gusto per le associazioni di idee e immagini libere, come già nella tradizione sia della prosa che della poesia beat. Inoltre c’è il gusto: quello di Tom Waits per il cantautorato americano si impasta con fortissime influenze swing, blues e persino con qualche sfaccettatura da musical di Broadway. Il tutto legato e amalgamato insieme dal timbro così sporco e irriverente, sciatto e puzzolente che come uno stramboide ubriaco ci spalanca le porte su inferni più o meno privati. Il suo girovagare nelle bettole e tra i banconi è fumoso ma brutale nei primi lavori: Small Change (1976), Foreign Affairs (1977), Blue Valentine (1978) sono accomunati proprio da questo racconto dei disadattati (da parte di un disadattato, per certi versi). In seguito, negli anni ’80, la figura di Waits trova sempre maggior legittimità in questa sua veste da cantore degli esclusi e dei reietti, assurgendo però ad un ruolo se vogliamo più raffinato e meno istintivo: limando gli arrangiamenti, asciugando la sua voce pur sempre calda ed impastata dalla sporcizia dei luoghi chiusi e fumosi.

Swordfishtrombones (1983) e Rain Dogs (1985) sono, probabilmente, i suoi due capolavori. Diventato ormai una vera e propria figura di culto, il nostro può permettersi – e ne ha le capacità – di mutare vesti e forma: in Swordfishtrombones abbandona la strada e diventa quasi un cabarettista, un vero e proprio animale da palcoscenico e anche un arrangiatore sopraffino. I brani così assumono i connotati di piccole sinfonie sgangherate, talvolta addolcite da suoni vagamente esotici, talaltra inasprite da dissonanze. Sono dischi nei quali la centrifuga di commistioni è prepotente ma mai smodata, e i drammi esistenziali delle vite fallite cantati da Waits non sono più qualcosa da ascoltare con curiosità e un briciolo di divertimento, ma lamenti funerei che non lasciano scampo e celebrano la solitudine degli ultimi in un mondo nel quale conta soltanto essere primi. Rain Dogs segna, poi, un ancor più marcato allontanamento dalle atmosfere jazz e swing degli inizi: trasportando la sua musica su binari pseudo-rock dalle tinte accese e le cromie contrastanti, il disco è un concentrato di ambienti funzionali al racconto che via via mette in piedi la penna camaleontica di Waits. In più, a questo disco, collaborano musicisti del calibro di Marc Ribot, Keith Richards, John Lurie, che lo impreziosiscono ulteriormente e confermano come il cantautore sia ormai già diventato un nome di culto.

Tom Waits non solo ha saputo maturare artisticamente, ma l’ha fatto innovando di volta in volta quanto si trovava per le mani e per la voce, modellandolo su un’ispirazione che raramente ha conosciuto passi falsi. In effetti oggi, nel giorno del suo settantesimo compleanno, ci troviamo a parlarne come fosse un alieno venuto in visita sulla Terra, per quanto difficile sia delinearne i contorni e definirne l’opera. Come i più grandi di sempre la sua musica ha contribuito a riscrivere intere aree della canzone d’autore: a lui si sono ispirati innumerevoli artisti, tentando di emularlo, di omaggiarlo, o di portarne avanti l’eredità artistica. Il centro pulsante della sua arte, quella voce così caratteristica, è allora prima di tutto uno squarcio disturbante nella tranquillità delle nostre vite, ci mette a disagio e insieme ci affascina anche solo perché non se n’è mai sentita una simile; in secondo luogo, però, spalanca le porte di una realtà quasi pittorica, dalla quale emergono personaggi e racconti da restare a bocca aperta. Per lo stupore o per la paura.

 

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