Siete odiatori seriali, il body shaming vi diverte e avete bisogno di un luogo dove sfogare la vostra cattiveria immotivata, senza però metterci la faccia? Se prima il bagno di una scuola rappresentava il modo più subdolo e sicuro per insultare un compagno o una compagna di classe, adesso i tempi sono cambiati. Non avete bisogno di un pennarello e di qualche neurone in più, ma solo di un computer, un profilo social e un’intelligenza sotto la media.

“Sei troppo alta, sei troppo bassa, sei troppo magra, sei troppo grassa. Mettiti a dieta, sei una balena. Mangia di più, sembri malata. Hai quelle forme arrotondate perché sei incinta o perché mangi troppo? Sei troppo piatta, sembri una tavola da surf. Non puoi vestirti così, quel vestito è troppo corto. Che vergogna.” Questi sono solo alcuni dei “troppo” che ogni giorno affollano i profili social di gente comune, ma anche di numerosi vip che combattono quotidianamente contro gli hater.

Body shaming: un neologismo di cui avremmo fatto a meno

Se vi ha fatto indignare l’idea che l’accademia della Crusca abbia accettato il termine “petaloso” per esprimere un fiore con tanti petali, spostate la vostra indignazione su neologismi di cui avremmo fatto volentieri a meno. Hater, revenge porn e ultimo, non per importanza, body shaming. Un vocabolo inglese, sicuramente d’impatto ed esemplificativo, quello che mette insieme due parole apparentemente lontane tra loro: corpo e vergogna. È proprio di quella vergogna dettata dagli altri e non da sé stessi, quella di cui parla Billie Eilish nel suo primo cortometraggio in cui combatte contro ogni forma di body shaming.

Billie Eilish e l’impegno nel sociale: dal body shaming ai discorsi sulla salute mentale

Che la Eilish non fosse una cantante frivola e senza valori ce lo aveva fatto intuire già da tempo. L’abbiamo vista esporsi parlando e criticando fortemente i metodi brutali del poliziotto che hanno portato alla morte di George Floyd. L’abbiamo ascoltata quando ha trattato temi quanto mai attuali come il cambiamento climatico. È arrivata ai giovani grazie al suo linguaggio e ha parlato dei disagi che spesso li colpiscono: dalla tossicodipendenza alla salute mentale e al suicidio. Questa volta Billie non sceglie una canzone o un videoclip per far arrivare forte e chiaro il suo messaggio, ma un cortometraggio.

“Not my responsibility”: il motivo del successo

Il titolo del video che avrebbe dovuto accompagnare tutti i concerti, poi rimandati a causa della pandemia è Not my responsibility e ha ottenuto in pochi giorni più di duecentomila visualizzazioni. Il motivo del successo del cortometraggio è presto detto: un tema che tocca da vicino sia la gente comune che cantanti, attori e influencer. Insomma, un tema che rende uguali tra loro la liceale e Chiara Ferragni. Troppo spesso leggiamo tra i commenti alle foto pubblicate dalla Eilish e da tanti altri nomi del panorama musicale e non, parole non legate al valore artistico, ma all’aspetto fisico. La cantante statunitense non ci sta e decide di ribellarsi alla politica dei social “sei famoso quindi devi mettere in conto questi commenti” con un video dalla semplicità disarmante.

Billie Eilish si spoglia da tutte le insicurezze

Billie Eilish non ci ha di certo abituati alla semplicità. Canzoni come When We Fall Asleep, Bad Guy e Bury a friend, non sono diventate hit grazie alla loro facilità d’ascolto, ma solo grazie alla loro portata innovativa. L’abbiamo vista diventare una vera e propria performer nei suoi video, che di semplice avevano ben poco e impersonare sentimenti come la paura e il dolore.

Questa volta, però, niente scene in cui le sanguinano gli occhi o in cui impersona mostri sotto il letto, ma solo semplicità. Billie Eilish si spoglia da tutte le vesti che continuamente le vengano date e lo fa letteralmente. Si spoglia da quella della diciottenne che porta vestiti troppo larghi, da quella che la vede troppo “morbida” e da quella che la vede “troppo bassa”. Insomma, tutto ciò da cui si spoglia è l’insicurezza dettata dai giudizi altrui, per vestirsi di una nuova consapevolezza: quella di non avere colpe per la cattiveria gratuita di chi la colpisce.

Il monologo

Would you like me to be smaller?
Weaker?
Softer?
Taller?
Would you like me to be quiet?
Do my shoulders provoke you?
Does my chest?
Am I my stomach?
My hips?
The body I was born with
Is it not what you wanted?

Mi vuoi più piccola? Più debole? Più morbida? Il mio seno e il mio corpo sono troppo provocanti per te? Il corpo con cui sono nata non è quello che volevi? Domande all’apparenza semplici quelle che Billie Eilish pone a chi decide di cliccare play sul suo cortometraggio. Semplici, sì, ma non banali.

Se Mina cantava “sono come tu mi vuoi”, la cantante di LA decide di essere sé stessa: una diciottenne che ama la musica e si batte affinché ci si focalizzi solo su quella. Va contro chi la definisce troppo poco femminile e la “incolpa” di nascondersi e nascondere il suo fisico dentro abiti plus size. Ma non solo. Va contro chi misura il valore di una donna in base alla lunghezza della sua gonna o alla profondità del suo décolleté o chi decide di avere un’opinione su tutto, anche quando questo parere non viene richiesto. Proprio mentre Billie Eilish scompare in una pozza nera, ribadisce il topic del cortometraggio: Is your opinion of me/Not my responsibility.

Ancora una volta un’artista decide di metterci la faccia, voi odiatori seriali fareste lo stesso?

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