Lo sappiamo: più che maggio, il mese appena passato ha avuto tutto l’aspetto di ottobre, o novembre. Pochi sono stati i giorni di sole, va bene, eppure dal punto di vista musicale è stato al contrario un mese perfettamente primaverile, ricco di nuove uscite che hanno reso meno cupe le giornate passate chiusi in casa. Noi di Artwave ve ne abbiamo raccontate alcune: l’inaspettato esordio di Liberatoil nuovo disco di Daniele Silvestri, quello di Izi… Ma qui di seguito ecco un pratico compendio con gli album da non perdere assolutamente tra i tantissimi che hanno vivacizzato questo maggio grigio. Rigorosamente in ordine alfabetico.

Black Mountain – Destroyer

La copertina di Destroyer (dalla pagina bandcamp della band)

Se il rock è davvero morto i Black Mountain devono essere qualche sorta di zombie sopravvissuti all’apocalisse. In una quindicina d’anni di attività, la band canadese ha inanellato una serie di lavori via via più convincenti, diventando a tutti gli effetti una delle band di riferimento per chiunque volesse fare i conti con le chitarre distorte nei prossimi anni. Il nuovo disco, manco a dirlo, è una nuova ed ennesima prova di spessore: a cavallo tra glam rock anni ’80 e chitarre fuzz, Destroyer” trae ispirazione dalle sensazioni di un viaggio in macchina. Non è facile, bisogna dirlo, far suonare tutto ciò attuale e “al passo coi tempi”: il rischio di arenarsi in un noioso citazionismo rivolto ai passati fasti del rock’n’roll è sempre dietro l’angolo, tuttavia anche questo disco si dimostra solido e vivo. Insomma, se anche il rock fosse morto… Ci vuole ben altro per farlo fuori.

Flying Lotus – Flamagra

Se c’è un nome che possiamo tranquillamente definire iconico nel 2019 è quello di Steven Ellison, aka Flying Lotus. Certo, non si tratta di una popstar universalmente riconosciuta, e nemmeno dell’idolo di ragazzi e ragazze che riempirebbero uno stadio per riuscire ad assistere ad un suo live, eppure il produttore statunitense nel tempo si è guadagnato lo status di vero e proprio punto fermo nel mondo dell’elettronica sperimentale e dell’hip hop, Nel 2011 il suo disco Cosmogramma” ricevette un’accoglienza entusiastica da parte della critica grazie al sorprendente cross-over tra jazz, hip-hop e IDM. Dopo quasi dieci anni e tantissime collaborazioni (Radiohead, Erykah Badu, Kendrick Lamar per citarne alcune) e una produzione solistica che si è interrotta nel 2014 con l’interlocutorio “You’re dead!”, Flying Lotus è tornato con un disco pieno zeppo di suono. Forse troppo, forse un po’ confusionario, questo sì: ma comunque un ottimo ingresso nel suo mondo, che è quello del funk, di un certo gusto “africaneggiante” e misterioso. Poi, va beh, ci sono fior fiore di collaborazioni: Anderson. Paak, Toro Y Moi, David Lynch, Solange… E ci fermiamo qui.

Mac Demarco – Here Comes The Cowboy

Lo strambo video di “Nobody” 

Mac De Marco non ha ancora trent’anni ed è già un classico degli anni ’10. Il suo indie insieme sgangherato e raffinato, unito alla sua stravaganza nei modi e nello stile, hanno raccolto attorno a lui un seguito fedele ed innamorato. Dai tempi di “2” e “Salad Days” ne è passata di acqua sotto i ponti: gli eccessi si sono un po’ limitati (purtroppo?), ma la vena compositiva è sempre quella e il video di “Nobody” lascia intuire che, sotto sotto, anche la pazzia non è del tutto acqua passata. Insomma “Here Comes The Cowboy” ha tutta l’aria di essere un disco della maturità (se così si può dire parlando di De Marco), ma è una maturità giocosa e – pur sempre – ironica ed irriverente.

National – I Am Easy To Find

Ne avevamo parlato qualche tempo fa, del ritorno sulla scena della band di Baltimora. “I Am Easy To Find” è uscito il 17 maggio per 4AD records e ha, ancora una volta, fatto centro. Dopo il precedente lavoro, quello che li ha letteralmente elevati ad una caratura internazionale, non era facile tornare coi piedi per terra. O meglio: continuare coi piedi per terra. Invece, ma non è una sorpresa, il nuovo lavoro di Matt Berninger e soci riesce ad arricchire ulteriormente lo spettro audio (e visivo, data l’uscita in “allegato” di un cortometraggio) della propria produzione. Le storie raccontate dalle canzoni dei National sono quelle di tutti e di nessuno, e in questo disco assumono contorni inediti grazie alla presenza di un nutrito gruppo di voci femminili (tra le quali spiccano anche Sharon Van EttenLisa Hannigan) che fanno da contraltare o, meglio, da perfetto completamento al baritono di Berninger. Un disco lungo, da gustare insieme alla visione del cortometraggio di Mike Mills.

Tim Hecker – Anoyo

La copertina di Anoyo (artwork di Tobias Spichtig)

Dopo il precedente “Konoyo“, il musicista canadese conclude il dittico incentrato sul Giappone con questo disco. A differenza del primo, “il mondo da queste parti” in giapponese, “Anoyo” (che significa “il mondo qui”) è meno aleatorio e più tangibile, nelle melodie orientali suonate da un’ensemble di musica tradizionale giapponese. Non mancano, ovviamente, i droni e il tappeto ambient costruito ad arte da Hecker, che riesce a ritagliare uno squarcio nel nostro tempo e nel nostro spazio, dentro al quale si riversano suggestioni e atmosfere che hanno il fascino della lontananza e dell’inesplorato. Un vero e proprio viaggio senza punti di riferimento e ormeggi.

Tyler, The Creator – Igor

Forse l’ambizione di Tyler è sempre di più quella di avvicinarsi alla figura di Kanye: come approccio, come stile e come tentativo di sopprimere sempre di più la propria vena da rapper in favore di quella, qui decisamente preponderante, da producer. Il risultato è un disco che fa centro, e dopotutto sarebbe sbagliato bollarlo come semplice tentativo di scimmiottare qualcun’altro. Infatti “Igor”, nel suo fluire etereogeneo, senza praticamente ritornelli o frammenti riconoscibili tra un pezzo e l’altro, edifica un risultato al passo coi tempi, da ascoltare in cuffia in treno. Poco importa se non ci sono le hit: perché in questo disco non ce n’era davvero bisogno.

Vampire Weekend – Father of the Bride

Scordatevi i Vampire Weekend degli esordi, col loro indie pop parossistico infarcito da digressioni nella world music e quant’altro. A ben sei anni dal precedente “Modern Vampires of the City” quasi non ci saremmo ricordati più di loro, non fosse per la funzione ricordi di Facebook. Eppure il percorso dei vampiri, con questo nuovo lavoro, si evolve ancora e li porta a raggiungere una maturità artistica notevole, sparpagliata in più di un’ora di pop che a tratti li avvicina alla giocosità dei Beach Boys, con tutti i dovuti distinguo. Insomma un ritorno inaspettato e al tempo stesso ben arrivato: c’è ancora spazio per loro.

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