Tante sono le vite del mondo della musica che in un modo o nell’altro ci sono state strappate troppo presto. Tante sono le voci che hanno segnato un’epoca anche solo in pochi anni di carriera. Tanti sono i cantanti che hanno marcato, nel mondo musicale, un precedente difficile o addirittura impossibile da superare. Una di queste voci porta il nome di Janis Joplin, cantante texana morta a pochi giorni dalla scomparsa di un’altra pietra miliare della musica, Jimi Hendrix.

Era il 1970 quando Janis, a solo un anno dalla sua esibizione in quel di Woodstock, perse la vita per un’overdose. Un triste destino che purtroppo ha accomunato molti artisti. Il mondo quell’anno non ha perso solo una donna così giovane, ma soprattutto un’artista con la “a” maiuscola. Janis non era una di quelle cantanti che oggi potremmo definire “convenzionali”, anzi di convenzionale aveva ben poco o forse niente.

In un periodo fatto di proteste in piazza e di rivoluzioni, la vera rivoluzione la faceva cantando. Saliva sul palco e regalava al pubblico la sua anima, quella stessa anima che la sua voce, a metà tra rock e blues, sapeva raccontare benissimo. E così Janis ci raccontava i suoi dolori, la sua rabbia, ma anche quel velo di tristezza mista a dolcezza che la rendeva così unica.

Pearl: un testamento in musica

Quasi a voler lasciare un testamento a tutti quelli che avevano imparato ad amare la sua voce, ma anche a tutti coloro i quali sarebbero nati dopo gli anni Settanta, Janis Joplin ci regala il suo ultimo album: Pearl. Il disco, che quest’anno compie quarantanove anni, rappresenta sicuramente uno dei punti più alti della produzione e della consacrazione, per metà postuma, di un’artista diventata simbolo di quegli anni.

Il motivo per cui quest’album continua a farci innamorare a distanza di quasi cinquant’anni è semplicemente uno: Pearl non è stato creato da Janis, Pearl è Janis Joplin.

Oltre ad essere il suo soprannome, il titolo dell’album rappresenta l’eterna lotta tra un’esteriorità fatta di eccessi e vita sregolata e un animo fragile e sofferente. Dal punto di vista musicale l’album ha tutti gli elementi a cui l’artista aveva abituato il suo pubblico: c’è il rock, il blues e il soul. Janis questa volta, però, aggiunge un fattore che probabilmente ha determinato il successo di questo disco e quel fattore si chiama voce.

Sia chiaro: anche prima di questo album Janis Joplin ci aveva regalato brani dove le sue doti canore erano più che evidenti, ma in Pearl tutto sembra diverso. A quella voce così potente si aggiunge la tristezza, lo strazio e la malinconia che appaiono come un triste presagio della sua morte imminente. La tristezza, la malinconia e lo strazio diventano musica e parole in Pearl, che si trasforma in un vero e proprio viaggio all’interno dei sentimenti di Janis Joplin.

Pearl
Fonte: sito ufficiale Janis Joplin

Un viaggio all’interno dei sentimenti di Janis Joplin

Prima tappa di questo viaggio è Move over, la canzone che apre il disco. A scandire quel “You say that it’s over, baby, no” del primo brano, non c’è “solo” la voce di Janis Joplin che si rompe a ogni frase, ma anche batteria, chitarra e basso suonati dalla Full-Tilt Boogie Band, gruppo che per l’occasione accompagnava la cantante. Piccolo ma importante dettaglio: questo brano è uno dei pochi ad essere stato scritto dalla stessa Janis. Sapete qual è l’altro, sempre presente in questo disco? La risposta è facile e porta il nome di uno dei suoi brani più famosi: Mercedes Benz.

Mercedes Benz e Cry baby: l’urlo disperato della cantante

Di cose da dire su questa canzone ce ne sarebbero e anche tante. Potremmo iniziare, per esempio, dicendo che quella che appare come una preghiera scanzonata Oh Lord, won’t you buy me a Mercedes Benz o un Oh Lord, won’t you buy me a color TV, è in realtà tanto altro. Ancora una volta è la voce a far trasparire ciò che si nasconde dietro questo racconto che, mai come in questa canzone, appare più semplice e scarno vista la mancanza di un accompagnamento musicale.

Stessa voce che in Cry baby, brano scritto originariamente da Bert Berns e Jerry Ragovov, si trasforma in un grido disperato accompagnato da piano e batteria. Un urlo liberatorio per una delle interpretazioni più riuscite e convincenti della cantante.

Da Trust me a Buried alive in the blues: le mille anime della cantante

Fiore all’occhiello di Pearl, insieme alle canzoni sopracitate è Trust me. L’eterna dicotomia tra fragilità e forza espressiva si palesa in questa canzone: un elogio dolce, tenero e ricco di pathos dedicato all’attesa di un amore.

Stesso pathos che Janis usa per Woman Left Lonely, forse l’unica vera ballata nel senso lato del termine, se si esclude la rivisitazione di Me and Bobby McGee, ballata acustica di Kris Kristofferson. Ma per canzoni come queste che, in un crescendo di emozioni e di voci tolgono il respiro all’ascoltatore, ce ne sono altre che gli regalano una boccata d’aria. Quindi, quasi a volergli concedere una pausa da quelle emozioni così forti e disperate, Janis regala un pizzico di “leggerezza” apparente con canzoni come Half moon, dove fa capolino nuovamente la sua vena blues.

Ma ogni viaggio ha una fine e questa fine in Pearl non corrisponde all’ultima canzone Get It While You Can, ma alla traccia con cui terminava originariamente il lato A del vinile. Questa traccia, a partire dal titolo Buried alive in the blues, non è altro che un triste segno premonitore di ciò che poi avvenne quel fatidico 4 ottobre.

Insomma, Janis Joplin in soli ventisette anni è stata capace di entrare prepotentemente nella storia della musica grazie a tanti successi e soprattutto grazie a questo album. Perché Janis non era solamente una cantante, ma un “perla” rara che il mare della musica ha perso.

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