Lo chiamavano “anarchico”, “vate dei cani sciolti”, addirittura “l’Adorno del Giambellino”. Giorgio Gaber è un personaggio completo e a volte controverso, una pietra miliare della storia non solo musicale italiana.

Un uomo che spegnerebbe, questo mese nel 2020, ottantuno candeline, purtroppo venuto a mancare il primo gennaio del 2003 – ma non per questo meno iconico e di riferimento per i giovani.

Negli anni cinquanta, quando il rock and roll era in Italia ancora qualcosa di nuovo, fu una delle prime personalità a farlo conoscere al nostro paese, rendendolo per esso familiare e subito amato. Così era, e così andrebbe ricordato, il cantautore Giorgio Gaberscik, detto Gaber, e il personaggio artistico che è riuscito a creare.

Influenza di artisti contemporanei come Cremonini, che afferma abbia “ispirato la sua carriera e musica”, ripreso da comici come Ale e Franz. Non complicato e artificioso ma semplice e immediato, adatto a un pubblico vasto ma mai facilone e sciocco, con sottotoni profondi, non astrusi e complicati. 

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Un uomo di primati, in tutto e per tutto: fa uscire nel 1970 Il Signor G, che rappresenta uno dei primissimi concept album del nostro paese.

Il protagonista dell’album altri non è che un alter ego del suo cantautore, che precede di anni i vari Slim Shady e Sasha Fierce ed Electra Heart. Le sue peripezie si diramano in un mondo che riflette a specchio la società piccolo-borghese che tanto avrebbe bersagliato ai tempi.

Ipocriti, benpensanti, leccapiedi, superficiali, pubblico medio, classi privilegiate: nessuno sfugge alla satira del Signor G, che sempre garbato e gentile, aspro e diretto senza punzecchiature e volgarità, mette a nudo una società vecchia ma sempre nuova.

Non felice né speranzoso, seppur senza sprofondare in un cinismo spicciolo e privo di specificità. Anche volgare, se necessario – chi non ha riso di gusto alla pernacchia finale di Goganga, o ai riferimenti fecali in È Sabato? – ma mai oltre il limite, senza dignità e senza uno scopo. Decenni fa bastava poco, per fare scandalo, e non mancavano neanche allora i buoni bersagli per chi fosse in grado di centrarli.

Nonostante la sua bonomia, Gaber sapeva anche essere spietato, non solo con la destra, ma anche con la più insospettabile sinistra. Nulla e nessuno poteva sfuggirgli: non la chiesa, non la borghesia, nemmeno l’uomo medio. Null’altro ci si sarebbe potuto aspettare, infatti, da un così fermo individualista.

Oltre all’aspetto dissacrante, vi era in Gaber anche un aspetto più introspettivo, condito da un pessimismo più aperto e decadente, con numerose canzoni dedicate alla possibilità di suicidarsi (non ne è salvo nemmeno il Signor G, il suo alter ego), e uno sguardo sempre critico alla società a lui contemporanea.

Quando la satira mordente lascia il posto a un approccio più serio, arrivano alcuni dei momenti più alti del talento cantautorale di Gaber. La sua rassegnazione è assoluta: non disperata, ma matura e consapevole, tutta tratta dall’esperienza.

Persino il suo album postumo, uscito il 24 gennaio 2003, poche settimane dopo la sua scomparsa, portava il titolo Io Non Mi Sento Italiano. Anticipando ancora l’irresistibile Blackstar di David Bowie, l’album di dieci tracce contiene sei inediti, tre canzoni precedentemente scritte e un monologo, Se Ci Fosse Un Uomo. Un uomo forte, egli dice, che affronti direttamente la realtà e rimetta l’uomo stesso “al centro della vita”, facendo morire definitivamente il “medioevo” contemporaneo. La mia generazione ha perso, si chiamava il suo ultimo album in vita – ma questa  che è in corso lo ricorda, e sa sempre cosa trarre dalle sue parole immortali.

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