La scomparsa di Florian Schneider, anima e fondatore dei Kraftwerk, lascia un vuoto che non sarà possibile riempire. Insieme a Ralf Hütter e alla loro algida aura da profeti di un mondo tecnologico, ha dato forma alla congiunzione tra le sperimentazioni digitali e la musica pop. Qualcuno, come in un articolo uscito su Rolling Stone, si è lanciato in paragoni con i Beatles, affermando la ancora più importante influenza dei tedeschi rispetto ai fab four. Un accostamento felice forse soltanto per attirare attenzione: le strade e lo spessore dei due gruppi non possono che essere, invece, più diversi. Quello dei Beatles è stato, infatti, un fenomeno più di costume che di musica: poco o niente nella loro produzione è stato innovativo, nulla rivoluzionario. Lennon e compagni si sono abilmente limitati ad abbellire il rock’n’roll, privandolo degli spigoli; l’esperienza dei Kraftwerk, al contrario, ha sviluppato un linguaggio unico e determinante.

La kosmiche Musik

Schneider conosce Hütter a Düsseldorf negli anni del conservatorio, durante i quali entrambi si appassionano all’improvvisazione suonando negli Organisation, quel che sarà il nucleo primordiale dei Kraftwerk. Erano anni di esplorazione, in Germania soprattutto, che vedevano l’affermarsi di band come gli Amon Düül (in tutte le loro formazioni), i Popol Vuh o i Cluster, quel filone che conosciamo come krautrock, fatto di lunghe suites ossessive e psichedeliche. La forma canzone e il ritornello tanto amato ad esempio proprio dai Beatles, non erano che pallidi richiami a un’epoca che era già vecchia. Nel krautrock i confini si facevano più ampi, quasi indefiniti; la struttura dei brani svanì, le voci erano quasi del tutto assenti, relegate a echi o gorgoglii. Il suono lasciava la dimensione terrena e sembrava espandersi nell’universo (per questo kosmiche Musik). Ma la ricerca di Schneider e Hütter  non si fermava alla pur vivacissima scena kraut: anche il rumorismo e la musica degli avanguardisti contribuirono a dar forma all’esordio discografico dei Kraftwerk, nel 1970, dall’eponimo titolo ‘Kraftwerk’. 

Tra musica, arte e macchine

Le copertine dei primi due dischi sono pressoché identiche: un cono stradale su sfondo bianco, create da Hütter con uno sguardo alla contemporanea pop art di Warhol. Anche il secondo album, di nuovo intitolato Kraftwerk 2 (1972), ripropone lo stesso artwork, cambiando unicamente il colore del cono, che passa dal rosso acceso al verde. Non è né pigrizia né superficialità: tutt’altro. I tedeschi hanno iniziato un discorso, ampio, che passa anche attraverso l’arte visiva. Ci ritorneremo. Dal punto di vista musicale, questi primi lavori come il successivo Ralf und Florian (1973)testimoniano un interesse profondo verso la manipolazione del suono, l’umano comincia a intrecciare un rapporto che diventerà sempre più stretto con le macchine.

L’uomo che diventerà robot, l’umano che è macchina, Mens-Machine. Spesso la musica dei Kraftwerk viene dipinta per questo come fredda, tedesca, anti-emozionale. A questo proposito proprio Schneider, in un’intervista a Lester Bangs del 1975, rispose:

«”Emozione” è una parola strana. Ci sono emozioni fredde e altre emozioni, tutte altrettanto valide. Ci interessa l’origine della musica, la fonte della musica. Il suono puro è una cosa che ci piacerebbe ottenere.» 

‘Autobahn’

In un’epoca nella quale la chitarra era il centro del mondo (lunghe cavalcate psichedeliche, assoli e così via), ben presto i Kraftwerk abbandonano la sei corde (già alla vigilia del primo tour statunitense) per abbracciare il – loro – futuro. È un futuro fatto di sintetizzatori e drum machine (tra i primi a utilizzarne una al posto della batteria, e di sicuro i più influenti nel farlo), in un certo senso un futuro “nostalgico” che preannuncia immaginari alla Blade Runner (1982). Schneider, che nei primi lavori sfruttava il suono del flauto traverso manipolandolo con l’elettronica, lo abbandonerà presto per dedicarsi unicamente all’utilizzo dei sintetizzatori. Nel 1974 ‘Autobahn’ diventa la consacrazione mondiale del progetto. Anche qui l’opera più che musicale ha caratteristiche di universalità: l’artwork ne è infatti parte integrante e lo stesso designer, Emil Schult, fu parte del gruppo anche nelle registrazioni (e sarà l’autore di gran parte dell’immagine della band in futuro). Per la prima volta, in questo disco, l’elettronica prende decisamente il sopravvento: pattern ripetitivi fanno da paesaggio sonoro di un ideale viaggio per le autostrade tedesche. Sarà un punto di svolta fondamentale per la band – che non tornerà mai più alle intuizioni degli esordi – e per tutto il mondo della musica. Non è più rock, annegato dai suoni futuristici dell’elettronica, ma non è nemmeno pop, angosciato da scenari dis-umani.

Florian Schneider © Daniele Dalledonne

Il suono puro

Sulla scia di ‘Autobahn’ il suono Kraftwerk si consolida in dischi che ne ricalcano pedissequamente le atmosfere, via via smussandone ogni impurità. Di Schneider, vero maniaco del suono e principale artefice di questa elaborazione, Hütter disse in un’intervista:

È un perfezionista del suono e quindi, se il suono non è all’altezza di certi standard, non gli sta bene, non lo vuole utilizzare.

L’apice è senz’altro toccato con Computerwelt (1981), una specie di opera che profetizza l’avvento dei computer al governo del mondo. Ancora una volta, già dalla copertina entriamo nel mondo della “centrale elettrica” (Kraft-Werk): un retro-futurismo che descrive un domani utopico e inverosimile, fuori fase, straniante. Nulla di ciò che suonano e producono i Kraftwerk, infatti, si è realizzato o si sarebbe potuto realizzare, tanto meno la temuta sostituzione dell’uomo da parte delle macchine. È invece avvenuto l’opposto: le macchine si sono umanizzate, la musica ha inglobato l’elettronica senza esserne sopraffatta. Il computer che campeggia sullo sfondo giallo viene asciugato della sua modernità, rimane piatto e innocuo. Così la musica dei Kraftwerk, la quale dopo aver anticipato i tempi arriverà ad ammaestrarli, finendo campionata ovunque e ispirando innumerevoli produzioni.

Un’eredità universale

La scomparsa di Schneider, quindi, è una perdita immensa. Nonostante avesse abbandonato il progetto Kraftwerk già da una decina di anni, moltissimo della natura stessa del gruppo era opera sua. Uomo schivo, dall’ironia sottile e molto spesso lontano (come anche Hütter) dai riflettori (memorabile un’apparizione, ai tempi di Die Mensch-Maschine’ (1978), alla televisione italiana ospiti di Corrado: i quattro manichini raffiguranti la band vennero intervistati in loro vece, rispondendo con voce cibernetica alle domande del presentatore). Schneider e Hütter hanno creato un vero e proprio genere, unico e irripetibile, influente come forse nessuno nella storia recente della musica. In più, la velleità cross-mediale dei Kraftwerk (ancora oggi artefici di show dal vivo avanguardistici) ha allargato gli orizzonti dell’opera musicale, inglobando arte, narrazione e perfino teatralità. Per questo siamo e saremo, ancora, in debito con i due Florian Schneider e Ralf Hütter. 

immagine in copertina: © Shinko Music / Getty Images
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