Era il 15 marzo del 1999 e Bruce Springsteen era nel pieno dei suoi 25 anni di onoratissima carriera. Un giorno cardine per il Boss italo-americano per eccellenza: stiamo parlando, infatti, del momento in cui questa stella immortale del rock’n’roll più irriducibile entrò a gamba tesa nella mitica Rock’n’Roll Hall of Fame, anticipato dal sentito discorso di un altro mostro sacro del genere, Bono Vox degli U2, al quale il nostro Bruce avrebbe ricambiato il favore appena sei anni più tardi, nell’ormai remoto 2005.

La cerimonia si svolse, come da manuale, al Waldorf-Astoria di New York, la sera del 15 marzo di ventun’anni fa. Appena dopo il sopracitato, ed estremamente amicale, discorso introduttivo di Bono, Bruce salì sul palco e prese la parola, dedicandoci una serie di ringraziamenti che ancora oggi possiamo ritrovare racchiusi in una registrazione di più di una ventina di minuti. Si sa, già è un piacere ascoltarlo durante le sue performance live, perciò vi assicuriamo quanto anche possa essere godibile vederlo così emozionato per un simile, prestigioso riconoscimento professionale.

Non ha mai fatto le cose che la maggior parte delle rockstar fanno. È diventato ricco e famoso, ma non ha mai imbarazzato sé stesso con tutto questo successo, vero? Nessun arresto per droga, nessuna pulizia del sangue in Svizzera. E la cosa più importante è che non gioca nemmeno a golf! Nessuna acconciatura strana, nemmeno negli anni ’80. Niente vestitini nei videoclip, parti cinematografiche imbarazzanti, cuccioli di serpente o di scimmia. Nessuna mostra di suoi quadri. Nessuna lite pubblica e non si è mai dato fuoco.
(Parte del discorso di Bono Vox per l’introduzione di Springsteen nella R’n’R Hall Of Fame)

Uno Springsteen privato. © Frank Stefanko

Le dediche spaziarono dal pensiero primario alla sua famiglia, in primis a sua madre, Adele, venerandola con orgoglio come l’italian side of the familyThis is yours tonight. Take is home as a small return on the investment you made in your son – e ricordando, al contempo, anche suo padre Douglas, sottolineando che, senza la sua ingombrante presenza non avrebbe avuto nulla su cui realmente scrivere, se non solo, forse, canzonette allegre e prive di quello spessore emotivo che, invece, lo ha da sempre contraddistinto a livello lirico.

What would I conceivably have written about without him? I mean, you can imagine that if everything had gone great between us, we would have had disaster. I would have written just happy songs — and I tried it in the early ’90s and it didn’t work; the public didn’t like it.

Dopo il ringraziamento al suo storico manager Jon Landau e a tutti i membri dello staff della sua fedele etichetta discografica, la ben nota Columbia Records, venne il turno della sua spalla per eccellenza, il gruppo di supporto che lo ha da sempre accompagnato durante i suoi tour mondiali a partire dal lontano 1972.

Stiamo parlando della sua devota E Street Band: per l’occasione chiamò a rapporto ogni suo singolo membro e li invitò tutti a salire sul palco con sé, sottolineando, in questo modo, la centralità della loro presenza nella sua personale produzione. Sì, perché Springsteen, senza la sua band, non sarebbe mai stato lo stesso.

Bruce Springsteen. © Frank Stefanko

Now, last but not least, the men and women – the mighty men and women – of the E Street Band. Oh Lord, oh Lord… who I have reeducated and rededicated, reanimated, resuscitated and reinvigorated with the power, the magic, the mystery, the ministry of rock ‘n’ roll.

Un’ora dopo, Bruce e la sua band si ritrovarono sul palco, regalando agli astanti delle sublimi performances rispettivamente di The Promised Land (Darkness on the Edge of Town, 1978), Backstreets (Born to Run, 1975), Tenth Avenue Freeze-Out (anch’essa contenuta in Born to Run del 1975 e quanto mai adatta nell’occasione, avendo al centro della narrazione la formazione proprio della E Street Band) e, dulcis in fundo, di In The Midnight Hour, pietra miliare del genio blues Wilson Pickett che, per l’occasione, lì accompagnò sul palco con la sua inconfondibile vocalità black. La serata si sarebbe conclusa, poi, in pompa magna, insieme a Bono, Billy Joel, Dion e Paul McCartney, con i quali avrebbero dato vita ad una memorabile, sublime jam session con i brani What’d I Say di Ray Charles, People Get Ready degli Impressions, seguite dalle beatlesiane Long Tall Sally Let It Be.

In conclusione, perché a ventun’anni di distanza vi stiamo ricordando proprio i tratti salienti di quella ormai forse dimenticata serata speciale del Boss nativo del New Jersey? Certamente per ricordarvi della sua integrità artistica, della dedizione e devozione di un musicista non solo alla qualità della sua produzione, ma al suo impatto positivo sull’altro, e, soprattutto, per celebrare l’animo di un artista che ha sempre trovate, nel suo pubblico, la ragione centrale della sua innata volontà di continuare a creare.

Perciò, lunga vita al Boss.

So, as Stevie Van Zandt says: “Rock ‘n’ roll, it’s a band thing.” And that includes you, the audience. Thank you for giving me access and entrance into your lives, and I hope that I’ve been a good companion. But right now, my wife, my great friends, my great collaborators, my great band: Your presence tonight honors me, and I wouldn’t be standing up here tonight without you, and I can’t stand up here tonight with you.

Immagine di copertina: © Frank Stefanko
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