Potrebbe mai essere possibile per tutti noi cultori del panorama musicale più variegato non collegare questo mesto mese autunnale alla scomparsa di una delle divinità assolute della scena rock globale? Certamente no, specialmente se ci ritroviamo a pensare in presa diretta alla tristezza diffusasi quel 24 novembre di ventotto anni fa, giorno in cui il mondo pianse la dipartita dello storico leader dei britannici Queen, la stella sfolgorante e dinamitarda del glam d’Oltremanica. Stiamo ovviamente parlando di una delle icone più universalmente talentuose nella storia della musica contemporanea, l’eternamente compianto Freddie Mercury.

Una morte sospettata quanto inattesa la sua, capace ai tempi di manifestarsi come un colpo ben assestato in pieno volto per tutti coloro che a distanza lo amavano in tutta la multifocalità eccentrica del suo essere artista. L’annuncio della sua malattia, quell’AIDS che l’aveva divorato dal profondo senza scoraggiarne tuttavia l’enorme forza spirituale ed artistica, era arrivato appena due giorni prima, il ventidue di quel mese da sempre legato a filo doppio inevitabilmente all’ineluttabile quanto ingiusta morte. Freddie in quell’occasione, dal letto della sua casa londinese, più precisamente a Logan Place, dichiarò al mondo intero la sua fine ventura dimostrando ancora una volta, se così possiamo definirlo, quello stile ineccepibile e coerente che lo caratterizzò per tutta la sua esistenza nonostante l’esuberanza della sua figura scenica, mostrando cioè fino al suo ultimo respiro quell’enorme volontà di riservatezza e distacco della figura pubblica nei confronti del suo privato che in pochi, quando si tratta di fama assoluta e smodata, hanno saputo perseguire con tale coraggio e armonia.

La lotta contro quel male dirompente lo aveva ovviamente costretto ad allontanarsi dalle scene, generando come conseguenza diretta la persecuzione dei tabloid e della più generale stampa inglese. Le illazioni, le supposizioni e le congetture a riguardo si susseguirono a lungo in un dedalo di parole che crollò solo il 23 novembre 1991, occasione in cui la carta stampata ebbe l’amara conferma che quell’ormai chiacchierata dipartita sarebbe stata presto un dato di fatto, nonché una ghiotta occasione per un’impennata delle vendite.

Freddie Mercury durante il live dei Queen al Leeds Football Club nel maggio 1982. © Keystone /Hulton Archive

La malattia, che fino a quel momento era stata condivisa solo con gli affetti più cari, tra i quali, oltre la famiglia e i membri della band, troviamo i suoi grandi amori Mary Austin ed il compagno Jim Hutton, era ora su tutte le copertine delle principali testate nazionali, mettendo in allarme il mondo intero. Un male contratto nel 1989 che, al momento della sua divulgazione, aveva già privato Freddie di tutto ciò che rende una vita degna di essere chiamata tale.

Freddie ha certamente cercato, finché il suo corpo glielo permise, di rimanere saldamente ancorato a ciò che Mercury rappresentava: tutto questo durò fino a sei mesi prima di quel giorno in cui dovette deporre le armi e arrendersi a ciò che il suo incontrovertibile destino aveva già in serbo per lui. L’ultimo sprazzo di un battagliero ma quanto mai debilitato Mercury è dato certamente da quello che potremmo definire l’ultimo saluto quanto forse addirittura il testamento del frontman, la struggente These are the Days of our Lives, singolo contenuto in Innuendo, quattordicesimo album in studio della band, pubblicato il 5 settembre del 1991.

Il videoclip del brano parla ancora oggi da sé: i segni del suo male ormai incurabile e totalmente invasivo provarono ad essere occultati da un make-up ad arte, aspetto che venne peraltro supportato nella sua efficacia dalla scelta di girarlo in bianco e nero. Inutile dire che il trucco poteva certamente essere d’aiuto, ma non sarebbe mai riuscito a nascondere, oltre la magrezza capace di aver modificato, scarnificandoli letteralmente, i tratti somatici così distintivi dell’artista, lo sguardo consapevole, malinconico e rassegnato di un uomo in bilico tra la vita e la morte.

Freddie Mercury in un live del 1974. © Fin Costello

Appena poco più di due mesi dopo l’uscita di uno dei singoli più amari della storia, Freddie entrò in coma. Hutton, come tutti coloro che l’avevano vissuto ed amato da vicino, non lasciarono mai il suo capezzale nelle sue ultime ore d’incoscienza su questa Terra, quelle ore in cui il mondo non era certo in grado di immaginare di dover metabolizzare, appena una manciata di ore dopo, lo shock della prematura, sconvolgente scomparsa di una delle figure più indelebili che il rock possa ricordare. Eccoci quindi arrivati alla data odierna, solo però spostata ventott’anni indietro: sono le 18:18 e Mercury, che ha appena annunciato di essere stato a lungo malato con sommo sbigottimento e sconcerto dei suoi adepti, ora ci lascia per sempre.

Sono diverse le cose per le quali Freddie certamente ancora ci manca, e che ci spingono a ricordarlo a distanza di anni dalla tragicità di quel pomeriggio di novembre. Ci riferiamo, ça va sans dire, a quella sua genialità distintiva costituita dal capire come sapersi distinguere nel fermento musicale tipico degli anni ’70, una genialità che consiste in senso stretto nella creazione del personaggio, dal tratto totemico e altamente figurativo, del Mercury artista

Nato come Farrokh Bulsara giovedì 5 settembre 1946 a Stone Town, nel protettorato inglese di Zanzibar, in Tanzania, Freddie fa sua, in gioventù, tutta l’eccentricità londinese, divenendo negli anni un’icona di stile assoluta grazie alle indimenticabili performance che tesero ad identificare l’intera band nella sua trascinante figura on-stage. Una presenza scenica con pochi eguali è certamente una delle sue caratteristiche centrali: cosa rese però ancor di più Mercury una delle figure più straordinarie del rock mondiale? Parliamo di certo della sua ineguagliabile estensione vocale e timbrica, un’estensione di quattro ottave con un movimento delle corde vocali assolutamente fuori dal comune, se non addirittura insolito.

Freddie Mercury fotografato nel 1985. © Richard Young

Un baritono ibridato con un tenore leggero, dotato di un ineccepibile falsetto nonostante il suo storico tabagismo: ecco ciò che realizzò, senza dubbio alcuno, la definitiva, e forse inevitabile, fortuna di questo quartetto dai britannici natali storicamente noto come i Queen. Osiamo perciò affermare, più per dato di fatto che per una semplice supposizione a posteriori, che la fama della band non sarebbe stata di certo garantita con un’altra tipologia di frontman: per imprimere e marchiare questo nome negli annali del rock era necessario un performer di tale calibro e talento, capace di rendere semplici motivetti delle indiscusse pietre miliari che ancora oggi ricordiamo, e che apprezziamo non solo per la loro stupefacente attualità, ma soprattutto per l’incredibile sostanza canora che le distingue dalla massa.

Mercury era un trascinatore di folle, ma, appunto, completamente alieno rispetto alla sopracitata massa musicale figlia imperfetta dell’ineccepibile glam primordiale, quello del Bolan della prima ora per intenderci. Mercury è stato forse, infatti, l’unico in grado di saper migliorare e galvanizzare esponenzialmente quei diktat estetici e stilistici introdotti dal vate Mark, condendoli ad arte con una vocalità dirompente, ai limiti della perfezione estetica in ambito sonoro.

Sono passati oggi 28 anni da quel novembre del 1991, e la voce, quanto la figura stessa di Freddie, ci accompagnano ancora oggi, facendoci scendere qualche lacrima durante quelle riproduzioni rituali che si alternano nel giorno del ricordo. Impossibile dimenticare il tuo contributo nello scrivere una pagina fondamentale negli Annales musicali contemporanei. È impossibile dimenticarti, film tributo a parte.

Who wants to live forever?

Immagine di copertina: © Keystone / Hulton Archive.

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