Mezzanotte, il tanto atteso e chiacchierato nuovo disco di Ghemon, a poco meno di un mese dalla sua uscita, incassa già tre sold out, nelle due date di Milano ed Avellino. Noi di Artwave.it, abbiamo avuto l’occasione di farci raccontare qualche curiosità dal rapper che ha dimostrato di saper vestire gli abiti di un cantautore e non solo. Lo sperimentare sonorità come hip hop, funk, soul, R’n’B e jazz ha fatto di questo artista non solo un cantante ma anche un compositore.

La copertina di “Mezzanotte”, il nuovo disco di Ghemon

 

Questo disco è una vera e propria trasformazione sia dal punto di vista delle sonorità che del linguaggio. Raccontaci come sei giunto a questo traguardo.

È una trasformazione che arriva da molto lontano. In questi ultimi anni ho fatto qualche passo ma sapevo che dovevo e volevo arrivare qui. Non essere solo un rapper, diventare un cantante mi ha fatto correre dei rischi: abbandonare le proprie certezze nel linguaggio e di conseguenza la possibilità di perdere un pubblico che ti ha apprezzato, supportato e seguito per anni. Soffrivo del fatto di non riuscire a completarla, Orchidee è stato il primo atto di coraggio, ha preparato il terreno alla mia trasformazione, professionale e personale. La formula di Orchidee, essendo aperta e identitaria, è piaciuta molto anche al di fuori dell’ambito hip hop. Mi sono dovuto adattare a un mondo nuovo, come una band ai live, sia a livello tecnico che umano. Le tante prove che abbiamo fatto e i concerti sono serviti a completare una trasformazione che, appunto, sembrava non completarsi mai. Ho però insistito a provare sempre cose nuove con la voce e da qui è iniziato a uscire fuori una parte di me che non si era ancora mai vista: fisica, arrabbiata, sudata. Mentre per me la cosa più importante era sempre stata l’eleganza: ovvero rap ma con molto gusto. Quando sono arrivato a scrivere Mezzanotte ero in un periodo di piena rivoluzione della mia vita, quando devi tirare fuori le ali fa male, quindi nel disco è possibile rintracciare questa trasformazione.

Trasformazione è quindi la parola chiave anche per la sfera personale?

Sono cambiate tante cose artisticamente ma si è sicuramente smosso qualcosa anche nel mio inconscio. Ed è per questo che quando finisce la vita di un disco come Orchidee con un tour che dura quasi due anni, finisce una relazione con una convivenza, cambiano degli equilibri a livello anche di amicizie, sono dei momenti di vita di transizione inevitabili. A questi è seguita una reazione forte che ho dovuto riequilibrare; strano che non si sia manifestata fortemente a livello estetico, di solito mi succedeva così.

Forse perché questo sei tu.

(ride) Probabilmente sì, ottima osservazione.

È cambiato anche il modo in cui scrivi, ti sei esposto usando parole criptate ma forti, ma l’eleganza è rimasta senza ombra di dubbio.

Scrivere in un italiano pulito è sempre stata la mia necessità principale. Poi col rap inizi a criptare ma anche lì cercavo di mantenere un ordine formale. Arrivato qui la scrittura è passata prima per la ritmica perché, in realtà, ho dovuto fare a cazzotti con il fatto che l’italiano è una lingua difficile per fare delle melodie vicine alla blackmusic, questo perché ha poche tronche. Le parole italiane per loro natura si allungano e di conseguenza cambiano la fine della melodia. Quindi dopo una prima lotta con la melodia per scriverla, ho inserito parole semplici per poi recuperare la mia poetica, che mi deriva dal rap; in seguito ho forzato qualcosa in più per poter così lavorare sulle cose un po’ più sottili. Ad esempio in Un Temporale il termine inusitato cliché è venuto a microfono accesso, non l’ho scritto, stavo parlando un’altra volta del mio dolore, confessandomi in un modo inusuale sempre delle stesse cose, ed è uscita così un’ironia in modo prettamente istintivo.

Oppure l’accappatoio (immagine bellissima che rende perfettamente l’intero tema della canzone). La tua autoironia esce fuori anche in Bellissimo attraverso un forte contrasto.

Si il ritornello gira attorno ad uno in accappatoio fradicio per strada, questo è un qualcosa che viene da sé. In Bellissimo, c’è moltissima ironia, per renderla ho quindi proprio giocato sul contrasto usando una melodia leggera nonostante il tema forte di cui si andava a parlare, una risata amara ma sempre una risata e quello di cui parlo passa (dai feedback del pubblico).

Tornando alla trasformazione, è avvenuta anche nella composizione in modo efficace. Tu quale strumento suoni?

(ride) Nessuno! No va beh, ho studiato un po’ di chitarra e pianoforte. Non avevo mai composto prima o almeno non da solo. Con l’aiuto del computer, un orecchio buono, e un’infarinatura di piano sono riuscito a far funzionare le cose. Un temporale l’ho fatto interamente da solo, ecco, se mi chiedi voce e piano non ci riesco (ride). Questo desiderio di comporre l’avevo dentro da una sacco di tempo ma non mi sentivo mai veramente all’altezza e poi ho capito che anche con dei giri di accordi semplici potevo creare un canovaccio su cui iniziare a scrivere. Oggi non avrei più paura, certamente non ho le soluzioni che ha un musicista che suona bene il pianoforte, però, per adesso, avere un’infarinatura mi consente di poter andare in studio e buttare giù qualcosa ed è stata una novità per me. Aver fatto finire quei pezzi nel disco, ora, mi dà anche la fiducia per poter continuare. Sei tu che, quando crei il meccanismo, devi far diventare quell’abitudine una cosa solida di te e per te.

Quindi inizialmente hai composto tu e mi vuoi far credere  che anche tutte le altre sonorità le hai aggiunte tu? Perché ogni pezzo non somiglia all’altro.

Ognuno ha fatto la sua parte, un vero lavoro di squadra, inizialmente con la band e poi in particolare con Tommaso Colliva, produttore artistico che ha fatto la scelta dei suoni più particolari, rendendo il suono del disco omogeneo ma al tempo stesso delineando gli elementi caratteristici di ogni pezzo. Io ci ho messo il mio perché ero sempre in studio anche per i pezzi che non ho propriamente composto io, ad esempio facevo un giro di basso o stavo alla batteria oppure dicevo no secondo me qua ci sta un altro accordo, perché poi ci avrei dovuto scrivere io. Quindi il disco somiglia a me anche musicalmente parlando perché, anche se fatto insieme e grazie ad altre persone, è pur sempre figlio di mie indicazioni e del mio gusto personale.

Come sei arrivato, nel tempo, a questo tipo così particolare di scrittura? Nel processo c’è dell’osservazione di te stesso ma anche degli altri?

Partendo dal passato, prima scrivevo tanto, anche più di adesso, utilizzavo diari, agende anche proprio per far fruire la roba. Era la mia maniera, in certi momenti, per uscire dal blocco della scrittura, scrivere anche schifezze che mi venivano in mente, flussi di coscienza, qualsiasi cosa. Poi la cosa è diventata più dosata, molto si sedimenta nella testa perché un sacco, come hai detto tu, in realtà viene proprio dall’osservazione, guardare le persone che hai davanti al bar o sui mezzi. Mezzanotte è un disco molto personale quindi, magari c’è più osservazione di me e delle persone con cui interagivo mentre in altri dischi c’è più l’osservazione degli altri, quindi non voglio dire che uno sforzo artistico è per forza esprimere un disagio ma anche proprio l’elaborazione di una serie di osservazioni. Adesso mi capita più spesso che osservo, mi viene un’idea, una frase in mente e rimane là sospesa nella testa e poi ritorna nel mio linguaggio comune, come se lo testassi e poi scrivo. Ad esempio ultimamente dico spesso inciampare ma non in senso figurato, il corrispettivo di bump into in inglese. Può anche essere che apro una nota del telefono e mi segno una frase, non per forza in rima oppure solo una parola attorno alla quale potrebbero ruotare tante altre cose oppure mi segno direttamente una rima attorno alla quale posso costruire qualcosa. Ora scrivo magari meno per sfogo e più per istinto, segno nella testa per poi andare a scrivere, questo non fa di me un vero scrittore? Non lo so, secondo me sono ugualmente uno scrittore.

E adesso, che direzione prenderai per il prossimo disco?

Attualmente sono in brainstorming, sto pensando a tante cose. Il punto è che la maniera in cui tu sei bravo a declinare un messaggio, che può essere il canto, recitazione, la poesia, la pittura, la prosa, il romanzare è sempre, comunque vada, una modo di far uscire un messaggio soltanto in una modalità diversa, è il messaggio che deve essere interessante. Ora, ti sembrerà folle ma ti dico, il prossimo disco potrebbe anche essere io che racconto delle fiabe su una strumentale jazz. Quindi, nei prossimi mesi esplorerò tutti i vestiti che mi interessano, però la cosa importante per me rimane il messaggio. Questo disco è una fotografia di un momento preciso e quello che devo dire dopo lo devo ancora vivere secondo me o comunque ne ho una parte accumulata da dopo il disco. So solo che vedo le cose successive legate come a un filo a quelle passate ma mai uguali.

Quindi sia mai che tu un giorno scriverai un libro…

Il libro lo sto scrivendo, esce in primavera, sì. (ride)

 

Qui il disco, disponibile sulle due piattaforme streaming, Spotify e AppleMusic:

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