“L’eroina me ne ha portati via tanti, di amici. Ringo è uno di loro. Una ferita aperta. E una sconfitta per me”. Senza troppi giri di parole, Piero Pelù arriva dritto al dunque: il capitolo 58 della sua autobiografia (Identikit di un ribelle, edito nel 2014 per Rizzoli) è un omaggio sofferto a un compagno di musica e di vita andato via ancora prima di vedersi adulto. Ringo De Palma, all’anagrafe Luca De Benedictis, è figlio degli anni Ottanta e di quel “bisogno di avventura” che, secondo Pier Vittorio Tondelli, “sfocia non tanto nell’approfondimento di una conoscenza, ma in una fuga senza fine”. In questo contesto, anche la droga diventa a suo modo un viaggio, rappresentando, però, “la faccia perversa – poiché sommamente autodistruttiva – dello stesso, identico, mito”. Eccoci, allora, in un percorso a ritroso che prosciuga la forze, che si oppone al futuro. E che, a volte, può persino decidere per noi. Ringo si ferma per strada a poco meno di 27 anni, esattamente il 1° giugno di 29 anni fa, lasciando il segno delle sue bacchette in album che hanno fatto la storia di un decennio tanto affascinante quanto folle.

Ma da dove ha inizio questa avventura? Piero e Luca si conoscono ad una festa e insieme formano i Mugnions, in onore del fiume Mugnone che nasce da Fiesole e si getta nell’Arno, e nel 1983, i Tradimento. Sono due anime simili, mosse dallo stesso spirito sovversivo e ribelle, che avranno ben presto modo di sublimare le loro affinità musicali in una forma più completa: i Litfiba. Luca, infatti, entrerà a far parte del gruppo nel 1984, in sostituzione a Renzo Franchi, come batterista: il suo pseudonimo è un chiaro omaggio a Ringo Strarr, la quarta stella dei Beatles, del quale sembra voler inseguire la scia. Perché Luca, come Ringo, ha sì poca tecnica, ma tanto estro ed istinto creativo: e questo spesso basta, nel rock (e non solo), per raccontare una storia.

Yassassin

Ringo entra nei Litfiba in un periodo di crisi: l’EP Yassassin (1984), prodotto dall’etichetta fiorentina Contempo, rappresenta, a detta di Bruno Casini, “la furba risposta [della band] all’ondata di musica elettronica allora imperante”. Il titolo riprende l’omonima canzone di David Bowie (contenuta in Lodger, 1979), la quale è ripresentata nel vinile in due versioni (“lunga” ed edit) insieme ad un inedito, Elettrica danza. L’EP riproduce così un insolito connubio tra dance music e ritmi esotici: la Yassassin del Duca Bianco è così privata dei suoi tratti arabeggianti e resa più adatta agli ambienti da discoteca; Elettrica danza, di contro, riprende quel filone orientale tanto caro ai Litfiba (Istanbul e Onda araba su tutte) per mimare l’intreccio sensuale di due amanti misteriosi. Ringo coglie appieno le due anime di Yassassin, facendo emergere in quelle sue variazioni ritmiche un’attitudine vivace e camaleontica.

Guerra

Nel 1985 arriva Desaparecido (Ira Records), album che proietterà i Litfiba nella Nuova Onda della musica di casa nostra e che si porrà come punto d’avvio della cosiddetta “trilogia del potere” (seguita, come vedremo, da 17 Re e da Litfiba 3, pubblicati rispettivamente nel 1986 e nel 1988), ipotetico concept musicale caratterizzato dal rifiuto verso ogni forma di totalitarismo e di ideologia precostituita. Degli otto brani di Desaparecido spicca Guerra, un inno dai toni antimilitaristi che la band di Via de’ Bardi aveva già registrato nel primo EP autoprodotto nel 1982 (Litfiba, Urgent Label/Materiali Sonori) e che ripresenterà, in un’altra versione, nell’omonimo videoclip del brano, comparso nel 1985 sotto il nome di Der Krieg – Guerra. Grazie al tocco di Ringo, la versione definitiva del brano (quella, appunto, di Desaparecido) raggiungerà la sua pienezza: il suono delle percussioni cadenza la marcia di un esercito in battaglia, l’accelerata nella parte finale raccoglie l’impeto, la furia distruttiva dei colpi d’arma da fuoco, mentre la decelerata conclusiva riproduce, forse, ciò che resta di un campo bombardato, martoriato dalla ferocia dell’uomo.

Oro Nero

17 Re rappresenta, a detta di molti, la vetta della “trilogia del potere”, nonché il capolavoro irripetibile (e irripetuto) dei Litfiba: sedici tracce allucinate, che passano dal punk alla new wave fino alla psichedelia, in cui si alternano toni cupi (Gira nel mio cerchio, Resta) e visionari (Ballata), brani ermetici (Come un dio) a suggestivi divertissement (Univers). Un disco coerente a se stesso pur nella sua eterogeneità, in cui ciascun componente della band riesce a far risaltare la propria unicità senza offuscare l’altro. A tal proposito, il bassista Gianni Maroccolo affermerà: “17 Re è stato la massima espressione libera dei Litfiba, nel senso che tutti e cinque siamo riusciti ad inserirci ciò che volevamo […] per noi questa cosa, che non è mai successa né prima né dopo, era il vero punto di forza del disco”. Non è un caso, allora, ritrovare tracce come Oro nero, emblematica sia nel contenuto – un’aperta denuncia alle battaglie combattute in nome del petrolio – sia nel suono, ammaliante e violento: le bacchette di Ringo assecondano e rinvigoriscono questo mood, dando vita a una partitura ritmica istrionica, che si presterà ad essere eseguita poche volte dal vivo proprio a causa della sua complessità.

Annarella

Il concerto di Montréal del 1989 è l’orlo di un abisso: “Ringo – racconta Piero Pelù – non riusciva a tenere le bacchette. Suonava e gli cadevano, le perdeva. Dimenticava le parti […] E non so se fosse così perché era completamente fatto o perché era in astinenza. Fatto sta che non c’era”. Luca abbandonerà così un gruppo afflitto da tensioni interne per confluire in un altro che sta per suggellare l’atto finale del suo esistere. Come se questa transizione celasse un richiamo metaforico a ciò che di lì a poco accadrà, Ringo partecipa (insieme ad un altro ex Litfiba, Gianni Maroccolo) alle registrazioni di Epica Etica Etnica Pathos (Virgin, 1990) dei CCCP: la malinconica Annarella chiude il cerchio, in tutti i sensi. Ultimo brano dell’album, ultima canzone suonata da Ringo e – nel videoclip – ultima apparizione pubblica del batterista.

Il volo

“Il 1º giugno 1990 mi arrivò, nel pomeriggio, la telefonata di Antonio. Tentare di descrivere quello che si prova in quei momenti è impossibile. La quantità di dolore che ti arriva addosso, la velocità con cui si presenta… La morte di un fratello è una diga che si sgretola, è la tua casa che ti crolla addosso, mentre tu resti lucido e impotente sotto tonnellate di piombo fuso che brucia, divorato fino al midollo. Tutto è nero e tu sei un morto che cammina.” Dallo strazio della perdita, nasce una canzone: Il volo. Un ricordo denso di poesia, di emotività. Un messaggio al cielo che spesso i Litfiba, nei loro concerti, lanciano al loro amigo, affinché possa ascoltarli. Ovunque sia.

Immagine di copertina: gruppo Facebook ufficiale in memoria di Luca De Benedictis
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