Nel 1977, Gino Paoli descrisse  Rino Gaetano come “l’erede di un certo tipo di nonsense, di marinetterie, del surrealismo più antico”. Noi lo presentiamo come l’artista umile ed eccentrico, graffiante e ironico, visionario e contemporaneo che cantava del blu del cielo, del Bel paese imbruttito di vizi e dei suoi fratelli figli unici.

Sebbene considerato un menestrello della musica italiana agli inizi della sua carriera, a 39 anni dalla sua morte, il nome di Rino Gaetano è tra quelli dei più grandi cantautori che gli italiani mantengono in vita con orgoglio.

Lo sviluppo artistico

Rino nasce a Crotone il 29 ottobre 1950, ma viene adottato da Roma 10 anni dopo. Roma è la città che lo cresce e lo vede crescere artisticamente tra teatro e musica: lo assiste mentre pubblica i suoi primi insuccessi, come il 45 giri I Love You Maryanna e l’album Ingresso libero, ma anche i primi successi, tra cui “Il cielo è sempre più blu”. Il vero momento di svolta, sia per la sua carriera da artista che per la cultura musicale italiana, è l’iconica esibizione di Rino, con cilindro, frac e ukulele, che pronuncia per la prima volta la parola “sesso” sul palco dell’Ariston di Sanremo nel 1978.

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Fonte: Wikipedia

Infatti, se da una parte la stravagante canzone “Gianna” viene molto apprezzata sia dal pubblico che dalla giuria, dall’altra Rino diventa ufficialmente il cantante del nonsense. In realtà, il suo nonsense è una conseguenza della scarnificazione del significato della parola che ha radici culturali nel teatro novecentesco, come quello d’avanguardia di Majakovskij o quello dell’assurdo di Ionesco e Beckett, con cui Rino era entrato in contatto soprattutto recitando per Carmelo Bene nel ruolo della volpe in Pinocchio.

Una genialità scomoda

Ma questi particolari sfuggono al grande pubblico, o sono troppo “imponenti”. Da quel momento in poi, i suoi testi più orecchiabili diventano vittime di incomprensione e superficialità, ed eclissano quasi totalmente quelli più autentici e di denuncia sociale. Questi ultimi, come spesso è accaduto a grandi artisti, trovano ampio spazio nel cuore degli italiani solo dopo la sua morte, avvenuta il 2 giugno 1981, a causa di un incidente stradale a Roma. 

Rino Gaetano

Fonte: Pagina Facebook – Rino Gaetano

Così Rino passa dal ruolo di scanzonato menestrello a maestro d’amara ironia che lascia un segno indelebile nel DNA culturale degli italiani. Il suo intero repertorio, vario e mai banale, ci ricorda che l’ironia è un mezzo leggero per esporre e denunciare problemi che pesano sulla schiena di chi li vive con consapevolezza e sensibilità.

Di seguito, vi proponiamo tre importanti successi da riascoltare per capire meglio la relazione tra il passato e il presente della nostra società. 

Nuntereggae più

Questa canzone, contenuta nell’omonimo album del 1978, è un originale punto di incontro tra la tradizione musicale italiana e quella del reggae giamaicano, molto apprezzato dall’autore. “Nuntereggeae più”, atipica e insolente, è un’ipnotica e geniale denuncia all’Italia moralista e viziosa del tempo, attraverso un elenco ragionato di insostenibili e ridicoli personaggi e cliché unicamente italiani, che il tempo ha eroso solamente in superficie.

Il cielo è sempre più blu

Chi non ha mai cantato, almeno una volta nella vita, il ritornello di questa canzone portando le mani al cielo e urlando a squarciagola come a tirare un grido di speranza? Anche se le interpretazioni di “Il cielo è sempre più blu”, nel tempo, sono state svariate, in essa c’è un elemento fisso, imprescindibile, atemporale: il cielo. Attraverso le immagini brevi e chiare di una società che resta frantumata da contraddizioni e disuguaglianze, il cielo che la sovrasta resta compatto e blu, anzi, sempre più blu. 

Mio fratello è figlio unico 

“Sfruttato, represso, calpestato, odiato”, canta Rino Gaetano, diretto e forte, ma con voce strozzata. “Mio fratello è figlio unico” è un potente grido d’amore ed empatia di un uomo che in Italia, di amore ed empatia, ne soffre terribilmente la mancanza, ma che non cede, smette di cantare e grida, “E ti amo Mario”.

La canzone è un capolavoro di sensibilità che racconta la condizione di solitudine ed emarginazione del diverso, rigettato da una società intollerante e sprezzante. Queste tematiche delicatamente umane tornano e ritornano in molte delle sue canzoni, ma anche nel tempo che attraversa un’Italia ancora troppo poco inclusiva. Rino, con amore, lascia “Mio fratello è figlio unico” in eredità a tutti i suoi fratelli figli unici di ieri, di oggi e di domani. 

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