Sono passati sei anni da quel 27 ottobre 2013. Sei anni che ancora ci lasciano increduli per questa assenza così difficile da digerire per la magnificenza del suo protagonista. Sei anni fa ci lasciava Lou Reed, uno dei più saldi e storici pilastri della discografia mondiale. Citando le iconiche parole di Dave Gahan, words are very unnecessary in situazioni simili, specialmente nel tentare di ritrarre ad arte la potenza di una figura così influente in un contesto così per sua natura talmente variegato come quello della giungla musicale.

Ma Lou, alla stregua del suo salvatore Bowie, oltre ad essere stato un indiscusso e fondamentale animale da palcoscenico, la forza motrice ed ispiratrice per chi venne dopo di lui, non poteva non brillare all’interno del caos primordiale che caratterizza da sempre l’andamento di quest’industria: anche nei momenti di stallo creativo, di crollo emotivo, lui era sempre rimasto lì, su quel trono che gli spettava per diritto creativo, se non di nascita.

Spendere troppe parole nel ricordarne la sua centralità nella storiografia musicale in modo lacrimoso e pedante potrebbe appunto essere parzialmente superfluo: c’è chi l’ha già fatto, e chi dopo di noi ancora lo farà. L’unica utilità reale delle nostre parole potrà solo essere quella di celebrarlo per ciò che l’ha reso e lo renderà eterno nei secoli a venire, finché questa palla rotante sulla quale nasciamo, viviamo e moriamo continuerà il suo moto perpetuo. Parliamo, quindi, della sua musica dirompente, rivoluzionaria, e del potere delle sue parole, del suo lirismo unico e peculiare, adattabile solo ed esclusivamente ad una personalità polimorfica come la sua.

Lou Reed durante il live del 1973 al Concertgebouw di Amsterdam. © Gijsbert Hanekroot

Una personalità camaleontica ed in incostante divenire è stata la matrice di quel Lou Reed artista che tanto attualmente ci manca: performer e attore della sua stessa vita come solo, oltre a lui stesso, il compianto Bowie seppe fare. Quello che ci prospettiamo di far emergere con questo nostro timido elogio della follia di un uomo, che ha osato fino alla sua fine, è la celebrazione della sua volontà di non smettere di arrendersi mai. Lou Reed può infatti essere interpretato oggi come figura esemplare, quasi un archetipo di quella concezione in cui, nonostante le peripezie che una vita artistica può porre davanti al suo creatore, è appunto la volontà, l’unico e centrale motore trainante di un’esistenza, specialmente se creativa.

Il suo metarmorfismo è stato ciò che ancora oggi infatti leghiamo a filo doppio al suo lato umano quanto al suo estro: il plasmarsi caustico allo stesso tempo antipersonale ed impersonale on stage della sua persona lo ha reso icona immortale ed imperitura di tempi ormai perduti, una sorta di divinità pagana che ancora oggi veneriamo nonostante la sua mancanza fisica. Lou Reed che impersonava Lou Reed, mentre reinterpretava Lou Reed insomma.

Reed è stato infatti un rivoluzionario per sua stessa autodeterminazione: capace di scardinare i diktat della cultura musicale allora vigente, ha spogliato deliberatamente la sua produzione, e quella a venire, di quella concezione dal tratto fortemente borghese che nella New York degli anni ’60 ancora regnava forte e chiara. E questo Lou ha continuato a farlo fino al suo ultimo respiro, rimestando le coordinate salienti del suo personale concetto di fare musica in direzione ostinata e contraria: questo è il concreto regalo di un simile temerario ai posteri, il permetterne l’emancipazione tramite l’elaborazione di un approccio sempre diverso alla propria personalità e sensibilità artistica, senza temerne mai l’esito, osando tutto in un all in creativo dai risvolti inaspettati.

Lou Reed. © Gijsbert Hanekroot

La diversità intrinseca del Reed uomo ed artista ci si palesa davanti nelle sue parole, con il profondo sentore di rischio che portano con loro. Ci rendiamo così conto che Reed ci ha sempre sfidati in fondo, fin dall’esordio nel 1967 con il fondamentale “The Velvet Underground & Nico”: non c’è il profumo della ventura Summer of Love nella Grande Mela di quegli anni, ma un olezzo di riottosa precarietà da dover sublimare in musica.

Il focus viene infatti posto sulla marginalità dei contesti urbani, e su tutto ciò che questi determinano: le tematiche sono certamente più scabrose della norma, di quelle che di certo ci si sarebbe aspettati in una New York ancora inconsapevole di esplodere: sesso, droghe, la tentacolarità metropolitana, l’emarginazione, la non omologazione. Trovate qualcuno che oggi avrebbe tutto questo fegato di improntare su tali argomenti l’avvento di una carriera. Sarebbe una sfida che nessuno sarebbe in grado di cogliere.

Il talento di Reed forse ha avuto consacrazione proprio in questo, nel permetterci la visione da una prospettiva radicalmente differente dall’ordinario, ed è per questo che ancora oggi dovremmo essergli grati. Una visione aliena e scomoda, che ci ha dato la possibilità tuttavia di vivere l’esperienza musicale con degli occhi differenti, forse più critici. Il canone non era più centrale nell’ottica di un Lou appena venticinquenne, vi era invece la necessità impellente di distruggerlo. E Reed l’ha fatto, in pompa magna.

Lou Reed al Concertgebouw ad Amsterdam, 1973. © Gijsbert Hanekroot

Ciò che ci la lasciati a bocca aperta è l’essere appunto stati sfidati fino al suo ultimo giorno: il crepuscolo della sua carriera, e potremmo aggiungere anche della sua stessa esistenza, è stato marchiato a fuoco da un’uscita discografica sui generis come il doppio LP “Lulu“, datato 2011 via Warner Records. Cosa ci ha sconvolto? L’aver scelto di chiudere consapevolmente i battenti a braccetto con una band che poco c’entrava con il modus reediano, i Metallica di James Hetfield.

A suscitare in noi ancora più clamore è stata la sua accoglienza, che l’ha accostato a furor di popolo all’ormai datato “Metal Machine Music” (1975) di Reed, impermeato di proto punk e noise come nulla all’interno della sua produzione. Due album certamente incompresi e controversi per scelta ponderata dello stesso Reed (in entrambi i casi l’amico Bowie profetizzò che sarebbero stati digeriti e compresi a distanza di molti anni), che definì la sua attitudine relativa a “Metal Machine Music” in questo modo, consapevole quasi dell’avventatezza del suo gesto ma allo stesso tempo fregandosene altamente: “le mie intenzioni erano serie. Ma ero anche molto, molto fuori di testa”. In questo identifichiamo quel vuoto che Reed ha lasciato: il non omologarsi, il fare sempre forse la scelta sbagliata, ma essendo consapevoli sempre di non aver tradito sé stessi. Ed è questo ciò che di certo continuerà a mancarci. Vedremo se riusciremo mai a metabolizzarlo.

Grazie Lou.

“Me ne fregava solo della musica, mi interessava solo quello. Ho sempre creduto di avere qualcosa di importante da dire e l’ho detto. E’ per questo che sono sopravvissuto, perché ancora credo di avere qualcosa da dire. Il mio Dio è il rock’n’roll. È un potere oscuro che ti può cambiare la vita”.

Immagine di copertina: © Gijsbert Hanekroot.

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