Se pensiamo ai Beatles e al loro lascito nella cultura pop, non possiamo che pensare a Let it be, alle famose strisce pedonali in Abbey road, ma anche e soprattutto, al famosissimo e indimenticabile album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. A distanza di ben cinquantadue anni, questo album è ancora ricordato per le leggende che si porta dietro, ma soprattutto per la musica che lo caratterizza. Nel 1967 i quattro di Liverpool erano all’apice della loro carriera: orde di ragazzi e di ragazze li seguivano in ogni dove, creando un riferimento per tutta la musica venuta dopo quell’anno con un concept album considerato, tuttora, come la pietra miliare della cultura pop e rock. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band fu l’album della rivoluzione per i Beatles negli anni della rivoluzione per il mondo. Si avvicinava il Sessantotto e il disco non solo rappresentava a pieno quell’anticonformismo che dilagava in tutto il mondo e lo faceva in musica, ma dava anche inizio, inconsapevolmente, a quella che fu definita la “Summer of Love”.

The Beatles. Fonte: Foter Photo by hermandelangen on Foter.com / CC BY-ND

 

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nacque con l’idea di essere un album che contenesse i racconti d’infanzia e i ricordi adolescenziali della band e un “omaggio” a Liverpool. Si può dire, col senno di poi, che “la banda dei cuori solitari del Sergente Pepper” sia stato il primo disco della storia del rock ad essere progettato come un concept album. In realtà, questa idea sfumò ben presto quando due delle più belle canzoni della storia musicale dei Beatles furono escluse da questo progetto. Queste due canzoni sono le indimenticabili e le bellissime Strawberry Fields Forever e Penny Lane, che vennero pubblicate, su idea del loro manager George Martin, in un singolo uscito cinque mesi prima: idea considerata dallo stesso Martin come il più grave errore della sua carriera. Se la natura originaria del disco ne usciva compromessa, non si può dire però lo stesso del risultato. Dopo circa settecento ore di registrazione e ben centoventinove giorni passati quasi del tutto nello Studio 2 della EMI, il primo giugno del ’67 il disco vede la luce. Ad aprire l’album e a dare il benvenuto a coloro che si mettono all’ascolto delle tredici tracce è proprio la title track. Gli ascoltatori fanno così subito la conoscenza della “banda dei cuori solitari del Sergente Peppers”, alter ego vittoriano e immaginario della band, nato dall’idea di Paul McCartney con lo scopo di far proseguire la carriera dei Beatles anche dopo l’annuncio del ritiro ufficiale dalle scene live. Ma come gran parte delle storie che circondano questo album, c’è sempre un’altra versione, la quale attribuisce l’ispirazione del nome dell’album a uno degli agenti canadesi di scorta della band, che era un sergente, e il cui cognome – ovviamente – era Pepper. Dopo aver fatto la conoscenza del nuovo mondo dei Beatles, un mondo quasi onirico e decisamente diverso da quello che aveva caratterizzato i loro album precedenti, arriviamo a una canzone che nella classifica mondiale delle 500 migliori canzoni di sempre è posizionata al 304esimo posto. With a Little Help from My Friends, scritta a quattro mani da John Lennon e Paul McCartney e pensata per la voce di Ringo Starr, nasce da un dialogo e uno scambio di battute che, ritoccate e messe in musica, diedero vita poi a questa canzone. Tra i punti più alti di questo album c’è sicuramente quello in cui gli ascoltatori arrivano a sentire una delle canzoni più belle e innovative dei Beatles, sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista testuale. La canzone in questione, che è stata reinterpretata da tutti i più grandi della musica mondiale, da Elthon John fino ad arrivare a Bono Vox, è Lucy in the Sky with Diamonds. Non si può parlare di questo album senza parlare di questo brano e di tutti i riferimenti e le curiosità che si porta dietro. Partiamo dal nome e dalle non poche polemiche che la canzone suscitò in un’epoca in cui si affacciava dirompente la droga con tutte le sue conseguenze: da sempre Lucy in the Sky with Diamonds è stata accostata all’LSD, sia per l’acronimo che ne deriva dalle iniziali delle parole del titolo, sia per il testo carico di immagini psichedeliche e surreali, tanto che da essere messo al bando dalla Bbc. In realtà l’ispirazione per il titolo, come aveva sempre affermato John Lennon, gli fu data da un disegno di suo figlio che ritraeva una sua compagna di classe fluttuare in un cielo pieno di diamanti. E se al piccolo Julian si deve l’ispirazione del titolo, ai romanzi di Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio, si deve invece quella per il testo. Nell’album, inoltre, l’immaginazione e i temi surreali si accostano a tanta cronaca e riferimenti alla quotidianità. Si va dalla ripresa di un jingle di una pubblicità molto famosa in quel periodo nel brano Good Morning Good Morning, fino ad arrivare a una meter maid di nome Rita che, secondo alcune fonti, avrebbe fatto una contravvenzione a Paul McCartney, diventando così la protagonista di Lovely Rita. Ma non solo. Era il 1967 e l’Inghilterra era interessata dall’esodo di giovani: Paul Mccartney e John Lennon non si fecero sfuggire la notizia di una ragazza fuggita dal Regno Unito e dai suoi genitori per inseguire un uomo. Da questo ennesimo scambio di idee, nacque una canzone che ha da sempre diviso la critica, She’s leaving home. “It’s getting better all the time” canta Paul in Getting Better, ed è vero: va sempre meglio in questo album. Come in una montagna russa, si passa da canzoni accompagnate da maracas e tamburelli a quelle accompagnate da violini e violoncelli. Come in un climax, in cui l’intensità cresce sempre di più di parola in parola, il punto di arrivo di questo album, nonché l’ultima traccia, esprime appieno la potenza di tutto il progetto. A day in the life è uno dei brani più celebrati dei Beatles, pur senza i ritornelli famosi alla Yesterday e alla All you need is love. Anch’esso ispirato a due fatti di cronaca, tra cui uno che toccò da vicino due dei componenti dei Fab Four, la canzone ha un arrangiamento che cattura l’ascoltatore e lo fa definitivamente innamorare di questo disco. Ma la forza di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band non è solo nei testi e nella musica, ma anche in tutte le storie che si porta dietro, passando dagli ipotetici riferimenti alle droghe, fino ad arrivare alla famosissima copertina dell’album.

Cover Sgt pepper’s lonely hearts club band Fonte: Profilo Facebook The beatles moderated by Universal & Apple Corps

In quello che è diventato un vero e proprio capolavoro pop art, i Beatles hanno riunito tutti i personaggi davanti ai quali avrebbero voluto suonare, tra cui anche quattro statue di cera che li raffigurano. Troviamo i grandi nomi del cinema di quel tempo, come Marlene Dietrich e Marylin Monroe, ma anche i grandi nomi della scienza e della letteratura, come Albert Einstein ed Edgar Allan Poe. Tra i grandi scartati dalla lista dei personaggi davanti ai quali Lennon e la band avrebbero voluto esibirsi, ci sarebbero stati anche Gesù e Gandhi, se non fosse che la EMI pose il divieto assoluto di inserirli. Ma c’è un altro mistero che aleggia su questa copertina e su quasi tutti i lavori dei Beatles dal ’66 in poi, ed è la famosissima teoria del Paul is Dead. La leggenda, che cominciò a diffondersi nel 1969, narra che il bassista dei Beatles, e anima di gran parte dei loro successi, fosse stato sostituito da un sosia perché morto in un incidente stradale. Questa leggenda, ovviamente smentita da Paul e dai suoi compagni, fu avvalorata da presunti messaggi in codice nascosti nelle loro opere. Ovviamente, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e la sua copertina non potevano esimersi da queste leggende. Infatti, nella cover del famoso album, gli indizi che potrebbero confermare quella che è pur sempre rimasta solo una teoria, sarebbero tanti. Ci sarebbe una composizione di fiori avente la forma di un basso Hofner mancino, ma anche le famose quattro statue di cera che sarebbero vestite in abiti scuri, come in un funerale. Questi sono solo due degli indizi che gli affezionati a questa teoria hanno trovato nell’album: indizi che non si fermerebbero alla sola cover, ma che sarebbero presenti anche nei tredici brani. Insomma, sentire Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band significa sicuramente ascoltare un bellissimo album, simbolo dell’apice della carriera dei Beatles, ma anche fare un viaggio psichedelico, surreale e misterioso nel mondo dei Fab Four.

Immagine di copertina: Wikipedia

 

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