Una ragazza e la sua chitarra

Cinque anni sono tanti. Il tempo si allunga e si accorcia a seconda di chi lo osserva passare. Di sicuro, però, questo lustro di distanza dalla sua ultima uscita discografica deve essere volato in un attimo per Sharon Van Etten: il suo ritorno sulle scene porta con sé nuove consapevolezze, rinnovate ispirazioni e una poetica sempreverde, arricchita da una forma mai così variopinta. Potremmo pensare alla cantautrice statunitense visualizzandola in una perfetta simbiosi con la propria chitarra: lo strumento a sei corde, in effetti, è suo fedele compagno fin dall’inizio del millennio, quando lei – appena trasferitasi a New York – registrava i suoi primi demo casalinghi mentre lavorava.

Nel solco della più classica tradizione folk americana, la sua era già all’epoca una vena che seguiva la strada tracciata da nomi artiste come Joan Baez, Joni Mitchell, Patti Smith; tuttavia già dall’esordio Because I was in Love (2009), si contraddistingue per una voce molto espressiva e un cantato incline ad ogni tipo di increspatura (a maggior ragione, poi, se le sue sono canzoni che parlano d’amore, di un amore che finisce e di quello che ne consegue).

Il suo percorso artistico però, l’ha lentamente e quasi impercettibilmente portata – di lavoro in lavoro – sempre un po’ più lontano dalla chitarra: come un’orbita che, pur ruotando sempre e comunque intorno a quel suo primo grande amore, le avesse permesso di conoscere nuove prospettive e imparare nuovi linguaggi, fino ad arrivare al presente, a qui e adesso: ad un disco che sembra rivoluzionare il suo sound soltanto se lo si ascolta superficialmente.

 

Affinità e divergenze

L’album precedente,  Are We There, risale al 2014, e lSharon stessa l’aveva battezzato con un titolo che intendeva fare il punto della situazione nel bel mezzo dello scorrere degli eventi:

I ask myself that question (are we there? ndr) all the time, for my work, for my love, even for my friends. It’s just really good to check in with yourself and it’s a play on words, about touring and about travelling, being in transition.

(mi chiedo questa cosa (ci siamo? ndr) molto spesso: a proposito del mio lavoro, dei miei affetti, anche dei miei amici. Penso sia positivo fare un punto della situazione ed è anche un gioco di parole, perché ha a che fare con l’essere in tour e il viaggiare, con l’essere in transizione.

Di certo non immaginava che nei cinque anni che sarebbero seguiti di cose ne sarebbero successe molte, le più disparate. È proprio da questo bagaglio di esperienze che nasce Remind Me Tomorrow: il primo pezzo, I Told You Everything  sembra continuare il discorso del disco precedente, anche perché – ed è una cosa curiosa – l’accordo di pianoforte con il quale si apre la canzone è esattamente lo stesso con cui iniziava Afraid of Nothing, primo brano di Are We There. Da questa coincidenza – cercata? Voluta? Ci piace pensare di sì -, però, i panorami che si allargano nei dodici pezzi del disco sono lande finora inesplorate dalla voce fragile e potente della Van Etten.

Anche dal punto di vista delle liriche l’evoluzione appare evidente fin da subito: niente più elegie su relazioni tossiche e amori, il primo è invece un brano sull’innamoramento, su quel che ha significato per lei riconoscere negli occhi di una persona – il suo batterista Zeke Hutchins – che si stavano innamorando. L’amore sotto un nuovo punto di vista, quindi; e poi ancora la nascita di un figlio, avuto nel 2017, con tutto quel che ne consegue, l’esperienza in The OA, serie televisiva che l’ha vista al debutto come attrice, il ritorno a scuola per concludere la high school e la scelta di studiare psicologia all’università. Insomma, come dicevamo in apertura, questi cinque anni sono stati per lei davvero ricchi. Va da sé che, di riflesso, un po’ di tutto questo sia finito in Remind Me Tomorrow.

Sharon Van Etten interpreta Rachel in The OA.

Remind Me Tomorrow

Racconta la Van Etten di come abbia sentito la necessità di allontanarsi dalla chitarra. Le sembrava di star scrivendo canzoni molto simili, e pensare di appiattirsi sul proprio stereotipo può essere una paura paralizzante. Invece lei, semplicemente, ha provato ad avvicinarsi ad un altro strumento: tutte le canzoni sono infatti nate, per la prima volta, su una tastiera. Quel che ne risulta è, anche grazie alla produzione di John Congleton (Modest Mouse, Franz Ferdinand, St. Vincent), un disco sorprendente.

Un lavoro nel quale l’artista affronta piani nuovi, con un utilizzo molto più marcato della ritmica e tenui scivoli di droni a cucire insieme le varie sezioni. La già citata I Told You Everything introduce il discorso, ma è No One’s Easy to Love che affonda il colpo: una ritmica sporca e un synth fanno da impalcatura alla vocalità di Sharon Van Etten, le cui melodie sono riconoscibili pur essendo in una veste nuova. Memorial Day inizia con un intro che potrebbero aver scritto gli Alt-j, per poi evolvere in un oscuro pezzo lento; Comeback Kid e Seventeen sono i due singoli e si avvicinano al dream pop dei Beach House, ma restando originali.

Malibu riesce a mascherare certi aspetti spiccatamente country (l’accompagnamento del pianoforte, la melodia del cantato) nei contorni sporchi di un brano distorto dai consueti droni; con You Shadow ritorna in parte il tema delle relazioni amorose malaticce, quelle nelle quali un partner cerca di plasmarsi appositamente sugli interessi dell’altro alla disperata ricerca di piacergli. La chiusura del disco, Stay, è invece dedicata al figlio della Van Etten: capace di farle sperimentare un amore nuovo, un amore che non si spegnerà mai e che lei porterà per sempre con sé.

Remind Me Tomorrow ci riconsegna insomma una Sharon Van Etten rinnovata ma non stravolta, cresciuta sotto molti punti di vista: e crescere non significa necessariamente migliorare, ma soltanto cambiare, diventare un po’ di più sé stessi. Allora qui dentro c’è una donna che cambia e ci si può ritrovare chiunque stia facendo lo stesso – consapevole o inconsapevole. Più che una rivoluzione del suo stile, appare come la strada più giusta che potesse intraprendere.

 

Voto 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Brani consigliati: I Told You Everything, No One’s Easy to Love, Memorial Day, Malibu, Seventeen

 

© Cover photo by John Bentley