La morte dell’anarchico del punk per eccellenza, quella di un musicista controverso, da considerarsi per certi aspetti qualitativamente scarso ma dall’ineguagliabile e provocatorio impatto mediatico, rimane ancora oggi avvolta dal più plumbeo mistero. Il suo nome era Sid Vicious, ed era fatto della stessa sostanza del più spietato nichilismo.

Passato alla storia per essere stato il bassista nonché figura cardine e prototipica dei britannici pionieri del punk, i Sex Pistols, Sid scomparve il 2 febbraio del 1979, ad appena ventun’anni, mettendo fine alla sua tragica, e fulminea, parabola discendente. Era un venerdì mattina in quel di Greenwich Village, a New York: Vicious, al secolo John Simon Ritchie, si trovava nell’appartamento della sua nuova fiamma Michelle Robinson quando venne stroncato da una dose letale di eroina, coronamento ultimo e fatale della sua eccessiva e quanto mai breve esistenza.

Quel giorno d’inverno di quarantuno anni fa si aprì così la più grande zona d’ombra della storia del punk mondiale, appena una manciata di mesi dopo la discussa morte della sua compagna.

Da sempre ribelle e poco incline alle regole di sana convivenza civile, John manifestò quel suo profondo atteggiamento di natura antisociale in modo violento e incontrollato, sintomo di un malessere interiore forse addirittura insanabile. Ci chiediamo ancora oggi se Sid, in realtà, cercasse proprio quell’oblio definitivo da quella fama incontrollata per lui ingestibile, da quel dolore atroce e colpevole dovuto alla scomparsa della sua Nancy. La questione, per causa di forza maggiore, non avrà mai una risposta certa.

A detta di molti, furono proprio le circostanze e le dirette conseguenze dell’assassinio della Spungen ad aver generato il suo ineluttabile declino.

La situazione, quella notte del 12 ottobre 1978, fu complessa, fuori controllo. Gli annali raccontano dell’assunzione, da parte di Sid, di un quantitativo smisurato di barbiturici, nella fattispecie di una trentina di compresse di Tuinal, forse uno dei più potenti sedativi all’epoca in circolazione. È indubbio, quindi, che Sid vertesse in uno stato confusionale decisamente oltre la norma, come venne confermato, peraltro, dal loro storico manager Malcolm McLaren, strenuo sostenitore dell’innocenza del bassista londinese.

Sid Vicious live. © Bob Gruen

Sid, tuttavia, in un primo momento, si addossò la colpa dell’omicidio, ritrattando immediatamente dopo: essendo, però, stato formalmente considerato come l’unico indagato per il sanguinoso evento, Sid venne arrestato. Uscì solo grazie alla cauzione, pagata dalla loro etichetta del tempo, la leggendaria EMI, per poi finire nuovamente in gattabuia per quel famoso bicchiere in pieno volto al fratello della Smith.

La mente di Sid era, insomma, ormai compromessa, sia dall’abuso di sostanze quanto dalla sperimentazione della perdita. Non so perché sono ancora vivo, ora che Nancy non c’è più, questo era il mantra del Vicious durante i suoi ultimi, precari, quattro mesi di vita. Prima della notte della sua prematura scomparsa tentò addirittura il suicidio, seguendo alla lettera i principali diktat dell’autolesionismo: la lama di quel rasoio non lo ricongiunse, tuttavia, alla sua Nancy, lasciandolo ancor di più sprofondare, così, nei meandri della sua ormai debilitante e incurabile depressione.

Quel bassista che non sapeva suonare, quindi, non trovava più il minimo senso nella prosecuzione della propria, minata esistenza su questa Terra. Per questo, in relazione alla famosa e finale overdose, si è sempre parlato di suicidio.
Il biglietto lasciato da Sid, e ritrovato accanto al suo corpo, risulta ancora oggi incontrovertibile: aveva annotato con minuzia di particolari le sue ultime volontà, tra le quali essere sepolto vicino a Nancy (cosa che non venne rispettata per via dell’ostruzionismo, comprensibile, della madre della Spungen) con addosso i suoi jeans, la giacca di pelle e i suoi anfibi.

Sid voleva morire, e alla fine ce l’ha fatta. 

Vicious, too fast to live.

Immagine di copertina: ©Pinterest/Bob Gruen
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