A sessantatré anni di distanza non possiamo non interrogarci sul se i piani astrali avessero già definito, nel loro allinearsi ed opporsi mai casuale di pianeti, il destino dell’anima inquieta e fragile di cui stiamo per raccontarvi. Ci domandiamo, infatti, se quel 10 maggio del 1957, a Lewisham, tutto non fosse già scritto, se non fosse una maledizione nascere Sid Vicious.

Sì, parliamo proprio dell’anarchico del punk per eccellenza, di quel musicista controverso come pochi, considerato tanto qualitativamente mediocre quanto dotato di quell’ineguagliabile e provocatorio impatto mediatico per il quale ancora oggi non rischiamo di dimenticarlo. Insomma, il suo nome era John Simon Ritchie, ed era fatto della stessa sostanza del più radicale nichilismo.

No Future

La vita di colui che ha fatto dell’espressione no future il suo mantra esistenziale è ben nota, tanto quanto la tragicità della sua scomparsa. Passato alla gloria eterna per essere stato il bassista, nonché figura cardine e prototipica, dei britannici pionieri del punk, i Sex Pistols, Sid scomparve il 2 febbraio del 1979, ad appena ventun’anni, mettendo fine così alla sua fulminea parabola discendente. Era un venerdì mattina in quel di Greenwich Village, a New York: Vicious si trovava nell’appartamento della sua nuova fiamma, Michelle Robinson, quando venne stroncato da una dose letale di eroina, coronamento ultimo e fatale della sua eccessiva e quanto mai breve esistenza.

Quel giorno d’inverno di quarantuno anni fa si aprì così la più grande zona d’ombra della storia del punk mondiale, appena una manciata di mesi dopo la discussa morte della sua compagna, l’ossigenatissima Nancy Spungen, ritrovata accoltellata in nebulose circostanze nell’ottobre ’78 nella stanza numero 100 del Chelsea Hotel, nella Grande Mela.

Sid Vicious. © Bob Gruen

Da sempre ribelle e poco incline alle regole di sana convivenza civile, John manifestò, quindi, quel suo profondo atteggiamento di natura antisociale nel modo più violento e incontrollato possibile, costellando la sua breve esistenza di ogni qualsivoglia eccesso, sintomo di un malessere interiore forse addirittura insanabile. Ci chiediamo ancora oggi se Sid, in realtà, cercasse proprio quell’oblio definitivo da quella fama incontrollata per lui ingestibile, resa ancor più insopportabile da quel dolore atroce e colpevole dovuto alla scomparsa della sua Nancy. La questione, per causa di forza maggiore, non avrà mai una risposta certa.

Sid Vicious nel 1978. © Bob Gruen

Sid, l’infelice

Sì Sid era, insomma, forse addirittura un pessimo musicista, senza alcuna velleità realmente artistica: il punto però è che, forse, senza questo suo ricorrere all’escamotage musicale, non avrebbe trovato altro modo di gridare al mondo intero quel suo disagio primordiale e atavico. Chissà se sperasse di essere sentito, o se fosse per lui il solo modo possibile di provare a eviscerare quel fardello ingombrante nel modo più violento possibile, giusto per provare, diremmo a posteriori invano, a liberarsene. Chissà se sperasse di essere salvato da sé stesso, da quella condizione esistenziale vissuta come una condanna per stato di natura.

Sarebbe, quindi, potuto essere un ragazzo come tanti altri se non avesse dovuto sopportare il dover nascere in una famiglia altamente disfunzionale, con un padre assente e con una madre non solo tossicodipendente, ma soprattutto fautrice della sua rovina. Annichilito dalla droga e dagli abusi, compromesso, svuotato e lacerato da rapporti e da perdite tossiche più delle sostanze assunte, il miracolo di Sid, a posteriori, ci rendiamo conto che si realizzò comunque.

Come, vi starete domandando, Vicious non è stato di certo una di quelle figure alle quali ispirarsi per una vita degna di essere chiamata tale, ma quel bassista a tratti incapace di suonare qualcosa è stato davvero in grado di insegnare a noi posteri. Nel realizzarsi di questo suo alter ego estremizzato all’ennesima potenza, John ha centrato il fatto che non solo che la musica sia in grado di diventare il cardine di un profondo riscatto personale, di rendersi il fulcro catartico di tutto il dolore esistenziale, ma che, con la sua morte, mitizzata alla stregua di un martire del genere, arrendersi nella vita è solo una grande fregatura.

Il monito di Sid Vicious

Il miracolo di Sid Vicious è, quindi, quello di farci realizzare come salvarci non seguendo le sue orme, imparando dalla sua esperienza come non sia detto che nascere in una determinata condizione porti ad un epilogo già scritto. Il destino può mutare, la depressione può essere curata, questo è il monito che ci lascia: basta solo volerlo, e Sid non ha voluto, o forse solo non ce l’ha fatta. Sid voleva morire perché tutto attorno gli era insostenibile, e alla fine è riuscito nel suo intento masochistico: forse era consapevole che, così, non sarebbe mai morto davvero, lasciandoci molto su cui riflettere. In primis, quanto il punk possa essere un bene, se inteso come una lotta continua e assidua per l’affermazione più assoluta del sé contro tutto e tutti, ma anche che, alla fine dei conti, nessuno sia mai in grado di salvarsi da solo.

Immagine di copertina: ©Pinterest/Bob Gruen

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