Quando la vita diventa troppo veloce, a volte è giusto fermarsi e defilarsi. Non per viltà, né per incuranza di sé, anzi: prendere del tempo per respirare aiuta a dare un ordine ai pensieri e ad allontanare gli stati d’affanno. E Clementino sembra aver fatto il pieno di ossigeno, trasformando la sua assenza dalle scene musicali, durata circa un paio d’anni, in un’occasione per dare al vuoto un nome nuovo. Tarantelle, sesto album in studio del rapper campano in uscita il prossimo 3 maggio per la Universal, richiama sin dal titolo una gestazione complessa, metafora non solo della personale scalata verso il rap, ma anche del suo rapporto con la droga, già noto ai più per pubblica ammissione da parte dello stesso artista. Mossa strategica, avranno pensato i maligni; in realtà, Clementino non ha lasciato spazio alla commiserazione propria e altrui, ma solo alla voglia, come sempre, di andare oltre.

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Tarantelle. 3 Maggio 2019.

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Prima di parlare di ciò che sarà, facciamo un passo indietro: Napolimanicomio, anno 2006. Clemente Maccaro, meglio poi conosciuto come Iena White, esordisce da solista con un disco di 20 pezzi, in cui la prorompenza del dialetto napoletano si mescola alla scanzonatezza di chi racconta i mali della società senza la presunzione di poterli sconfiggere. Uno squarcio nel mare del rap partenopeo, che si allarga in un vortice con gli album successivi, da I.E.N.A.(2011) a Vulcano (2017), passando per Mea culpa (2013) e Miracolo! (2015), dove Clementino consolida col tempo un filone musicalmente sincretico e una formula compositiva assolutamente originale. L’accostamento delle sonorità d’oltreoceano alle melodie più spiccatamente tradizionali della terra campana – James Senese, Enzo Avitabile e Pino Daniele insegnano – diventano per il rapper originario di Nola il sintomo di un cambiamento ancora più profondo, che consiste nello scavalcare i confini del neomelodico per affacciarsi nel contesto nazionale e internazionale. In che modo? “Traducendo – spiega bene Paola Zukar nel suo libro Rap. Una storia italiana – le rime e il loro contenuto in italiano, con un’ottima dizione e una buonissima scelta di parole, lasciando però il ritornello in ‘originale’ […] Tutti possono così capire e cantare, da Napoli ad Aosta”. Per Clemente, dunque, il rap italodialettofono è sinonimo di un orgoglio identitario ben lontano dal mero provincialismo: in O’Vient, brano che nel 2013 lo ha consacrato al grande pubblico, è la voce di “chi n’ten nient”; in canzoni come Oracolo del Sud (2015) il dialetto si presta a creare degli scioglilingua che esaltano appieno le sfumature sonore della parola (“E poi t’ smunt a cass, cunt’abbasc’, sutt ‘a tracc’, tutt ‘a spass’, tutt’ fum e gas”); infine, pezzi come Spartanapoli (2017), raccontano di un luogo ancora troppo martoriato, in cui ognuno può riconoscere la propria periferia (“Comm è stat tost sta salit/Quant cost cost cant ‘a vit/ Contrabband e drog abbasc ‘a vij”).

Con la sua semplicità disarmante, quindi, Clementino ha saputo rappresentare fino ad ora la sua terra e le sue voci seguendo una visione universale; con Tarantelle, però, il rapper vuole fare un ulteriore passo in avanti, transitando da una storia collettiva a una dimensione individuale: la sua. Sebbene manchi ancora qualche settimana all’uscita dell’album, le prime due tracce di lancio, Gandhi e Un palmo dal cielo, appaiono già esemplificative di un approccio diverso e di una tecnica di scrittura ancora più ardita. Nel primo brano, un freestyle quasi interamente in italiano, l’avvicendarsi serrato delle rime non è altro che una dichiarazione di equilibrio (lo si deduce dalla chiusa “Ho imparato a mandarvi a fanculo in silenzio/ Sono Gandhi fuori/ E vafammoc dentro”) travestita da dissing contro l’attuale “rap-generazione”. In a Un palmo dal cielo, invece, Clementino ci regala la mappa dei suoi sogni, messi insieme, come ha spiegato in una recente intervista, dopo aver chiuso la porta al suo periodo più buio: il tutto immerso in una ballata hip hop dalle risonanze oniriche, laddove anche le parole sembrano rarefarsi (“Ho sognato la mia mente saltare là/ oltretutto ci sta/ E la brezza del mare che poi mi accarezza/ verso la libertà”). Come se la lingua andasse oltre il suo colore e ritornasse alla sua forma primordiale: anche Hola!, infatti, terzo singolo di Tarantelle disponibile da ieri, è il saluto che lega i versi di Iena White e quelli di Nayt, giovane rapper di Isernia, in un unico flow. Perché, alla fine, come cantava lo stesso Clementino in Joint, “Gir’ e rigir’ […] ‘a musica è l’unica cur”. Un ritorno in grande stile, in tutti i sensi.

 

Immagine di copertina: ©pagina Facebook ufficiale di Clementino
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