Ci sono stati i tempi gloriosi di MTV, quando la musica aveva sposato il mezzo televisivo e si agghindava per essere guardata, oltre che vista. L’esigenza di farsi immagine aveva contagiato un po’ tutti, lasciando spazio a una marea di video che ritenere superflui è un complimento, ma anche a canzoni che nemmeno ricorderemmo senza associarle al videoclip. Un esempio su tutti? Questo.

Impossibile, o quasi, ascoltare Britney senza visualizzarne le immagini, ricordarne l’atmosfera e in generale provare una sorta di imbarazzo non ben identificabile. Eppure con il tramonto della tv musicale e l’avvento dello streaming, qualcuno avrà gioito pensando di essersi liberato finalmente da inutili accessori che servivano unicamente a imbellettare prodotti da vendere e niente più. Invece, se fatto come si deve, anche il legame video-musica può avere una dignità artistica di tutto rispetto, e quel che sembrava averlo definitivamente spento l’ha invece rivitalizzato (ne parlavamo qui anche noi a proposito del fenomeno Lettieri).

Anche i brani dei The Blaze hanno un rapporto profondo con i loro video. Il progetto dopotutto è nato proprio in ambito cinematografico, per la necessità di Jonathan Alric di creare una soundtrack per un suo cortometraggio e la conseguente collaborazione col cugino Guillaume, appassionato di reggae e già produttore dub sotto il moniker Mayd Hubb. Da questa scintilla nasce The Blaze, una visione del mondo prima ancora di essere una semplice proposta musicale.

L’elemento visivo infatti riveste un’importanza fondamentale nell’espressione artistica dei due ragazzi francesi, che ne fanno un punto cardine creando video non solo interessanti, ma ricchi sul piano dell’immagine: un approccio molto vicino al cinema, al contempo strettamente legato alle canzoni, che esplora da vicino realtà particolari, nelle quali i giovani sono spesso protagonisti. Ed è una giovinezza osservata da un’angolazione particolare, quella delle emozioni, a catturare gli ascoltatori/spettatori. I due hanno spesso parlato di poesia a proposito del loro lavoro, sottolineando in questa intervista, come per loro la poesia risieda nel raccontare le emozioni, tutte quante.

Dancehall è il titolo del loro primo album, uscito il 7 settembre, che richiama apertamente le esperienze giamaicane della danza (elemento che si ritrova moltissimo nei visual, quasi simboleggiasse esso stesso la libertà, la giovinezza). Le dancehall, infatti, prima di dare il nome al dancehall reggae, si erano sviluppate proprio dall’influenza della musica proposta in questi dj-set – dei luoghi nei quali la gente faceva comunità, stava insieme e si abbandonava alla danza. La loro musica si può descrivere come un elettronica scarna adagiata il più delle volte su tappeti di pianoforte house o di synth, sulla quale si sciolgono le voci deformate e incupite dei due cugini, che suonano al tempo stesso inquietanti ed amiche.

Il brano che li ha resi un piccolo caso musicale è però Virile, che risale al 2016 ed è coronato da un video che può essere definito come manifesto estetico (e poetico, a questo punto) del progetto:

Girato praticamente senza budget all’interno di una camera dalle grandi vetrate, ci parla di un rapporto di amicizia maschile molto forte, che mette a nudo due uomini. Il video ce li mostra ballare, ridere, abbracciarsi, fingere di combattere; abbandonare ogni filtro, ogni barriera. È facile immaginare come questi due protagonisti incarnino metaforicamente i due cugini, i loro legame affettivo e insieme artistico. Questo tema dell’amicizia maschile è stato affrontato anche con Territory, brano che racconta il ritorno a casa di un giovane pugile algerino, che riabbraccia la propria casa. 

Uscito a inizio settembre, il video di Queens ci catapulta invece in un’altra realtà, quella degli zingari, filmata con la stessa cura per i dettagli di Territory, grazie anche al grande lavoro di ricerca effettuato dai due, che hanno volutamente vissuto in un villaggio rom per poterne conoscere l’immaginario e restituirlo al meglio. Qui il funerale di una giovane diventa la porta per un viaggio nei ricordi condivisi con lei da un’altra ragazza: non conosciamo il loro tipo di rapporto, eppure non ha importanza perché lo testimoniamo. Sono più forti l’affetto e le emozioni che il video e la canzone riescono a raccontare rispetto alla curiosità che quell’ambigua relazione innesca in noi. Proprio come le poesie più potenti, che veicolano emozioni anche senza essere analizzate, anche quando le leggiamo in una lingua che nemmeno conosciamo.

Nelle loro opere i The Blaze svelano davvero il lato umano non solo delle persone ma degli stessi affetti, che sanno essere disarmanti nella loro genuinità. Una umanità smascherata, che non si nasconde dietro gli atteggiamenti o le maschere che tutti noi siamo portati a indossare ogni tanto. Insomma: è come si desse una dignità alle emozioni, e questo forse è l’aspetto più rivoluzionario in un presente che fa della perfezione e della forza (intesa come sicurezza, risolutezza) caratteristiche cardine dell’umanità. I The Blaze dipingono, invece, un’alternativa: ricordandoci che siamo imperfetti e deboli, e invitandoci a guardare la bellezza delle emozioni, di tutte le emozioni.

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