L’estrema attualità delle melodie dei The Cure, a partire da quelle della prima ora, dallo scarno ed essenziale post-punk degli esordi in Three Imaginary Boys  (1979), fino a quelle più recenti ed ancora più intimiste del nuovo millennio (Bloodflowers, 2000; The Cure, 2004 e 4:13 Dream del 2008), ci lascia basiti, soprattutto se pensiamo che, effettivamente, siano già passati quarant’anni dal debutto nel panorama musicale britannico della band di Robert Smith.

È proprio in occasione di questa particolare ricorrenza, della celebrazione stessa della loro longevità artistica nel mare decadente della produzione musicale odierna, che Smith e soci hanno recentemente annunciato un enorme tour per questo 2018, che vedrà il suo acme nell’appuntamento del 7 luglio, nella più che adatta cornice londinese di Hyde Park, accompagnati sul palco da una ricca serie di ospiti illustri (Editors, Interpol, Goldfrapp, Slowdive, Ride e Twilight Sad sono ad oggi le guest star ufficialmente annunciate). Non potrebbe effettivamente esserci atmosfera migliore per far partire, senza alcun preavviso, nell’aria notturna del polmone verde della capitale britannica, l’intro di uno dei manifesti più concreti della dark wave d’oltremanica, A Forest (contenuta in Seventeen Seconds del 1980). Il gruppo, il cui primissimo esordio si fa risalire addirittura al lontano 1976 con Laurence (Lol) Tolhurst alla batteria e Porl Thompson alla chitarra ad accompagnare l’acerba ed inesperta vocalità dello Smith adolescente all’interno dell’embrionale trio dal nome Easy Cure, si presenterà agli occhi e alle orecchie dei fan con una formazione di prim’ordine, specialmente per i più nostalgici. Avremo certamente in prima linea lo storico bassista Simon Gallup, altra icona della band quasi alla stregua dei trends stilistici di Smith, soprattutto dal punto di vista dei suoi tappeti ritmici, marchio di fabbrica della produzione del gruppo fin dal ’79 (1979-1982 e dal 1985 ad oggi), Jason Cooper alla batteria, fedele alla linea dal 1995, Roger O’Donnell alle tastiere, presenza artisticamente intensa e possente ma non fissa, presente per l’appunto a fasi alterne dal 1987 fino ad oggi (1987-1989, 1995-2005 e dal 2011 alla data attuale) ed, infine lo statunitense Reeves Gabrels alla chitarra (dal 2012), storico braccio destro del più che compianto Bowie.

 

I The Cure del nuovo millennio. Credits: Andy Vella

Accennare brevemente alla formazione, parlando dei The Cure, è un fattore praticamente obbligato. La band è infatti da sempre stata storicamente soggetta alla cosiddetta politica della porta scorrevole, variando più o meno in modo regolare nel corso di questi lunghi anni di carriera, arrivando ad oggi a subire nei suoi diversi lustri ben nove, spesso drastici, cambi di line-up interna. Questa politica è certamente da tempo immemore condizionata, e allo stesso tempo fortemente dipendente, dalle inclinazioni creative e dalle correnti profonde (nonché quindi dalle sue apparenti brusche virate) dell’ispirazione stessa di Smith, storico leader maximo della band originaria del West Sussex.

I The Cure in pieno periodo New Wave. Fonte: Morrison Hotel Gallery

Il fermento puramente riottoso del post-punk britannico è alla base della produzione iniziale della band, pienamente coerente con le scarne e genuinamente cupe sonorità diffuse dalla piena esplosione new wave di quegli anni. A fianco di questi esordienti ragazzi originari dell’estremo sud del Regno Unito troviamo delle band baluardo di quegli anni, come Siouxsie and the BansheesJoy Division ed Echo and the Bunnymen, le quali, alla stregua di Smith & co. sono arrivate a diventare dei veri e propri simboli, la causa e al tempo stesso il sintomo manifesto di una ricerca interiore concretizzatasi musicalmente nell’essenzialità sonora più profonda, grave, cadenzata e caratterizzata da liriche intimiste, ai limiti dell’esistenzialismo. Il passo da band dal sapore aspro ed acerbo, figlio quindi naturale del primo punk made in UK, alle atmosfere tradizionalmente gotiche ed oniriche che, dal 1980 in poi, ossia a partire dal fondamentale ingresso di Gallup al basso e dalla pubblicazione dell’album Seventeen Seconds, sarebbero diventate il tratto definitorio di un gruppo dallo stile intimo, emotivo e raffinato, è stato decisamente breve.

Seventeen Seconds segna infatti l’ingresso di Smith e soci in quegli anni ’80 ammantati di tenebra, fatti di ritmi cadenzati e ossessivi controbilanciati ad arte da atmosfere rarefatte e sospese, ponendosi come album capostipite di una delle trilogie concettuali fondamentali della musica del XX secolo. Il nichilismo in questo album si fa concreto, aprendo le danze ad un vortice di oscurità e disperazione esponenziale degno delle più pure atmosfere baudelairiane che avrà come intermezzo il successivo, e piuttosto bersagliato, Faith (1981). Questo LP, preceduto dal singolo Primary, all’interno del quale il concetto di tetro più plumbeo e malinconico la fa da padrone, ci conduce per mano fino all’apice della destabilizzante fase puramente dark dei Cure culminante nel 1982 con Pornography, considerato, per plebiscito popolare, il capolavoro supremo dei Cure dei primi ’80. È con quest’ultimo che la trilogia si chiude, quasi bruscamente, chiudendo allo stesso tempo il periodo più oscuro della band, segnato dal profondo baratro della depressione accompagnato ed incentivato dalla dipendenza dalle sostanze più disparate, ottenebrante e pericoloso palliativo alla disperazione rabbiosa provata dallo stesso Smith. L’intensità di tali emotività dissonanti sembrerà poi apparentemente perdersi nei meandri dei più solari, quasi tipicamente scanzonati, inoltrati anni ’80, quelli della loro The Lovecats (Japanese Whispers, 1983) per intenderci, per essere poi ritrovata sul finire di questi, nella fattispecie all’interno del loro ottavo album datato 1989, il visionario, onirico nonché emotivamente maturo capolavoro Disintegration.

Come è possibile notare, riuscire a cogliere le molteplici sfumature di una band come i Cure nella sua quarantennale, intensa, carriera è una sfida priva di qualsivoglia argine, qualcosa di incontenibile. Per vivere appieno la miriade di sonorità ed atmosfere delle quali sono padri ed al tempo stesso icone, Hyde Park ci sta già aspettando.

I Cure di Disintegration (1989) Fonte: I Heart Radio

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