Dagli anni ’60 nel nostro vocabolario possiamo vantare l’introduzione di un nuovo termine. Due scienziati dell’emisfero australe studiarono il fenomeno della pioggia e diedero un nome al caratteristico odore che lasciava al suo passaggio: petricore. Anche se il cielo è limpido e a stenti si muove una foglia, vogliamo iniziare il nostro racconto con questa percezione olfattiva nel cuore.

Estate del 1971. Quattro ragazzi americani hanno raggiunto tutto ciò che delle rockstar possano desiderare: la fama ed il successo sono ormai consolidate nel vissuto dei Doors, impavidi scalatori di classifiche e consensi. Si trovano in studio ed è poco prima di registrare che il leader della band – l’eclettico Re Lucertola aka Jim Morrison – propone ai suoi un testo ancora sterile e privo di radici. Da una piccola jam improvvisata venne alla luce uno dei capolavori più memorabili del gruppo: Riders On The Storm diventava materia viva e pulsante. Il brano ha una sonorità blues e si lascia attraversare da connotazioni profondamente mistiche e tetre; per amplificarne la teatralità decisero, durante la fase di mixaggio, di aggiungere degli effetti temporaleschi. La canzone si ispira al lungometraggio HWY e parla di un autostoppista assassino; il suo viaggio, intrapreso nel cuore della notte spaccando il deserto degli Stati Uniti, è accompagnato dal vibrato della chitarra di Robby Krieger e dalla maestria del tastierista Ray Manzarek, allora appena trentaduenne.

È proprio a quest’ultimo che dedichiamo le nostre parole. Oggi, 20 maggio, ricorre il quarto anniversario della sua morte. Se n’è andato a 74 anni per colpa di un cancro diventato sempre più inguaribile. Se n’è andato, ma si fa per dire, poiché la sua anima da genio virtuoso è dura ad estinguersi. Raymond Daniel Manzarek nasce a Chicago il 12 febbraio 1939 da una famiglia di origini polacche e sviluppa fin da subito uno spiccato interesse per l’arte; talento precoce nel suonare il pianoforte, mette su un gruppo con i fratelli e poi si iscrive alla UCLA con indirizzo Cinematografia.

Nel 1965 avviene l’incontro che gli cambierà la vita. Il giovane Ray è un ragazzetto minuto dagli occhiali metallici ed i capelli lunghi con l’abitudine di passeggiare per Venice Beach ed ascoltare il rumore del mare. Non sapeva, però, che di lì a poco si sarebbe ritrovato di fronte ad un vero e proprio tsunami: il fato lo unisce a Jim grazie ad una poesia, nel modo più sincero e delicato possibile. Ne viene fuori un’intensa collaborazione che include l’ingaggio di Rob alle chitarre e John alla batteria; parafrasando il titolo del saggio del ’54 di Adolf Huxley (dal quale Morrison prese piena ispirazione), le porte della percezione erano state aperte con la loro comparsa nella scena musicale.

Gli anni seguenti rappresentano un cammino in ascesa verso l’Olimpo del rock. Pubblicano il primo album omonimo nel 1967, arrivando sul podio delle Billboard charts. Fanno le loro prime apparizioni in televisione, caratterizzate dalle movenze serpentine del frontman, fortemente cariche di eros e al limite dell’osceno. Poi diventano frequenti i concerti, sempre più affollati e con risse e diverbi all’ordine del giorno. Arrivano i Giorni Strani ed i quattro si mettono ad Aspettare il sole, quasi bramassero la più redentrice e maieutica delle albe; vengono rilasciati in successione Morrison Hotel, The Soft Parade e L.A. Woman.

La storia ci insegna come la decadenza si manifesti necessariamente dopo ogni periodo di gloria, soprattutto se accompagnata dall’abuso di alcool e sostanze stupefacenti. Il 3 luglio del 1971 James Douglas “Jim” Morrison viene trovato senza vita nel suo appartamento parigino. Termina la sacra era dei Doors. 

Ray perde uno dei più grandi amici che abbia mai avuto, il b-side della propria esistenza. Iniziò tutto su una spiaggia e, allo stesso modo, finì nella materialità caduca della polvere; è possibile mantenere un legame al di là della vita terrena? Noi siamo ottimisti e con certezza sosteniamo che la Morte abbia potuto separarli solo fisicamente.

Il musicista ha continuato la propria carriera lavorativa sia con progetti solisti che mantenendo alto il ricordo della storica band. Nessuno sospettava del suo male; la notizia della sua morte in una clinica tedesca colse tutti di sorpresa. Geni come lui sono fiori rari che la natura difficilmente mette alla portata dei comuni mortali. Per lui fece un’eccezione: preciso, carismatico colto e versatile (adattò il suo fedele organo Vox Continental con un Rhodes Piano Bass, così da suonare le linee di basso con la mano sinistra e le keyboards con la destra)Le sue mani erano agili puledri al galoppo nelle praterie bianche e nere, segnando un’intera epoca e continuando ad ispirare i giovani novizi delle tastiere. I suoi assoli restano tuttora patrimonio incorruttibile ed irrinunciabile; difficile dimenticare le parti strumentali di brani come Light My Fire, Touch Me o Hello, I Love You.

Ci sono miti che il tempo non riesce a sotterrare: Ray Manzarek è uno di quelli. Riprendiamo l’incipit del nostro racconto. Avete ancora quel pungente petricore nel cuore e nelle narici? Inspirate forte, poi chiudete gli occhi ed immaginatevi nel buio della sera, accoccolati nell’abitacolo della macchina e con una brezza leggera a solleticarvi l’incavo tra spalle e collo. Potreste dire di sentirvi in quiete, in perfetta ed atipica pace: i corridori nella tempesta non hanno remore o timori. Vivono, niente di più. Ray è in ogni singola nota dell’assolo di Riders On The Storm, abita nel dettaglio più recondito della canzone della vostra notte. Ora espirate e ritornate in contatto con il mondo esterno. A discapito di qualsiasi metereopatico, la pioggia è diventata l’essenza della serenità. La luce prova a farsi spazio nel blu ed inizia ad albeggiare; il sole mistico sorge dopo i rovesci crepuscolari e i raggi colpiscono la terra. Uno fra tutti è il più luminoso, il più fine.

To a Ray of the psychedelic sun, R.I.P Mr Manzarek. 

 

 

 

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