Katy Perry al California Dream Tour
© trioworldwide.com

Gli anni 2000 hanno lanciato abbastanza popstar da riempire gli stadi per anni, ma è stato il tempo a decidere chi di loro sarebbe rimasta in grado di farlo. Nel 2008 il ritornello di I Kissed A Girl significava scandalo: oggi tutti l’hanno ascoltato almeno una volta, e per esso hanno battuto il piede. Canzone criticata da molti membri della comunità LGBT+ per la sua rappresentazione superficiale e semplicistica dell’amore saffico, ma apprezzata e ricordata affettuosamente da altri come prima introduzione alla loro identità. Da allora, a dieci anni da quell’inaspettato debutto, Katy Perry sembra sospesa tra presente e passato, tra nuove controversie e successi che continuano a presentarsi, ma senza il passato vigore. Oggi, la cantautrice californiana compie 35 anni, e noi la festeggiamo ricordando le tappe fondamentali della sua carriera.
Nell’ambito del pop moderno, Teenage Dream rappresenta un ascolto obbligatorio. Anche se non piacesse del tutto, almeno un brano lascerebbe un impatto positivo. La Katy Perry di zucchero filato vestita ha un talento incommensurabile nell’infilarsi di straforo nel cervello degli ascoltatori, con ritornelli che sanno di estate e testi piccanti, ma mai troppo volgari. Con le debite eccezioni, come la controversa Peacock, in cui l’uccello dalla coda colorata è utilizzato come metafora fin troppo facile da intuire. Ma la Katy Perry che tutti ricordano è quella dei singoli, dei chorus che tutti hanno sentito alla radio e cantato, nolenti o più probabilmente volenti. Nel boom della musica da locali e dell’elettronica, Katy Perry offriva un pop meno meccanico e più fresco, che non a caso trionfava in estate: aveva il sapore della sabbia, dei cocktail e della passione, ma senza risultare finto o manipolatore, grazie al suo ottimo equilibrio.
Quello che fa di Teenage Dream il classico moderno che è, pinnacolo di un potenziale mai superato o raggiunto dai seguiti Prism e Witness, è la capacità di Katy Perry di mostrarsi anche profonda senza risultare pesante, pretenziosa e soprattutto finta. Il pubblico concorda quasi unanimemente nell’assegnare la palma di “capolavoro” della Perry a Wide Awake, con il suo testo di autoriflessione e il video bizzarro e colmo di simboli che richiama il viaggio di Alice attraverso il titolare specchio. La canzone trae dal divorzio della cantante con l’attore Russell Brand, dal peso della fama, e dal complicato rapporto con i genitori – pastori cattolici che mal tolleravano l’ascesa alla fama della cantante – e riorganizza tali eventi in un viaggio introspettivo, dalle mille sfaccettature e dai simboli studiati fino all’ultimo. Part Of Me, The One That Got Away, Hummingbird Heartbeat, raccontano tutte l’esperienza personale della Perry (in primis la sua vita romantica, non solo con Brand) in modo allo stesso tempo personale e universale, ricco di emozione ma non imperniato in eccessivi dettagli. 

Katy Perry all’Halftime Show del Superbowl
© thedailybeast.com

Quando si è presentata sul palco dell’Halftime Show del Superbowl a cavallo di un gigantesco felino dagli occhi rossi, cantando a squarciagola il suo ultimo successo Roar, Katy Perry portava avanti una tradizione di tour già dai primi tempi colmi di bizzarrie e riferimenti. I vestiti del suo California Dream Tour erano in stile rockabilly nelle forme, ma non nei contenuti: colori pastello, glitter a profusione, generosi corpetti a forma di cuore e gonne a forma di cupcake o torta di fragole. Il tema delle caramelle rappresenta un elemento caratteristico dell’era Teenage Dream, e Katy lo commemora ancora oggi con un tatuaggio sulla sua caviglia, una caramella. Una fragola sorride dall’altra caviglia: rappresenta il tema estetico del precedente album One Of The Boys, la frutta. Banane, ciliegie, fette di anguria: “mi mettevano allegria”. Prism, il terzo album – da cui Roar, Birthday, Dark Horse, Unconditionally, This Is How We Do è simboleggiato da un, appunto, prisma che proietta i colori dell’arcobaleno. Un occhio sul polso è infine il logo commemorativo di Witness, ultimo album della cantante e meno fortunato dei quattro; i singoli Chained To The Rhythm, Bon Appetit e Hey Hey Hey sono tra i più deboli della sua discografia, nonostante perle sottovalutate come l’ottima midtempo synthpop Roulette.
L’ultimo impegno discografico della Perry è Harleys In Hawaii, una canzone dal ritmo tropicale, molto più sperimentale, ma anche più lenta ed orecchiabile delle sue vecchie hit. Così è stato anche il precedente lavoro discografico Witness, accolto con freddezza dalla critica. Ma Katy Perry non è stata dimenticata, né andrebbe dimenticata. Come i suoi innumerevoli costumi, capaci di spiccare anche in un periodo in cui le artiste trasformiste – Lady Gaga, Nicki Minaj, Rihanna, Kesha – erano la tendenza del momento – Katy Perry riusciva in qualche modo a raccontare un’epopea molto semplice come un’avventura, creando un pop fruibile da tutte le età senza sprofondare nel teen pop (si ricordi che quelli erano gli anni d’oro della nuova leva Disney, da Demi Lovato a Selena Gomez, oltre al debutto del primo Justin Bieber) e senza trattare il pubblico in maniera condiscendente. Uno spettacolo imponente, studiato, con squali ballerini (e scoordinati), code di pavone luccicanti e un arcobaleno di colori accesi, dove tutti possono sentirsi, almeno un attimo, i “festeggiati”.  

Screenshot dal video per Never Really Over
© unmusic.ca

Fonte immagine di copertina: topcools.com
© riproduzione riservata