Ripercorrere le evoluzioni complesse di una carriera intensa come quella degli Afterhours è un impresa pantagruelica. Bisogna certamente partire dai primordi, dalla gavetta estrema degli inizi nella periferia dell’Hinterland milanese durante i patinati, e allo stesso tempo crudi, anni ’80. Sono gli anni del dilemma creativo, della frustrazione giovanile, quest’ultima legata al problema della comunicabilità del loro preciso progetto musicale e compositivo. Sono quei periodi che spesso non si considerano perché troppo remoti, perché troppo acerbi ed indefiniti. Quelli che molti fan tendono a dimenticare non considerando il loro valore focale nella formazione personale, creativa, nonché interiore dei membri della band, baluardo della nostra scena indipendente, i padri di quell’indie all’italiana, che è tutto ciò di cui molti noi nostalgici abbiamo (musicalmente) bisogno.

Gli anni della seconda metà degli eighties all’italiana, quelli degli yuppies e dei paninari di San Babila, sono quelli in cui un giovanissimo ed irrequieto Manuel Agnelli, classe 1960, assieme a Paolo Cantù (chitarra), Lorenzo Olgiati (basso) e Alessandro Pellizzari (batteria), quest’ultimo poi sostituito da Max Donna durante i primi anni di attività della band, dà vita a quello che sarà poi il gruppo di riferimento della scena alternativa del nostro Paese, gli Afterhours.

Il gruppo, che con il suo nome rende omaggio all’omonimo brano dei newyorkesi The Velvet Underground, esordisce ufficialmente nel 1987, scardinando gli schemi dei cotonati anni Ottanta con il 45 giri My bit boy, progetto in lingua inglese prodotto dalla torinese Toast Records, che verrà seguito appena un anno dopo dal più complesso LP All The Good Children Go To Hell, 33 giri che, seppure acerbo e d’impatto diretto, marca più distintamente rispetto al precedente le primissime influenze dei quattro ragazzi milanesi, quali la new wave britannica figlia del primordiale punk degli ultimi Settanta miscelata a sonorità più puramente velvettiane.

Gli Afterhours nel 1990. Fonte: Yanez Magazine

Il 1991 segna la prima vera svolta nella gavetta della band di Agnelli. Gli Afterhours lasciano infatti la Toast Records per venire accolti nelle braccia di mamma Vox Pop, etichetta milanese di punta della produzione indipendente nostrana fino al 1989. È anche l’anno di Cocaine Head,  che si mostra apparentemente come un lavoro di transizione, essendo infatti in atto in quel periodo delle sostanziali sostituzioni all’interno dell’organico della band. Fa il suo ingresso ufficiale Giorgio Prette, membro definibile fino al 2014 come l’altra metà, l’altra parte integrante e fondamentale del cuore pulsante degli Afterhours, mentre allo stesso tempo transitano nel progetto Cesare Malfatti, membro fondatore dei La Crus assieme a Mauro Ermanno Giovanardi, e Paolo Mauri.

Cocaine Head stimola l’ascoltatore, anche grazie alla presenza di una rivisitazione decisamente noise della perla del progressive 21st Century Schizoid Man dei King Crimson e da un mix di sonorità più intense e quasi vorticose, ma anche allo stesso tempo fedeli al rock della vecchia scuola. Un esempio è dato da Milano 1991, brano incluso in Cocaine Head in una forma che è pregna delle loro influenze musicali figlie del rock post 1970. La sapiente miscellanea di generi tipica della band si manifesterà integralmente solo in seguito, in album più maturi e complessi e in brani come Milano Circonvallazione Esterna, incluso in Non è per sempre del 1999, che potrebbe essere interpretato come una sorta di rivisitazione strutturale e concettuale  di questo brano del 1991, generando qualcosa di completamente diverso, che ricorda nelle ritmiche incalzanti il famoso brano dei Suicide, Frankie Teardrop.

Dopo l’uscita di Cocaine Head, prodotto nudo e crudo del periodo post-punk più irruento vissuto durante la fase compositiva in lingua inglese, la band comincia a suscitare l’interesse da parte del panorama alternativo internazionale, in particolare quello dell’etichetta americana Geffen Records, produttrice di vere pietre miliari del noise d’oltreoceano come Daydream Nation dei Sonic Youth fino al grunge di Nevermind e In Utero dei Nirvana di Kurt Cobain.

Gli Afterhours negli anni ’90. Fonte: Rock.it

È tuttavia con il loro primo album in studio, During Christine’s Sleep del 1994, che gli Afterhours verranno inclusi come disco del mese all’interno della rivista statunitense Alternative Press, fatto che farà guadagnare alla band milanese una partecipazione di riguardo all’interno della kermesse newyorkese New Music Seminar come rappresentanti del nostro Paese. È un album radicalmente diverso dai lavori precedenti del gruppo, in cui brani come Inside Marylin three times (la Dentro Marilyn presente in Germi del 1995) e la soave e quasi ovattata During Christine’s sleep segnano una svolta nel modus compositivo degli Afterhours, che si pongono con maggiore introspezione ed emotività alla composizione, ricercando sonorità più evocative che riusciranno, già a partire con il loro primo album in lingua italiana, il più maturo Germi, preceduto da Pop Kills Your Soul del 1993, a miscelare sapientemente con il loro background variegato.