Sono passati vent’anni dall’11 gennaio 1999, il giorno della morte di Fabrizio De André. Vent’anni che possono riavvolgersi in un baleno se per un istante ci si guarda indietro. Analizzare tutto quel che è cambiato in questo quinto di secolo sarebbe un’impresa titanica ed enciclopedica quanto superflua; non lo è, però, ricordare Faber oggi, ora, qui. E questo significa non tanto cercare di immaginarlo in un presente che non gli appartiene, quanto piuttosto scoprire come la sua poesia sia ancora in mezzo a noi, nella quotidianità delle solitudini e dei diversi, delle periferie urbane e umane.

Quella di De André è una carriera che comincia nel tumulto di una gioventù che lo vede avvicendarsi tra un padre severo (ma che lo ha, tutto sommato, sempre appoggiato) e l’insofferenza verso la scuola – prima – e la società borghese – poi. Già da piccolo attratto dalla musica, la scoperta di cantautori francesi come Georges Brassens e Jacques Brel lo avvicina definitivamente a quella che diventerà la forma della sua sensibilità, la canzone, portandolo a contribuire attivamente – insieme ad altri artisti quali Gino Paoli, Umberto Bindi, Sergio Endrigo, Bruno Lauzi, Luigi Tenco – alla vera e propria definizione della figura cantautoriale come la conosciamo oggi.

La scuola genovese, così verrà definita, si salda attorno a queste figure che si ritrovano spesso al bar latteria Igea e si contraddistingue per uno stravolgimento di molti dei canoni della canzone italiana di allora: i temi che propongono, infatti, spaziano dai sentimenti all’impegno politico, dalla guerra all’emarginazione. Sempre in quegli anni, poi, De André inizia ad approfondire e quindi a sposare la filosofia anarchica, in particolare l’anarco-individualismo di Stirner, che farà da sfondo a gran parte della sua produzione.

Genova è una città unica nelle sue moltitudini: un po’come la mente umana, chiusa come uno scrigno nel labirinto del suo centro storico, quasi impenetrabile. Non è difficile trovarvi ancora oggi quello stesso mondo che, durante la gioventù, anche De André ha frequentato: i vicoli del porto antico pullulano di un’umanità (costantemente alimentata anche dalle migrazioni più recenti) che è – sotto molti aspetti – la stessa dei reietti, degli ultimi, degli emarginati cantata dal poeta genovese. Ci sono ancora le prostitute, i matti, gli ubriaconi, perché non sono altro che interpreti degli istinti e delle dinamiche figlie di quell’imperscrutabile mistero che è l’animo umano, soltanto marginalmente indagato e compreso dalla scienza stessa; protagonisti di una sceneggiatura riconosciuta e raccontata da De André in molti brani, come La città vecchia o Via del campo, che dipingono personaggi e comportamenti bizzarri o inconsueti.

Grazie all’abilità del cantautore veniamo accompagnati a osservare e a individuare le dinamiche delle minoranze – emarginate, povere eppure animate dagli stessi istinti e desideri che animano anche noi, così come quelle di una società che giudica ed isola lo “strano”, cercando di sentirsi protetta da tutto ciò che le appare come altro, al di fuori dalle proprie logiche economiche, culturali, morali, religiose. L’ultimo disco, Anime Salve, è in quest’ottica una sorta di manifesto artistico di De André: le anime salve sono anime solitarie, raccontate nella loro dignità, nella loro innocenza rispetto a un mondo che le individua come sbagliate o colpevoli.

(Princesa racconta la storia di Fernanda Farias de Albuquerque, una transessuale brasiliana)

In tutto questo anche Fabrizio De André era una persona, un’anima. Una persona con una vita sanguigna, ruvida, a tratti addirittura avventurosa (come la prigionia impostagli dal rapimento, insieme a Dori Ghezzi, operato dall’Anonima Sequestri sarda). Una persona che ha provato a stare tra le poche, mai tra le tante: ha provato a dare, se non una voce, sicuramente un volto a chi viveva e continua a vivere ignorato, escluso. Una persona che ha regalato a tutti la propria visione del mondo, consapevole o meno di quel che ne avremmo o non ne avremmo fatto.

Per questo, come – e forse più di – tanti altri artisti, la sua storia personale e quella della sua opera si intrecciano e compenetrano a vicenda. Dopotutto se “è bello che dove finiscono le dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”, come canta in Amico Fragile, lo è altrettanto che il confine tra cantautore e uomo sia sfocato ed impreciso, forse inesistente.

E poi seduto in mezzo ai vostri “arrivederci” mi sentivo meno stanco di voi, ero molto meno stanco di voi. Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta fino a vederle spalancarsi la bocca, potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli di parlare ancora male ad alta voce di me, potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo con una scatola di legno che dicesse “perderemo”

In Direzione Ostinata e Contraria è, inevitabilmente, il titolo della raccolta più vasta dell’opera di De André: contraria al conformismo, ostinata nel proporre una visione nuova, magari più cruda ma al tempo stesso più vera, della vita e del presente. Dotato di una scrittura tanto dolce (accompagnata da una voce calda e diventata inequivocabile) quanto decisa e volta a smascherare tutte le contraddizioni dell’uomo, De André narra le storie di personaggi e luoghi inconsueti, quasi mai cantando autobiograficamente: sono storie dai margini e insieme storie dal centro di quel che era l’Italia, il mondo che lo circondava.

Questo sguardo, cifra poetica della sua canzone, è universalmente individuato come la principale forza del cantautore, ed è anche la più grande eredità lasciataci nell’ascoltare i suoi brani; poco importa se da vent’anni non è più tra noi, perché quel che ha scritto, raccontato, cantato, ha il dono dell’atemporalità – quello che forse solo i più grandi poeti hanno saputo raggiungere.

 

[foto in evidenza © Guido Harari]