Il 6 gennaio 1999 si spegneva nella Grande Mela Michel Petrucciani, pianista di nazionalità francese icona del jazz mondiale. Un artista dalla fisicità e dal carisma del tutto insoliti, tanto peculiari da poter apparire come un potenziale limite per un talento incontenibile come il suo: ma il limite fu solo apparente.

Nulla si è dimostrato essere in grado di poter tenere a bada l’inarrestabile verve artistica di questo piccolo uomo, di questo vulcanico portento creativo, considerato ancora oggi come uno dei compositori più influenti all’interno del panorama jazzistico mondiale. Nulla, se non le complicazioni polmonari che vent’anni fa, nel cuore dell’inverno newyorkese, l’hanno strappato via dalla sua miriade di note.

Michel Petrucciani. Fonte: Public Company People

Ciò che rese Petrucciani così straordinario agli occhi del mondo fu proprio il fare della sua diversità, tramite un’inguaribile ironia, la sua forza maggiore: alto appena novantanove centimetri, era infatti affetto dalla nascita da una forma di osteogenesi imperfetta, malattia genetica meglio conosciuta come malattia delle ossa di vetro. Nonostante questi non trascurabili impedimenti fisici, che vedremo per molti aspetti essere solo apparenti musicalmente parlando, la passione viscerale per la musica si manifesta in lui fin dai primissimi anni di vita, arrivando ad eseguire a soli tredici anni la sua prima performance dal vivo, seguita appena due anni dopo dal primo, fondamentale, evento che darà l’avvio alla sua carriera, ovvero l’esperienza al fianco del batterista statunitense Kenny Clarke, uno dei principali pionieri del bebop newyorkese.

Fin dagli inizi aleggiava però attorno a lui un costante stato di positività generale per le doti fuori dal comune di questo pianista così lontano dagli standard fisici diffusi nell’ambiente: a far spiccare il suo talento e a rendere immortale la sua Arte non è stata però la sua fisicità non convenzionale, quanto la sua espressività dirompente, la sua costanza, il suo ottimismo disarmante che non l’ha mai abbandonato fino all’ultima diteggiatura. Tutto ciò insomma che lo rendeva in grado di colmare e superare qualsiasi mancanza che il suo corpo gli imponeva.

Petrucciani ad appena 17 anni lascia la sua Orange per trasferirsi a Parigi, trasferimento che segna la primissima e centrale chiave di volta nel suo percorso artistico, per poi arrivare alla scelta stoica di lasciare il Vecchio Continente per stabilirsi a Big Sur, in California, dove avverrà il secondo evento focale della sua vita di pianista. Qui viene infatti scoperto dal sassofonista di Memphis Charles Lloyd, compositore della storica Forest Flower, che lo sceglie come elemento fisso nel suo quartetto jazz per ben tre anni. Siamo nel 1981 e Michel a soli 19 anni ha già due album all’attivo, Flash del 1980 assieme a Mike Zwerin e Aldo Romano e l’omonimo Michel Petrucciani del 1981.

Petruccianei e Stéphane Grappelli. Fonte: Art Photo Limited

È però nel 1986 che Michel si impone definitivamente nell’Olimpo jazzistico internazionale, anno in cui arriva ad essere il primo musicista francese a firmare con la storica etichetta a stelle e strisce (all’epoca satellite della Universal) Blue Note Records, casa discografica all’interno della quale figurano nomi del calibro di John Coltrane, Herbie Hancock e Art Blakley, esordendo al suo interno con il suo undicesimo lavoro, il perfetto Pianism a nome Michel Petrucciani Trio.

Michel si aggrappa quindi alla vita e alla musica con una costanza e un’intensità veementi, celebrando i suoi trentasei anni il 28 dicembre 1998 con ben 27 album all’attivo. Una vita atipica, fisicamente debilitata e debilitante, della quale è riuscito a coglierne tuttavia gli aspetti più emblematici e a trasporne e sublimarne tanto il vigore quanto la sua più possente emotività in note di rara perfezione.

Una vita interrottasi bruscamente esattamente vent’anni fa, nel freddo e tra le luci accecanti di New York, una notte resa ancor più fredda dalla consapevolezza della futura assenza del suo tocco, della sua armonia senza pari nell’universo jazz.