In occasione di The Flow, terzo evento targato Artwave, avremo il piacere di farci accompagnare dalla musica di Stefano Minder, giovane ma determinato musicista affascinato dal mondo del jazz e da tutte le contaminazioni che ne derivano. Scopriamo insieme il mondo dietro il suo primo album Love Through My Eyes!

– Quando è cominciato il tuo percorso “adulto” nel mondo della musica?

Verso i vent’anni, con lo studio professionale del canto e del pianoforte in un’ambiente accademico. Ho iniziato con lo studio del canto perché sono sempre stato affascinato dalla voce come strumento naturale e originale. Da quel momento ho cantato e suonato in diverse formazioni, dapprima in progetti di brani cover e successivamente in progetti di inediti. Scrivere musica originale è sempre stata la mia più grande passione, ma prima della pubblicazione di questo disco non ho mai avuto il coraggio di condividere la mia musica con il mondo. Ho sempre cercato di scrivere un tipo di musica elaborato, ispirato al jazz e al soul. Scrivere musica ha rappresentato sempre il mio mondo segreto, un mondo che per tanto tempo ho nascosto, a cui ho lasciato accedere a pochissime persone. Questo perché sono sempre stato molto esigente con me stesso, perfezionista, e ho sempre creduto che non fossi pronto a condividere la mia musica con gli altri. Da un paio di anni sono arrivato al punto di capire che condividere la propria musica sia fondamentale per crearsi un’identità personale. Il processo che mi ha spinto a pubblicare il disco Love Through My Eyes non è stato per nulla semplice, ma è sempre stato molto stimolante e appagante a livello personale e artistico. A tratti è stato qualcosa di molto terapeutico. Durante i miei anni di studio accademici ho avuto la possibilità di esplorare appieno il mondo del jazz e di appassionarmi a questo genere di musica. Il jazz è sempre stato una musica che ha catturato il mio pieno interesse: una musica affascinante, a volte difficile, molto elaborata, ma che desta dentro di me qualcosa di profondo, qualcosa di inspiegabile, un’emozione indescrivibile a parole, un’emozione che nasce dal mio animo più profondo.

– Qual è il leitmotiv del tuo album Love Through My Eyes? Quali influenze musicali ed esperienze di vita ti hanno aiutato a modellarlo?

Di base trovo ispirazione in tutto, ma credo che l’ispirazione migliore venga dalle nostre fasi personali della vita che attraversiamo, soprattutto dai momenti difficili che ci segnano. Momenti che magari non vogliamo attraversare, ma che purtroppo dobbiamo attraversare. Come dice un famoso filosofo, Søren Kierkegaard: “La vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti”. In quest’ultimo anno e mezzo di vita ho vissuto dei cambiamenti molto forti a livello personale: la fine di un’importante e lunga storia sentimentale. Da questa situazione ho imparato tantissimo, sono cresciuto in molti aspetti del mio carattere, aspetti a cui non avevo mai pensato. Ho rimesso in discussione diversi aspetti di me stesso, della mia vita, delle mie abitudini; e questo per migliorarmi. Ho compreso alcuni sbagli che ho sempre ripetuto in passato e che mi hanno fatto soffrire tanto, come per esempio l’essere dipendente emozionalmente da una persona.
Questa esperienza mi ha ispirato e spinto a condividere ciò che c’è dentro di me, nella mia anima, ciò che ho sempre voluto gridare al mondo: ho iniziato a dare voce ai miei sentimenti e pensieri più profondi esprimendoli nella mia musica. Ho sempre visto l’esporre i propri sentimenti al mondo come un rischio. Ho capito che soltanto facendo così ci si mostra per quello che si è: ci si mette a nudo e si permette agli altri di farsi conoscere e amare per quello che si è piuttosto che per quello che si fa. Per cui, da una parte le mie emozioni e dall’altro le mie influenze musicali hanno contribuito alla creazione di questo disco. Tutto ciò che scrivo, in particolare la musica, oltre ai testi, deriva dal mio inconscio, un inconscio musicale creatosi nel tempo come un insieme di diverse influenze musicali, di artisti e musicisti, ma anche di poeti, scrittori, tutti individui che sono fonte di ispirazione da cui attingere.
Si dice che ciò che viene creato dall’inconscio, ciò che esce da noi, ad impulso, sia frutto di ricordi, idee, esperienze e memorie radicati profondamente nella propria anima. Questo è stato il mio processo che ho fatto per la creazione di questo disco. Artisti come Chick Corea, Gregory Porter, José James, Charlie Parker, ma anche come John Legend, Anderson Paak e Amy Winehouse hanno influenzato la mia crescita musicale in passato e tuttora influenzano la mia musica. Un altro artista che mi rispecchia tantissimo ed è una continua fonte di ispirazione è Jamie Cullum: un’artista poliedrico, un crossover, un mescolatore di svariati stili musicali. È un’artista che è difficile inquadrare in un genere musicale preciso, poiché libero dagli schemi musicali e pieno di svariate sfaccettature artistiche. Sicuramente lui è una delle tante ispirazioni che mi hanno formato a livello artistico e musicale.

Fonte: Pagina ufficiale di Stefano Minder

– Il rischio di ricadere nel personaggio Michael Bublé è alto nel rivolgersi a un pubblico non abituato a queste sonorità. Pensi di appartenere a un ambiente di nicchia? Finora che feedback hai avuto?

È risaputo che come esseri umani vogliamo sempre mettere i paletti a tutto, inserire tutto in categorie, giudicare tutto. Questo succede perché vogliamo avere il controllo, perché l’inconscio ci fa paura. Credo che lo stesso accade in musica, dove è facile categorizzare lo stile di un’artista, senza ascoltarne veramente la sensibilità che risiede nella sua musica o nei suoi testi. È altresì facile essere categorizzato da un pubblico che non sa bene come definire uno stile di musica non specifico. Dico sempre che questo disco è un crossover tra il jazz, il soul, il blues e il pop. Non ho voluto dare una categoria di genere al disco, ho voluto lasciare aperto questo aspetto; e non ho voluto neppure fornire una risposta preconfezionata. Come persona sono un tuttofare, e sicuramente questo si rispecchia anche nella mia musica. Sono cresciuto in Italia, ma con due culture, quella svizzera e quella italiana. Sono abituato ad adattarmi, a mettere in dubbio tutto, e a passare da un modo di pensare all’altro. Alcune volte può essere un rischio, poiché si cerca di fare tutto, e non ci si identifica mai in un genere specifico. Credo, però, che oggigiorno sia fondamentale essere un musicista crossover. Ciò ti rende poliedrico e pronto al cambiamento. Credo anche che la mia identità si riconosca nella voce, che rimane la mia identità ben precisa. In questo senso non ho timore di essere categorizzato. Mi piace dare l’idea di qualcosa di misterioso, il cosiddetto concetto del “lanciare il sasso e ritirare la mano”. Penso di appartenere a un ambiente di nicchia, e credo anche di preferirlo. Anche in futuro, voglio avere sempre un mio suono personale, ricercato e raffinato. Non voglio scendere a compromessi pur di dover accontentare qualcuno.
Finora ho avuto soltanto feedback positivi e questo mi fa molto piacere. Tantissime persone riescono ad identificarsi con la mia musica, sia a livello di composizioni e arrangiamenti che a livello di testi e argomenti affrontati.
Mi piace conoscere le persone che incontro e ascoltarne le storie. Così facendo scopro che c’è gente che vive cose molto simili alle mie. Per me Love Through My Eyes è una continua ricerca. Un percorso che non finisce qui, un percorso intrapreso insieme, con altri, in cui condividere la propria storia: una storia da scrivere insieme.

© Jörg Singer

– Dove porterai in giro il tuo amore per la musica? Parlaci del tuo tour.

Fin dalla pubblicazione dell’album quest’estate, ho avuto la possibilità di poter fare dei concerti molto importanti in alcune delle location più belle di Roma, come Villa Celimontana e l’Auditorium Parco della Musica, in cui ho avuto il piacere di presentare il disco. Sicuramente continuerò a promuovere il disco e il concept che c’è dietro ancora per un po’, anche se sto scrivendo già il prossimo disco. Ho la possibilità di fare un tour autunnale, nei mesi di novembre e dicembre, che mi porterà in giro per l’Italia e all’estero, in Danimarca, Belgio, Olanda, Germania e Svizzera.
In questo momento stanno nascendo tante cose belle, e sono molto contento di come sta procedendo tutto, specialmente se penso al fatto che il disco è auto prodotto e tutta la promozione è completamente autofinanziata. Non ho un’agenzia che mi produce, tutto quello che faccio è frutto dell’amore che ho per questo progetto e la musica. Ciò richiede tantissimo lavoro, sicuramente è un sacrifico, ma ne vale la pena. A novembre pubblicherò il secondo video di un brano chiamato Love Is e tratto dal disco. Sono molto contento riguardo a tutto ciò che mi sta dando questo disco, sia a livello di crescita mia personale e musicale che a livello di conoscenze e di esperienze. Sono entusiasta per quello che succederà in futuro poiché dietro al disco vi è un concept molto dinamico.

© Gemma Gonçalves da Silva

– L’11 novembre ti esibirai alla Tevere Art Gallery in occasione di The Flow. Si possono e si devono creare molti dibattiti attorno all’arte, ma a volte si preferisce rinchiuderla nei musei, dove si atomizza ogni contenuto attraverso l’assunto “l’arte per il gusto dell’arte”. Cosa significa per te fare dell’arte il tuo mestiere? Qual è il tuo flow, che ti spinge ad andare avanti?

Fare dell’arte il mio mestiere significa essere me stesso ed esprimere me stesso nella vita di tutti i giorni. Nell’arte, il mio tutto, come la mia sensibilità, il mio carattere e le mie conoscenze diventano parte della creazione e del processo. Questo processo non è assolutamente facile, anzi, richiede tantissima energia, grinta, passione e forza di volontà. Al tempo stesso, ciò che ti dà l’arte in termini di emozioni è qualcosa che non ha prezzo, è qualcosa di unico: lì ti accorgi che l’arte non può essere pagata e deve essere fatta sempre senza scopi di lucro e di successo. L’arte arriva in modo spontaneo e fluisce in modo spontaneo. È un dono di cui mi sento responsabile e onorato di gestire.
Alcune volte, quando si vuole forzare la mano, e forzare un momento artistico di ispirazione, l’arte diventa una costrizione, senza originalità, qualcosa di non fluido. L’arte è un ‘odi et amo’ poiché ci si ritrova a doversi confrontare con momenti da una parte estremamente piacevoli, di ispirazione e creazione, dall’altra di completa disperazione poiché non fluisce e in alcuni casi rimane incompresa e criticata negativamente.
Credo che il mio flow sia la determinazione e la voglia di mettersi sempre in discussione. Questi due valori sono fondamentali per me, e secondo me, lo dovrebbero essere per chiunque voglia intraprendere il percorso di artista. Per me, un’artista parla della vita utilizzando il proprio filtro, costituito dall’esperienza, dalla musicalità, dai gusti, dagli interessi e così via. Questo filtro è in continuo movimento, cambiamento, è originale e dinamico. Soltanto vivendo appieno e attraversando diverse fasi della vita, si cambia, si cresce, si impara: ciò arricchisce il proprio bagaglio artistico, culturale, caratteriale ed emozionale. Da artista, io so che devo essere pronto al cambiamento, pronto alla sfida, al mettermi in gioco. Se resisto il cambiamento, muoio, la mia arte muore. Soltanto chi si mette in discussione e cambia, ha la possibilità di sopravvivere.

Ringraziamo Stefano Minder per la sua disponibilità.

Quanto a voi, seguitelo sul suo sito ufficiale, su Facebook e Instagram. Potete trovare il suo album su SpotifyBandcamp e iTunes.

The Flow – L’arte che scorre, è un evento unico nel suo genere: più di 20 artisti da tutta Italia, musica live, performance artistiche, poesie, cortometraggi, djset, quadri, illustrazioni, sculture, fotografie, installazioni e molto altro ancora. Tutto questo in una sole notte, ricca di emozioni e di sorprese, all’interno della splendida cornice della TAG – Tevere Art Gallery. Non mancate!

 

Immagine in evidenza: © Matteo Chiarelli 

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