Devi evidentemente avere qualcosa da dire se ad un certo punto della tua vita decidi di prendere una chitarra – senza saperla suonare nemmeno per scherzo – e decidi di mettere su una band- Mark Edward Smith è stato questo: un ragazzo di Manchester che si convince (la leggenda dice “dopo aver assistito a un concerto dei Sex Pistols”) a formare lui stesso un gruppo. Nascono così, nel sottobosco punk del ‘76 insieme ad un gruppo di amici con i quali Smith già condivideva letture e serate non proprio sobrie, i The Fall, che diventeranno la sua protesi musicale, protuberanza artistica, creatura multiforme; chiamateli come volete. Dalla loro nascita alla sua morte, i The Fall hanno visto avvicendarsi un numero spropositato di componenti nella formazione (intorno ai settanta!), spesso musicisti assoldati da Smith a qualche concerto, o in qualche pub: tutti ad orbitare intorno a lui, unico fulcro irremovibile, totalmente ostile alle logiche dell’industria musicale, critico nei confronti della stessa scena mancuniana di cui, volente o nolente, era parte; dispotico e intrattabile, spesso allontanava i membri della band per i più svariati e improbabili motivi (qualche volta abbandonandoli in aperta campagna durante una nevicata) oppure facendo a pugni durante un concerto causando un inevitabile allontanamento dei musicisti. Insomma, semplicemente non gli interessava creare il tipo di band a cui tutti siamo abituati, come ha osservato lui stesso una volta: “If there’s me and your granny on bongos… that’s The Fall!”.

Sarebbe però ingiusto descriverlo unicamente con tinte fosche o come burbero insopportabile, perché aveva una personalità davvero troppo complessa e contraddittoria: numerosi sono stati i casi in cui si è dimostrato generoso, attento, premuroso nei confronti di fan e componenti della band, che, quasi all’unanimità, non rinnegano niente dell’esperienza nei The Fall.

La sua è una lirica che si sviluppa nel nord dell’Inghilterra sotto ogni aspetto, da quello geografico a quello culturale; capitò che non volesse nemmeno suonare a Londra, per dire: “he hated London intensely, I remember him talking about fucking southern bastards a lot” disse una volta la sua prima moglie, Brix Smith. Un’attitudine DIY e fuori dagli schemi, tipica del punk, lontano dalle scuole d’arte, dalle accademie che hanno invece influenzato, per esempio, molte delle esperienze post-punk di quel periodo: Smith era un autodidatta in tutto e per tutto, lettore vorace e appassionato dei classici come dei romanzi sci-fi e degli horror. Il suo obiettivo, fin dall’inizio, è stato quello di dar voce alla gente come lui, working class del nord dell’Inghilterra: quel che ne vien fuori, gettando uno sguardo sui suoi testi, è un racconto allucinato di Manchester, dei suoi abitanti; narrazioni, spesso più biascicate che cantate, popolate da folletti, personaggi magici, creature squallide, viscide, che impersonificano e attraversano, per caratterizzarla, la società inglese: the horror of the normal, lo chiamava, quel punto di passaggio tra il quotidiano e il magico; storie che si dipanano in mezzo, sopra, sotto ad una muraglia sonica inquieta, ossessiva e ripetitiva. Il risultato che ne viene fuori è descritto in maniera molto efficace da Martin Bramah, primo chitarrista della band, che definì la loro musica come Coronation Street on acid. Dopotutto i The Fall sono the music for those who don’t want it: una musica faticosa da ascoltare, snervante, anche se, a giudicare dal seguito che si sono riusciti a ritagliare tra il pubblico, quanto appena detto potrebbe sembrare un’affermazione contraddittoria.   

La carriera di Smith è stata un continuo flusso creativo, alimentato non solo dalla sua volontà e forza d’animo (ha prodotto più o meno un disco all’anno – hai sentito, Ty Segall?) ma anche dai collaboratori che l’hanno affiancato e dai fan che l’hanno sempre supportato, spingendolo a comporre nuovi album. Inevitabilmente in quarant’anni di lavori molto spesso i risultati sono stati dischi discutibili, evitabili, anche; ma poco importa: sono tutti assolutamente sinceri, sudati, vivi. È morto a 60 anni uno dei personaggi più interessanti del panorama musicale inglese, una figura che ha senza dubbio tracciato una strada nuova, oltre il punk negli anni del punk, forse un po’ defilata, lontano dai riflettori, eppure d’ispirazione per molti artisti, che ancora oggi devono a Mark E. Smith più di qualche merito.

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