Per la prassi sociale i trentadue anni dovrebbero rappresentare l’età in cui appare già maturo l’insito bisogno di sistemarsi e metter su famiglia. Tutto normale, tutto canonicamente asfissiante se pensiamo al vissuto dei nostri genitori, alle loro tappe scandite, alle carezze forti e stanche. La nostra generazione ha invece il compito di resettare l’orologio biologico, mentre l’aspirazione diventa pretesa ed il sogno ambito fluttua a mo’ di miraggio paradisiaco. Chi di speranza vive… no, non vive.

Se Jean-Paul Sartre aveva la nausea, Alberto Moravia provava noia, Guglielmo Bruno aka il rapper Willie Peyote incarna e mette per iscritto un nichilismo unanime ed accorato. Nato nel capoluogo piemontese abbastanza anni fa da meritarsi l’appellativo di outsider dei cliché, Guglielmo è erroneamente considerato uno che usa il cinismo per puro diletto escapista. Niente di più sbagliato. I suoi sono testi capaci di difendersi con le unghie e con i denti, innaffiati da amarezza ed ironia come macedonia col maraschino: la quotidianità, la tenerezza, la consapevole presa di coscienza dell’essere al mondo con i peggiori esseri umani si palesano come i pezzi di frutta di questo mix bizzarro e vero.

Willie usa il rap con spietatezza e romanticismo tali da fare breccia perfino negli ascoltatori più ostili e bacchettoni, ponendosi in quel limbo che fa convogliare la cultura di strada all’atmosfera fumosa da jazz club di nicchia. La gente mi guarda e mi dice: tu non sembri un rapper / sembri di più un batterista o un impiegato / Sono stato entrambi e in entrambi i casi licenziato scrive ne L’outfit giusto, pezzo di cui vi avevamo già parlato e che riassume un po’ il  suo iter evolutivo: inizia suonando il basso in una band punk rock, si avvicina al rap nel 2004 e quattro anni dopo pubblica il primo proto EP, L’erbavoglio. Voce dei Funk Shui Project, attualmente vanta la pubblicazione da solista dei quattro incredibili album Il manuale del giovane nichilista (2011), Non è il mio genere, il genere umano (2013), Educazione Sabauda (2015) e Sindrome di Tôret (2017).

Il 6 luglio è uscito, a quasi nove mesi di distanza dalla pubblicazione dell’ultimo lavoro in studio, il singolo L’effetto sbagliato, destinato a diventare un successo grazie al vincente algoritmo da hit di natura peyotiana.

Quando il pessimismo diventa visione concreta stiamo certamente vivendo male, ma capendo bene. A conti fatti, la nostra giovinezza viene spesa in un momento storico dove la distopia empatica la fa da padrona. L’angoscia, la ricerca efferata di capri espiatori, qualsiasi altra becera paura che possa usare i termini altro e diverso con tono denigratorio rappresentano i parametri che danno voce alla nuova tipologia di Uomo: non uno Qualunque come quello individuato da Guglielmo Giannini nel 1944, ma Medio. Virtuoso è il turista veterano dei luoghi comuni, potente colui che fa dell’ignoranza e la disinformazione i propri pregi migliori. Chi non appartiene a nessuna delle due categorie rimane tagliato fuori a causa della perpetua gambizzazione del raziocinio e della libertà d’espressione.

È qui che interviene il morbido ed al tempo stesso affilato acume di Willie Peyote. Traccia dopo traccia, nota dopo nota si fa cantastorie di chi ha ancora il dono del pensiero e non si serve di tutorial per imparare a provare i sentimenti; Willie è portavoce degli impacciati bisognosi dei postumi di quelle bottiglie compagne di vita, se ciò significa percorrere tutti i passi che portano all’amore.

Il disagio generazionale è molto meno Patrick Swayze in Ghost e più realtà fisica in carne, ossa e sostanza. Abbiamo la necessità pulsante di poter scegliere e fare un lavoro desiderato, amare chi vogliamo indipendentemente dalle somiglianze cromosomiche sessuali, e vivere in un Paese che garantisca il rispetto, quasi fosse un principio imprescindibile e fondamentale.

Pensare a Guglielmo Bruno come all’uragano che sta piacevolmente travolgendo la musica italiana non è esagerato, anzi. Il tratto stilistico peculiare, la naturalezza con cui ci rende protagonisti delle sue novelle cantate ed il parlare del buio a cuore aperto usando la luce lo rendono unico, così come quel suo rifiuto per la sfera di colleghi limitati ad una rada schiera di argomenti che va dal sesso e passa per droghe e denaro. Peyote 451, così si è auto-nominato, come la temperatura di combustione in gradi Fahrenheit dei libri, è l’eccezione. Il super potere che sfoggia è decisamente invidiabile: una pura e semplice sincerità.

Non ci rimane altro che aspettare la buona musica che ci sta riservando.

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