di Simona Del Re

Era una mattina del 1969 e uno dei gruppi musicali più iconici della storia suonava il concerto che rimarrà nell’immaginario anche di chi quel giorno non era presente o addirittura non era ancora nato. Quel gruppo erano i Beatles e quel concerto è quello da tutti conosciuto come il “Rooftop concert”, che quest’anno compie ben 50 anni. Facciamo qualche passo indietro per capire come siamo arrivati a quella terrazza.

Fonte: themoviedb.org

John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr, i “Fab Four di Liverpool”, non sono solo gli autori di canzoni senza tempo, ma anche un fenomeno pop, che ha segnato definitivamente un’epoca e creato un precedente difficile da superare. Tra i grandi meriti dei Beatles c’è quello di aver ispirato gran parte delle band che hanno deciso di far musica da quel momento in poi, insieme a quello di aver definito cosa significasse essere davvero fan di un gruppo. Si è parlato di un vero e proprio fenomeno sociologico, la “beatlemania”, che si manifestava con svenimenti, assemblamenti di folla, euforia e urla. Tutto questo, però, si interruppe nel 1970 quando il gruppo decise definitivamente di sciogliersi, spezzando i cuori dei fan di tutto il mondo.

Un anno prima i quattro ragazzi di Liverpool avevano deciso di incidere “Get back”, un album che avrebbe dovuto significare un ritorno alle origini, senza tutte quelle ricercatezze tipiche degli album precedenti. Il progetto prevedeva un disco, un’esibizione dal vivo e un film, tanto i che i quattro di Liverpool furono accompagnati durante questo percorso da Michael Lindsay-Hogg, noto regista di video e produzioni musicali. L’idea, nata sotto la cattiva stella dei continui litigi tra i membri della band, fu così difficile da realizzare che la registrazione del disco venne rimandata diverse volte. Questo fino a quando, grazie a una tregua temporanea fortemente voluta dalla EMI e richiamato il noto produttore George Martin, i quattro tornarono in studio e riuscirono in soli due mesi a registrare le canzoni mancanti dell’album, che fu poi chiamato “Abbey road”. Questo disco, pubblicato il 26 settembre del ’69 e a parer di tutti un lavoro fantastico, conteneva capolavori come Come together, Something, Here comes the sun e Oh! darling. L’album è considerato il testamento artistico del gruppo, pur non essendo l’ultimo inciso dai quattro.

Cover dell’album “Abbey Road”.

Il 1969 non è ricordato solo per “Abbey Road” e per i primi sintomi evidenti della rottura dei Beatles, ma fu anche e soprattutto l’anno di uno dei concerti più famosi di sempre. Infatti, il 30 gennaio di quello stesso anno in una tipica giornata grigia londinese, al civico n°3 di Savile Row, accadde qualcosa di straordinario. I Fab Four si esibirono sul tetto dell’edificio, che in quel periodo ospitava la Apple Corps, dopo ben tre anni di assenza dalla scena live. Il concerto, definito da tutti improvvisato, in realtà sarebbe stato organizzato per inserire le sequenze del live nel film in uscita “Let It Be – Un giorno con i Beatles”. Improvvisato o no, nel concerto iniziato con “Get Back”, i Beatles registrarono nove versioni di diverse canzoni. In poco tempo una cospicua folla di persone iniziò a riempire la via adiacente l’edificio e altrettante ne salirono sui comignoli dei palazzi, per assistere a quello che sarebbe stato poi l’ultimo concerto della band. Non tutti capirono la portata dell’evento, tanto che dopo poche canzoni qualcuno del vicinato chiamò la polizia, che in poco tempo accorse in Savile Row. Furono vani i tentativi dei dipendenti della Apple Corps di fermare gli agenti, che riuscirono ad interrompere il concerto proprio mentrePaul McCartney modificava una strofa di “Get back” e la rendeva così: «You’ve been playing on the roof again, and that’s no good, and you know your Mummy doesn’t like that… she gets angry… she’s gonna have you arrested! Get back!».

Un fotogramma del Rooftoop concert del 1969

Gli aneddoti su questo concerto sono tantissimi e alcuni molto curiosi. Si parte da un accenno a “God save the Queen”, fino ad arrivare alla pelliccia indossata da John Lennon, che apparteneva a Yoko Ono, figura non troppo amata dai fan dei Beatles. Altrettanto grande è l’eredità lasciata da questo evento nella cultura di massa. Gli U2, ispirati dal celebre Rooftop concert, decisero di registrare il videoclip di “Where the Streets Have No Name” sul tetto di un palazzo di Los Angeles, con conseguente folla di fan e blocco del traffico. Anche nel piccolo schermo l’eredità si è fatta notare con una puntata dei Simpson in cui i Be Sharps, band formata da Homer, Apu, Barney e il preside Skinner, si esibiscono in un concerto sul tetto del bar di Boe. Alla fine di quello stesso episodio c’è un cameo di George Harrison che doppia se stesso in versione Simpson ed esclama: “It’s been done”.

A distanza di cinquant’anni, quindi, si può ancora parlare di beatlemania e del Rooftop Concert come un evento che ha segnato la storia della musica.

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