È di pochi giorni fa l’annuncio che “Santeria”, il disco di Guè Pequeno e Marracash, si trova in cima alla classifica FIMI dei dischi più venduti in Italia.
Questa notizia suscita una riflessione importante in merito all’evidente crescita del rap italiano, che ha raggiunto un bacino di utenza decisamente vasto e ha fatto registrare numeri davvero importanti.
È innegabile che in questo momento il rap sia il genere che va per la maggiore in Italia; ha bucato gli schermi televisivi, preso parte ai grandi eventi della musica italiana, conquistato le radio e spopolato tra gli adolescenti, che garantiscono una grande sponsorizzazione online.

Ma è veramente questo il rap italiano?

La domanda può risultare provocatoria, e in parte lo è, ma credo davvero che si sia persa di vista l’autenticità di questo genere. Ci tengo a precisare che sto parlando da ascoltatore adesso e non da “addetto ai lavori”.
Dovete sapere che tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta, sulla scia di ciò che succedeva dagli anni settanta in America, in Italia si svilupparono le prime forme di gruppi rap, impersonificati dalle Posse, gruppi di artisti devoti principalmente alla musica di protesta. All’interno di questi gruppi sono emersi Mcs che sono riusciti ad evolvere il rap a livelli sempre più raffinati, artisti del calibro di Neffa, Deda, Gruff (i Sanguemisto), Kaos One con i Radical Stuff , Tormento e i Sottotono o anche gli Otierre (formati da Esa, La Pina, Polare e il dj Fede), nonchè Spaeker Deemo. Tutto ciò è avvenuto dagli inizi sino alla fine degli anni novanta, la cosiddetta “Golden Age” del rap italiano.
Verso la fine di quel glorioso decennio, hanno conquistato la scena artisti di buonissimo calibro come Lord Bean, Colle der Fomento (la vecchia formazione composta da Danno, Masito e Ice one), Uomini di Mare (formata da Fabri Fibra insieme a Lato), Nesli, Turi, Dj Lugi, le Sacre Scuole (i futuri Club Dogo) composti all’epoca da Jake la Furia, Dargen D’Amico e Il Guercio, che poi divenne Guè Pequeno, Bassi Maestro, Inoki e Joe Cassano e anche Frankie Hi NRG.

neffa-e-i-messaggeri-della-dopa-copertina                                                                                                              Neffa e I Messaggeri della Dopa

All’inizio del nuovo millennio il rapper pugliese Caparezza raggiunge il successo con l’album “Verità supposte”e nel 2001 i Sottotono partecipano al Festival di Sanremo per poi dividersi poco tempo dopo.
Dopo lo scioglimento degli Articolo 31 e l’abbandono di Neffa dalla scena rap, si ha un periodo di stanchezza impreziosito però da alcune perle come “Mi Fist” dei Club Dogo, “60 Hz” di DJ Shocca, “Background” di Bassi Maestro, “Fabiano detto Inoki” di Inoki e “Mr. Simpatia” di Fabri Fibra.

Nonostante l’Italia rimanga salda nell’underground, il mercato dei dischi, capeggiato da etichette indipendenti come la Portafoglio Lainz o la Vibra Records, dà comunque dei risultati. Nel 2006 diversi Mcs riescono ad ottenere un contratto discografico con delle major: Mondo Marcio, rapper milanese, firma per la EMI, Inoki con la Warner, Fabri Fibra e i Club Dogo con la Universal, mentre i Cor Veleno firmano per la H2O Music, essendo i primi artisti italiani a sfruttare la musica formato digitale. Alcuni videoclip, come quello di Applausi per Fibra di Fabri Fibra, verranno trasmessi da emittenti televisive come All Music o MTV e riusciranno a guadagnare discrete posizioni nelle classifiche.

verità supposte                                                                                                                       Caparezza – Verità Supposte

In questo periodo nascono anche i primi contest di freestyle, tra cui il “2theBeat”, il “Tecniche Perfette”, rimpiazzati più avanti dal televisivo e strumentalizzato MTV Spit. Tra il 2008 e il 2009 il genere si espande ad un pubblico più ampio grazie agli album Tradimento di Fibra, “Solo un Uomo” di Mondo Marcio e “Marracash”, dell’omonimo artista, riescono a conquistare le prime posizioni in classifica e ad aprire una breccia nel mercato discografico.

Quello a cui si è arrivato adesso è un ibrido, lo sanno anche gli artisti di punta del genere, visto che fino a pochi anni fa il loro approccio era completamente differente.
Il proposito con cui questo genere si era affacciato nella penisola è andato completamente perduto, non c’è né spirito di condivisione né la voglia di dar voce alla rabbia delle giovani generazioni, è tutto inesorabilmente piatto: testi, beats e artisti.
Non voglio fare il nostalgico, perché sono sempre stato fautore di cambiamento ed evoluzione ma non c’è più niente che accomuna questa musica al rap.
Nel giro di 10 anni gli artisti che accompagnavano le mie giornate liceali sono diventati qualcuno, hanno calcato grandi palchi ma di quegli stessi artisti è rimasto solo il nome nell’Ipod, la loro musica non parla più come una volta.

Sperando in una nuova Golden Age, come sempre, buona musica!

 

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