Sono passati quasi quattro anni. Sembra qualche mese fa, quel 23 febbraio del 2016. Eravamo in prima fila all’Atlantico ad urlare a squarciagola le canzoni di un tipo pelato che, a dirla tutta, non ci sembrava così intonato. Non ci interessava molto sul momento, in mezzo alla calca di un palazzetto piccolo e male insonorizzato. Quelle canzoni sapevano di adolescenza e ci vedevamo un bel po’ di noi stessi. Cantavamo felici, con un po’ di malinconia, quei pezzi fatti di tanto rumore e sintetizzatori al massimo. I Cani oggi sanno un po’ di nostalgia e un po’ di rimpianto. Sarà che la sua scomparsa dai radar della musica – ma non delle produzioni – abbia coinciso con la fine della nostra adolescenza.

Quel Niccolò Contessa, romano di nascita e di spirito, è un personaggio che ha raccolto l’eredità di vent’anni di indie italiano e ha saputo trasformarlo per il pubblico degli anni ‘10. Per scommessa o gioco riesce a creare una delle prime vere esperienze, letteralmente, indie. Musica scritta e prodotta in qualche appartamento, registrata con quello che c’è, l’anonimato come scelta. L’essenza dell’indie che gli rimane attaccata fino ad oggi, ad un anno e mezzo dall’ultimo singolo uscito Nascosta in Piena Vista

Abbiamo conosciuto in questi anni un Contessa che lavora come vive. Così i pezzi, specialmente nei primi due album, si muovono in contesti e spazi delimitati, confinati nella testa di un autore che fa di rumore musica. Non è stato il primo e non sarà l’ultimo, certo. Confini, però, difficili da trovare. Roma è sempre sullo sfondo, ma è solo un punto di partenza. Più che confini, la mente di Contessa mette dei paletti che gira e rigira continuamente. Esperienze personali vissute o inventate, non interessa a chi ascolta, compongono dei quadri a metà tra il realistico e il surreale. Roma è attraversata, descritta, si popola di abitanti che tutti pensiamo di conoscere ma che nessuno conosce davvero, di “pischelli” al limite della depressione e traffico sulla tangenziale. I Cani non si spaventano di quella Roma così diversa da Nord a Sud, delle tradizioni di cui, in fondo, siamo tutti stanchi, dei grandi viali che alla fine servono solo ad amplificare le proprie solitudini. Se c’è una cosa che Contessa ha insegnato ai suoi tanti discepoli della musica, è che non c’è cosa più indie da fare che riuscire a fare immedesimare il pubblico nelle storie che si raccontano.

I Pariolini di Diciott’anni

È scontata, quindi, la familiarità con cui Contessa ci fa entrare nella Roma di tutti i giorni con occhi diversi. Così viale dei Parioli e viale Liegi non sembrano luoghi distanti quando ci vengono descritti gli irruenti adolescenti che abitano il quartiere. Non poteva che iniziare da qui il nostro viaggio per la Capitale, dove tutto pare essere cominciato. Una canzone nata per scherzo o per fare sul serio, questo non lo ha ancora capito nessuno. All’epoca, quando iniziò a spopolare sui social, sembrò un sogno per noi che passavamo le ore a prendere in giro i pariolini. Nella nostra spacconaggine preadolescenziale capivamo poco, ma non ci sfuggì la genialità de I Cani nel primo album Il Sorprendente Album d’Esordio. L’ironia era sottile, tant’è che non ci andava proprio a genio quel finale che faceva “loro sono gli ultimi veri romantici”. Ci sentivamo umiliati e traditi, ma sapevamo che ci sfuggiva qualcosa che non capivamo. Riascoltando il pezzo, mi stupisco sempre di quanto Contessa sia stato abile a descrivere il malessere di una città intera partendo dalla banale figura dei pariolini.

Corso Trieste

Ma non fu solo quello. Non contento, Contessa continuò a privilegiare una parte della città, quella tanto odiata Roma Nord, portandoci a camminare persino per Corso Trieste. Ci immaginavamo davanti al Liceo Giulio Cesare, al tramonto, in quella Roma mezza addormentata. Avevamo quindici anni e ci sembrava essere pieni di disgrazie. Contessa, oltre a ricordarci gli sguardi presuntuosi che avevamo a quell’età, ci ha convinto, fino in fondo, che la nostra unica vera nostalgia è quella delle sue canzoni. Camminare per Corso Trieste, fino l’incrocio con via Nomentana, oggi sembra avere perso di senso. Perché se Il Sorprendente Album D’Esordio era una bomba pronta ad esploderci nelle cuffie, con Glamour abbiamo conosciuto la solitudine e il peso dei rimorsi

San Lorenzo

Il problema è che i luoghi de I Cani per Roma non sono solo fisici. Sarebbe facile per questo articolo continuare verso l’Università e finire su via Tiburtina, ma nel pezzo che ci consente di rimanere nel secondo album, il quartiere della movida romana non è nemmeno nominato. San Lorenzo è, come dicevamo all’inizio, uno dei pezzi che ci racconta come la mente di Contessa sia in grado di vagare da un luogo preciso allo spazio intero senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Un po’ come uno sfogo, un po’ come utopia, San Lorenzo è un pezzo in cui sfoggiare conoscenze astrofisiche e, allo stesso tempo, farci sentire dei cretini a sperare che le cose accadano senza muovere un dito. 

Lexotan

Visto che ci siamo, allontaniamoci da San Lorenzo prendendo la Tangenziale. Comoda per spostarsi da un quartiere ad un altro, ma anche per spostarci da un sentimento ad un altro. Lexotan è una botta che ha bloccato tutti noi, in coda a Glamour. Siamo rimasti ad ascoltarla per ore, giorni, cercando di capire in cosa avesse colpito. Eravamo così miopi da non accorgerci che bastava aspettare la fine della canzone per trovare una sciocca, ridicola e inadeguata felicità

Il Pranzo di Santo Stefano

Con qualche cane che abbaia e un po’ di malinconia invernale perché non arrivare alla fine dell’anno? Il Pranzo di Santo Stefano è una di quelle tradizioni, a Roma come in tutta Italia, da cui proprio non si può fuggire. Però, vi prego, usciamo da quell’idea della famiglia come luogo ideale, dei giovani come esseri perfetti e sprizzanti energia. A metà del primo album, Contessa ci ha detto di fermarci e ci ha avvisato che la sua non era musica da pista, anzi, ma da cameretta in una giornata di tristezza. Con questo pezzo ci si aprì uno spaccato, l’ennesimo, dell’adolescenza per quella che è davvero. Basta romanzare, basta addolcire. Le relazioni sono difficili e le persone, nella maggior parte dei casi, ti deluderanno. Se non fosse per Post Punk, il pezzo successivo dell’album, la metà di noi avrebbe già deciso di farla finita con I Cani dopo aver ascoltato la prima volta Il Pranzo di Santo Stefano

Di questo, e tanto altro, abbiamo voluto provare a raccontare, cercando di tracciare una mappa geografica, temporale e, soprattutto, mentale nella quale chi ha ascoltato e amato I Cani si riconosce. Un gruppo – e una personalità – tanto difficile da collocare nel panorama musicale quanto facile da comprendere. Contessa non c’ha pensato due volte: fare musica raccontando di sé senza troppe velleità. Un obiettivo chiaro e deciso: affrontare il mondo per quello che è. 

Immagine Copertina: © Pagina Facebook I Cani
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