Qual è il limite umano ai racconti? Quante volte si può invertire la rotta di una storia?
Sbucciamo l’Arancia meccanica di Kubrick, assaggiamola. Pinze per tenere aperti gli occhi del protagonista davanti a scene di pestaggi. Nel film viene usato come metodo di guarigione dalla violenza, ma perché dovrebbe funzionare? Forse è più probabile che, costretto a vedere all’infinito le stesse proiezioni raccapriccianti, lo spettatore ne diventi abituato. I comici americani degli anni novanta ripetevano nei loro spettacoli la parola negro per toglierle il potere offensivo, diffamante. Ci si può abituare a tutto.

Fino a che punto uno spettatore riesce a reagire a ciò che vede? Questa settimana ricorre l’anniversario di uscita dell’album Time Machine, di D. A. Wallach. L’hanno detto in radio, è una notizia. Parliamo di questo stasera a tavola, anziché di attacchi terroristici. Ha la stessa importanza.

E suona come una provocazione, ma fino a che punto ci colpisce un telegiornale? Il filmato del fungo atomico non ci spaventa più. Abbiamo un emoji del fungo atomico, oggi. Stragi nelle scuole e scioglimento delle calotte polari. Oggi uno tsunami che scoperchia le case di Haiti non fa più impressione del tornado di Dorothy nel Mondo di Oz.

È ok discutere di bambini denutriti in Africa. È ok citare il cinema sperimentale di fine anni ‘50. Il coinvolgimento emotivo è pressoché lo stesso ed è normale che sia così. È quasi giusto.

Nel 1958 il regista Bruce Conner se ne accorge e decide di esplorare la tematica in un film. “A Movie, appunto. Un film come un altro che potrebbe essere centinaia di altre pellicole. Non ha trama, non ha personaggi. Un montaggio di spezzoni sconnessi. Riprese di eventi sportivi e parate, filmati di missili, ancora parate, porno di bassa qualità, ancora missili. La teoria di Conner era che, pur non essendoci alcun collegamento tra i segmenti, lo spettatore ne avrebbe trovati.

La verità è che, ogni volta che ascoltiamo una storia, cerchiamo di immedesimarci. Di empatizzare. Ma è impossibile calarci completamente in un racconto, quando non parla di noi. Spesso le canzoni che hanno più successo sono quelle che non raccontano nulla. Aiuto, voglio tenerti la mano, non deludermi, Ob-La-Di, Ob-La-Da. Potrebbero parlare di noi, possiamo capirle. Time Machine di Wallach ci riesce benissimo, a non parlare di nulla. È uscito nell’ottobre del 2015 ma, secondo le recensioni, «sembra arrivare da una compilation nascosta dei Beatles o degli Electric Light Orchestra». 

Qualche mese fa, è uscito al cinema La mia vita con John F. Donovan, pellicola del regista canadese Xavier Dolan sulle difficoltà di un omosessuale nel mondo della recitazione. Il film ha attirato subito le polemiche della critica americana, perché si concentrava in modo narcisistico sui problemi che l’autore aveva vissuto in prima persona, problemi ingigantiti, inconsistenti nella realtà hollywoodiana. Stroncato in partenza, il film non ha avuto il successo degli altri lavori di Dolan. 

Ma è giusto celebrare l’anniversario di uno stupido album. Sì, ci sono ben altri problemi, ma non possiamo rimproverare chi parla di questioni più piccole. Xavier Dolan aveva il diritto di parlare di un problema che lo affliggeva, per quanto piccolo, e Time Machine è un progetto che merita attenzione. «Tutte le volte che te ne vai, un pezzetto del mio cuore si spezza» canta D. A. Wallach in “Every Time You Walk Away”, il brano dall’album più ascoltato su Spotify. E davvero, è tutto lì. Time Machine è il primo disco solista di Wallach, che negli anni 2000 militava nella band indie-rock Chester French. Per ora è anche l’ultimo. Wallach ha dichiarato di volersi prendere una pausa dalla musica e no, non ha mai scritto testi troppo profondi, ma sì, ne ha tutto il diritto. E, nella loro vuotezza, spaccano.

L’anniversario dell’album va celebrato, in barba al benaltrismo. Non ci sono questioni più importanti e, se ci sono, non è una colpa concentrarsi su altro. Si può essere colpiti senza mostrarlo. Il primo singolo del disco era “Glowing”, uscito quasi due anni prima e rilasciato in anonimo. Wallach non era interessato a rivendicarne la paternità, così ha consegnato le registrazioni al rapper Tyler, The Creator e gli ha chiesto di girarne un video musicale. Il videoclip di Tyler è sconvolgente, ma è sempre rimasto “di nicchia”. Per due anni è passato inosservato rispetto ai suoi altri lavori, forse anche per l’incertezza sull’autore del brano.

Nella sezione commenti di YouTube, molti si chiedono come sia possibile che “Glowing” non sia mai diventata virale. Il motivo è che il video controverso di Tyler, aveva suscitato polemiche fin dalla pubblicazione. È sperimentale, quasi quanto il cinema di Bruce Conner. E proprio come A Movie alterna riprese romantiche a scene di distruzione. Una coppia che cammina nei prati si scambia effusioni romantiche mentre attorno a loro il mondo crolla. Su un vecchio televisore, davanti al quale i due sono seduti, sono mostrati devastazione, terremoti, guerre. La coppia invecchia insieme e, anni dopo, la situazione è la stessa. Non potrebbe importare loro meno, o forse sì, ma non smettono di sorridere. Neanche alla fine.

Once they find us,
a thousand years from now
we’ll still be right here holding hands
still be glowing,
smiling like we didn’t give a damn. 

Non è difficile immaginare perché il video di Tyler non abbia avuto successo fino a quando l’autore del brano non è uscito allo scoperto, per l’uscita dell’album. Accadeva esattamente quattro anni fa. E forse è stupido, ma forse è giusto che abbia rilievo anche questo. Proprio perché una storia è tensione all’immedesimazione, non possiamo separare il lutto dalla nostra vita di tutti i giorni. C’è tempo per entrambi, dovremmo parlare di entrambi. Isolare la tragedia è un altro modo per renderla meno reale, meno importante perché meno vera.
Tyler, The Creator, Xavier Dolan, Bruce Conner e D. A. Wallach hanno fatto questo. Hanno canticchiato canzoni vuote mentre il mondo andava a rotoli, anche se il mondo andava a rotoli, anche perché il mondo andava a rotoli

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