Il vinile è nato nel 1948 grazie alla Columbia Records, la più antica casa discografica statunitense (ancora in attività), ma la storia dei supporti analogici per la riproduzione musicale è, ovviamente, più vecchia ancora. A ben guardare, il primo in assoluto è stato inventato da Thomas Edison ed era il cosiddetto cilindro fonografico, una piccola rivoluzione (come molte invenzioni dello statunitense) che è però stata presto superata dal 78 giri, non più un cilindro ma un disco molto meno deperibile e più resistente rispetto ai cilindri. Questo disco era realizzato in materiali vari, che venivano incisi da uno strumento detto trasduttore. Sulla superficie si venivano così a formare dei solchi che riproducevano abbastanza fedelmente il segnale sonoro che veniva trasmesso dal trasduttore. Senza indugiare troppo in questioni tecniche, dobbiamo tuttavia citare l’evoluzione del vinile avvenuta a fine anni ‘40: se il principio rimase lo stesso del 78 giri, i materiali infatti cambiarono passando al PVC e anche la tecnica di incisione permise di ottenere una maggior qualità e durata di registrazione, così da poter “contenere” più di 30 minuti per facciata (a seconda del numero di giri al minuto, si arriva anche a 40). È su queste basi che la musica della metà del Novecento ha edificato le proprie fortune ed il proprio fascino.

Come sempre, però, la tecnica fece velocemente passi avanti, inseguendo (e insieme determinando) l’evoluzione di una società sempre più parossistica e in movimento. Per questo bisogno di maneggevolezza la dimensione dei dischi aveva la necessità di ridursi per essere fruibile dappertutto e sempre, ed è nato così il compact disc, il quale in poco più di un decennio ha praticamente affossato il mercato del vinile; i dati parlano chiaro: nel 1995 il volume d’affari del vinile era vicino ai 150 milioni di dollari ed è precipitato a meno di 50 nel giro di dieci anni (statista.com). Se poi aggiungiamo al quadro la contemporanea e vorace ascesa di internet, del p2p e dei formati legati alla fruizione su pc (.mp3 e quant’altro) il gioco è fatto: il caro, vecchio vinile aveva l’aria di un signore pensionato senza più molto da dire e da dare al presente.

Eppure. C’è un grande e grosso “eppure” che è impossibile non tenere in considerazione e sta tutto in una notizia che va letta, ovviamente, in un quadro più ampio: la Sony, principale attrice nell’industria del settore musicale, ha chiuso lo scorso anno la propria fabbrica di CD in Indiana. Beh, direte voi, e questo che cosa c’entra con i vinili? C’entra, se attacchiamo a questa altre tre notizie fondamentali che contribuiscono a delineare un presente che ha già ribaltato le aspettative di chi considerava il vinile roba vecchia, superata, da museo. Prima: Best Buy (gigantesca catena di distribuzione americana) ha smesso quasi del tutto di vendere i CD; seconda: la stessa Sony ha aperto una fabbrica di vinili, dopo più di trent’anni da quando aveva smesso; terza: il volume d’affari generato da questo settore è – ormai da un decennio – in nuova e costante ascesa. Insomma: il vinile è davvero risorto!

Thriller è il disco più venduto su vinile della storia.

Può sembrare anacronistico nell’era della riproducibilità infinita ed universale garantita dalle piattaforme di streaming, ma la realtà è un’altra: come testimonia anche l’enorme successo del Record Store Day (a proposito, su Artwave trovate un articolo speciale a cura della nostra redazione con i migliori vinili da scoprire nelle edizioni speciali dedicate alla festa dei negozi indipendenti di musica), una parte considerevole del pubblico alimenta fieramente il mercato della puntina. Non è solo retromania, però, perché l’ascolto su vinile ha contorni che non si sostituiscono a quello mobile ma, piuttosto, vi si affiancano. È come se, negli ultimi anni, quella della fruizione musicale sia una strada che ha imboccato una biforcazione, dettata da un lato dall’impossibilità di condensare l’universo artistico di un disco in pochi megabyte di dati, dall’altro dal desiderio di percepire la musica, di poterla ascoltare ad un livello più profondo (o quantomeno più tranquillo) rispetto al contesto caotico nel quale, con le nostre cuffiette, solitamente ascoltiamo le playlist su Spotify (qui, tra l’altro, trovate il nostro profilo su Spotify, dove trovate tante selezioni tematiche da leccarsi i baffi). Due distinti modelli di ascolto si direbbe quindi: quasi come se la musica stessa, la passione di chi la fa e l’ascolta, si fossero sottratte all’esasperazione della tecnologia, ritagliandosi uno spazio dove potersi esprimere in maniera più approfondita, dando risalto all’opera nel suo complesso: dall’artwork di copertina al suono vivo e caldo del supporto in vinile. Anche in questa direzione è da leggere la tendenza del ritorno degli album, in passato quasi soppiantati dal modello del singolo da passare in radio, che eclissava il disco a risibile accessorio.

In questa modernità imperante quello musicale non è poi l’unico ambito nel quale è osservabile una resistenza – anzi un rinvigorirsi – di supporti che avevamo dato per morenti: l’editoria che trova nuova linfa da piccole case editrici di qualità (altro che e-book!), la radiofonia che anche attraverso i podcast ha davanti a sé una nuova forma di sviluppo (qui trovate il podcast di Artwave!) e anche la cosiddetta carta stampata registra un crescente interesse nei suoi confronti, come dimostra la nascita di tante riviste indipendenti. All’alba del 2020, allora, si delinea all’orizzonte un dualismo – che non è più conflittuale – tra il virtuale della rete (vera protagonista di questo ventennio) e la materialità dell’arte e della cultura. Abbiamo forse, come mai prima per la generazione dei millennials, il desiderio di toccare, percepire, guardare ciò che ci comunica qualcosa.

 

(Fonte immagine di copertina: wikipedia.org)
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