Beyoncé col suo abito da Nefertiti
Fonte: beyonce.com

Negare che ci sia ancora qualcosa che, toccato da Beyoncé, non si sia istantaneamente tramutato in oro, è negare l’evidenza. Il Coachella Valley Music and Arts Festival era già un fenomeno culturale prima del Beychella – così è stata ribattezzata la performance dal vivo di apertura per l’edizione del 2018, con Beyoncé Knowles come headliner – ma è il rilascio dell’evento attraverso un documentario d’eccezione, disponibile su Netflix, a rilanciare l’esibizione tramutandola in una vera e propria leggenda. Ventisei canzoni, più di centoventimila spettatori (tra cui la collega Rihanna) presenti sul posto, una manciata di ospiti di pregio, un esercito di ballerini e musicisti, ma una sola stella a illuminare il tutto, lei.

Copertina di Homecoming
Fonte: pagina Facebook di Beyoncé

Un’esperienza che ora si può vivere anche da casa, attraverso il documentario HΘMΣCΘMING presente su Netflix, che a un anno di distanza riporta in auge l’ormai miliare concerto. Accompagnato da un live album uscito il 17 aprile di quest’anno al plauso della critica: HΘMΣCΘMING: THE LIVE ALBUM. Una collezione di tracce live possenti e irresistibili, che elaborano al massimo la già trascinante musica della dama di Houston.

Homecoming, quindi “arrivo a casa”, ma anche “ballo della scuola“, in un gioco di parole già brillantemente utilizzato dalla Marvel per il suo primo film sul nuovo Spider-Man, ma portato qui alla perfezione.
Il viso della cantante in copertina è austero e regale, filtrato in un elegante tono di color seppia. Il copricapo che indossa è ispirato a quello scoperto da dei ricercatori, nel 1912, addosso alla mummia della regina egiziana Nefertiti, il cui volto stilizzato compare anche sulla schiena della cantante stessa durante la sua prima performance, disegnato in argento sul suo mantello. Inoltre, le ballerine al suo fianco indossano completi ispirati alla figura mitologica della sfinge. I richiami alla cultura africana, esaltata ed estetizzata, sono una presa di posizione senza apologie da parte di una cantante che, pur trovandosi in cima al mondo, non dimentica le sue origini e chi l’ha resa prima di tutti famosa. Facendo di lei la prima, e finora unica – la headliner di quest’anno è Ariana Grande – donna nera ad aprire il festival. Nonché terza nella storia, dopo Lady Gaga e Bjork.

Beta Lambda Kappa
Fonte: beyonce.com

Ma non solo cultura antica: un altro degli abiti della cantante, senz’altro iconico quanto il primo, è una felpa (gialla o fucsia a seconda della performance) che riporta le lettere greche Beta Lambda Kappa. Simultaneamente le sue iniziali – Beyoncé Knowles – unite al simbolo Λ, Lambda, che riecheggia il gesto simbolico della compagnia Roc Nation di Jay-Z, due mani giunte in corrispondenza di pollici e indici a formare un triangolo. Ma anche un omaggio alle storiche fratellanze universitarie nere degli Historically Black Colleges And Universities (HBCUs) come la Howard University. Un omaggio alla cultura nera che raramente compare nei media mainstream, e che Beyoncé indossa con la stessa grazia degli altri. Non a caso, numerose HBCUs, come la stessa Howard e la Texas Southern, hanno organizzato proiezioni speciali per l’occasione aperte agli studenti. E come ogni regina, Beyoncé ha un vero e proprio simbolo araldico – uno scudo diviso in quattro sezioni, colorate di viola e di argento, raffiguranti il volto di profilo di Nefertiti, il muso ruggente di una pantera nera, un pugno nero serrato e levato al cielo, e un’ape in onore dei suoi fan, che danno a sé stessi il nome collettivo di Beyhive (gioco di parole con beehive, alveare) – che sfoggia ricamato su un delizioso abito di paillette rosa o un attillato top nero di Balmain, disegnato dal direttore creativo della casa di moda Oliver Roustening. Meno simboliche, ma altrettanto magnifiche, sono le tute monospalla che indossa assieme alle vecchie compagne di band Kelly Rowland e Michelle Williams. Una verde militare, con un motivo a tuta mimetica; l’altra bianca e argento, tempestata di brillanti.

Beyoncé (al centro), Kelly Rowland (a destra) e Michelle Williams (a sinistra), le Destiny’s Child
Fonte: beyonce.com

Non sfigura l’altra immancabile ospite, la sottovalutata e graziosa Solange, né il signore del reggaeton J. Balvin, che accompagna la Regina in Mi Gente, canzone che Beyoncé aveva arricchito per un remix d’occasione allo scopo di raccogliere fondi per le vittime dello tsunami in Puerto Rico. Ospiti meno sfarzosi, ma non meno importanti, sono gli autori neri le cui citazioni vengono trasmesse durante le performance.

Chimamanda Ngozi Adichie era già comparsa nella sperimentale ***FLAWLESS, presente nell’album omonimo del 2013, e il suo discorso “We should all be feminists” risulta essenziale e allo stesso tempo possente. “Insegnamo alle ragazze a rimpicciolirsi, a farsi piccole. Diciamo alle ragazze ‘potete avere ambizione, ma non troppa. Dovete puntare ad avere successo, ma non troppo successo. Altrimenti minaccerete gli uomini”. Principio che Beyoncé fa suo senza ostentazione. I Been On, la parte iniziale della canzone, è rielaborata come traccia unica nell’album audio; la seconda nuova arrivata è una cover della canzone di Maze, intitolata Before I Let Go. Sono anche interpolati discorsi di Nina Simone (That Blackness, pronunciato nel 2013, accompagna il singolo Formation) e Malcolm X (Who Taught You to Hate Yourself, 5 maggio 1962). Beyoncé si apre al pubblico, raccontando del suo difficile secondo parto – quello dei gemellini Sir e Rumi – e della necessità di un cesareo. E impera e domina, senza fare del male a nessuno, reginetta incontrastata del ballo della vita.

Completo classico
Fonte: beyonce.com

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